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Una questione
di competenze

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Il ruolo delle esperte nel contrasto al Covid19: parla Paola Bello, project manager specializzata in genere e medicina presso la Fondazione Regionale della Ricerca Biomedica

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È  ancora troppo presto per valutare gli effetti di questa emergenza sull’uguaglianza di genere in Italia e in Europa; tuttavia è già possibile procedere con alcune osservazioni.[1] Per farlo, si può iniziare analizzando alcuni dati relativi alle organizzazioni sanitarie, in prima linea nell’emergenza. Secondo i dati Ced (Centro Elaborazione Dati) della FNOMCeO, la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri, la rappresentanza di genere fra i medici e gli odontoiatri presenta diversi scenari se si guardano le diverse fasce d’età.

Nella totalità, gli uomini sono sempre la maggioranza, ovvero il 66%. La situazione però cambia notevolmente se si analizzano i dati degli under 65 dove le donne sono il 53% del totale. I numeri crescono ancora se si considerano gli under 40, fascia nella quale le donne costituiscono quasi il 60% dei medici iscritti agli albi. La situazione è ancora differente per la categoria degli infermieri, rappresentata da donne per il 78% a livello nazionale.

Se ne deduce che la risposta “competente” alla crisi è data maggiormente dalle donne, che prevalgono tra il personale sanitario ma che di fatto vedono un accesso ridotto a posizioni apicali. La situazione infatti cambia ancora quando si analizzano i dati relativi ai ruoli dirigenziali.

In Italia, con riguardo al personale inquadrato come dirigente nel sistema sanitario nazionale, si denota che il ruolo di direttore di una struttura semplice è ricoperto da donne nel 32% dei casi, mentre la percentuale scende al 16% nei ruoli di direttore in una struttura complessa.

Anche le aziende sanitarie non sono tutte uguali: se il dato medio di presenza femminile nei ruoli apicali è il 16%, negli istituto di ricovero e cura a carattere scientifico la percentuale scende all’11%; laddove negli enti con un’attività assistenziale più generalista, come le ASL si arriva fino al 18%.[2] La regione con meno donne in posizione apicali nel settore sanitario è il Veneto, quella con un maggiore rappresentanza femminile ai vertici è invece l’Emilia Romagna.

Si potrebbe forse sintetizzare che in Italia chi decide è uomo e chi esegue è donna? 

Quando, a inizio emergenza, il governo ha nominato un comitato tecnico-scientifico composto da soli uomini, ciò ha rappresentato di fatto il riflesso di una situazione già palese, ma che ha offerto una chiave di lettura sulle misure adottate.  

Ad aprile 2020, il capo della protezione civile ha risposto alle osservazioni sull'assenza di donne nel comitato affermando che "i membri del comitato vengono individuati in base alla carica, come ad esempio il capo della protezione civile o il presidente dell'Istituto superiore di sanità. Se queste cariche fossero state ricoperte da donne avremmo avuto nel comitato tecnico-ccientifico una componente femminile adeguatamente rappresentata".

Sembra dunque che il soffitto di cristallo, che permette alle donne di avanzare nelle carriere professionali solo fino ad un certo livello, liberando le alte cariche agli uomini, non solo sia molto resistente, ma altresì trasparente.

Soltanto a inizio maggio 2020 il comitato tecnico-scientifico e la task-force sono stati “integrati” da un numero di esperte donne, a fronte di numerose proteste provenienti dal mondo politico, civile e scientifico.

L’impatto del Covid19 sul lavoro in ambito clinico e di ricerca ha colpito maggiormente le donne, e ciò per una serie di fattori che pongono le loro basi in condizioni preesistenti l’emergenza sanitaria.

Le donne sono maggiormente rappresentate nella popolazione di soggetti con contratti precari, fra cui assegnisti e assistenti alla ricerca.[3] L’interruzione delle attività di laboratorio ha fatto sì che siano stati questi lavoratori, e soprattutto lavoratrici, a doversi assentare dal posto di lavoro, con conseguenti ricadute sulla produttività e un maggiore impegno nelle cure domestiche e dei figli.  

Secondo quanto riportato da diversi articoli,[4] molti editori in ambito accademico hanno notato che il numero di articoli scientifici prodotti da ricercatrici è sceso in picchiata a marzo 2020, in comparazione al numero di pubblicazioni nello stesso periodo dell’anno precedente. 

È  stato anche osservato che a fronte di misure che hanno portato alla chiusura delle scuole, le famiglie con figli più piccoli stanno affrontando le maggiori difficoltà, ma questo non viene rilevato poiché non esistono strumenti per la valutazione dell’impegno lavorativo a fronte di maggiori ostacoli.

In conclusione, l’assenza di donne ai vertici organizzativi e negli organismi decisionali è palese e problematica, ed è necessario invertire questa tendenza.

In primis, in ragione di una maggior aderenza alla realtà: non è accettabile che vengano prese decisioni a vocazione universalistica, ignorando la metà della popolazione, soprattutto quando questa metà è maggiormente attiva nella gestione delle conseguenze della crisi sanitaria. 

Secondariamente, le esperte esistono. Non consultarle significa rinunciare a delle competenze necessarie.

Infine, non sono le esperte esistono, ma ce ne saranno sempre di più, e non solo in medicina: secondo i dati del Censis, nel 2018 le laureate sono state il 57 % del totale dei laureati. Miglioramenti ci sono stati anche per il numero delle laureate in scienze STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics): secondo il Bilancio di Genere 2019 redatto dal Politecnico di Milano, nell’anno accademico 2017-2018 le immatricolazioni al Politecnico delle studentesse corrispondono al 34,4%, in costante aumento dal 2000 a oggi.

Il tema della parità di genere è fondamentale, e va ben oltre le emergenze: è una questione di giustizia, di meritocrazia e di democrazia, nonché di efficienza economica: investire in politiche di parità di genere e adottare politiche che sostengono le donne rappresenta un guadagno per la società, come dimostrato da diversi studi.[5]

Lo stato dell’arte non è delineato a prescindere, ma un fatto. Se non si creano le condizioni perché questo cambi, difficilmente la situazione potrà cambiare.   

Note

[1] La Fondazione regionale per la ricerca biomedica, tra i principali enti finanziatori della ricerca in Lombardia, da sempre attenta al tema del genere nella ricerca e nella scienza, è coinvolta dal 2017 nel progetto Target - Taking a reflexive approach to gender equality for institutional transformationL’impegno nel progetto e la situazione eccezionale del lockdown hanno portato la fondazione a riflettere sul momento di emergenza anche da un punto di vista di gender equality e del ruolo delle competenze delle donne nella gestione dell’emergenza. Il 6 maggio 2020 la fondazione ha organizzato una tavola rotonda online con rappresentanti di ospedali e università del territorio lombardo per cercare di rispondere ad alcune domande sul tema: Si può parlare di gender equality in emergenza? Hanno partecipato alla tavola rotonda: Eloisa Arbustini, Susanna Chiocca, Cinthia Farina, Camilla Gaiaschi, Barbara Garavaglia, Alessandra Solari, Valeria Tozzi, Paola Bello, Giusi Caldieri, Carmen De Francesco, Marina Gerini, Barbara De Micheli.

[2] Raffaella Saporito, Marco Sartirana e Valeria D. Tozzi, La femminilizzazione dei ruoli apicali in sanità: dimensioni del fenomeno, cause e prospettive, Rapporto OASI 2019 Osservatorio sulle Aziende e sul Sistema sanitario Italiano, a cura di CERGAS - Bocconi

[3] Bozzon, R., Murgia, A., & Villa, P. (2017). Precariousness and gender asymmetries among early career researchers: a focus on stem fields in the Italian academia, Polis, 31(1), 127-158; Gaiaschi, C., Musumeci, R. (in pubblicazione). È solo questione di tempo? Donne e uomini nell’Università che cambia. Un’analisi del reclutamento in Italia 

[5] Maurizio Ferrera, Il fattore D. Perché il lavoro delle donne farà crescere l'Italia, Ed. Mondadori, Collana Strade blu. Non Fiction, 2008, p.132 p., Brossura, EAN: 9788804568179

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