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Sanità, non c'è bisogno di tagliare

Foto di Irekia via Flickr

Le donne dovrebbero essere le più attente a difendere la sanità dai tagli, tagli che non sembrano essere davvero necessari. Ecco i numeri che spiegano perché

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Perché la sanità pubblica dovrebbe stare a cuore soprattutto alle donne? Se la popolazione invecchia e le donne sono la maggioranza degli anziani, e anche la grande maggioranza dei caregiver, qualsiasi ridimensionamento delle risorse destinate alla sanità pubblica va inevitabilmente a peggiorare il benessere delle donne. Non solo, anche una mancata crescita di queste risorse, in presenza di un contemporaneo aumento dei fabbisogni, va nella stessa direzione. Certo, si può e si deve spendere meglio le risorse esistenti, ma non illudiamoci che basti tagliare sprechi per trovare un tesoro che risolva un problema che è strutturale.

Le ricorrenti denunce sulla “malasanità” impediscono di vedere che la sanità pubblica italiana, nonostante tutto, ottiene risultati eccellenti e costa poco. Spesso lo dimentichiamo, ma siamo terzi nel mondo per durata attesa della vita, dopo Hong Kong e Giappone e prima della Svizzera (United Nations, World Population Prospects, 2015 pag. 44). Avrà un merito la dieta mediterranea, e forse anche quell’anomalo primato di lavoro familiare delle donne italiane, ma sarebbe difficile ottenere un simile risultato se il nostro sistema sanitario nazionale non funzionasse.

La sanità pubblica italiana oggi costa circa 111 miliardi, cioè il 7% del Pil. Come spesa pro-capite si tratta di 1.867 euro l’anno (2012). Se la confrontiamo con quella degli altri paesi avanzati non è molto (25% in meno della Francia, 33% in meno della Germania). Che questo “poco” rappresenti però una quota parte molto significativa della spesa pubblica complessiva, fa sì che essa diventi il bacino privilegiato cui ogni manovra guarda per attingere risorse.

A varie riprese, è in atto un definanziamento continuo della sanità pubblica che ignora i “patti” fra stato e regioni sottoscritti solo qualche mese prima e che paradossalmente penalizza proprio le regioni – come il Veneto - che sono andate più avanti nell’opera di risanamento e che non hanno più margini per tagliare. Questo, mentre “I dati indicano che la sanità pubblica è (già oggi) sostenibile; ulteriori tagli metterebbero in crisi il sistema, ridurrebbero le tutele e costringerebbero i cittadini a ricorrere al mercato privato. Il problema è semmai la sopravvivenza del sistema, non la sua sostenibilità”, come scrive Nerina Dirindin su lavoce.info.

Oltre ai tagli al fondo sanitario nazionale, un’ulteriore via al definanziamento è costituita dal “concorso delle regioni alla finanza pubblica” previsto in 1.800 milioni di euro per il 2016, 3.980 milioni per il 2017 e 5.480 per ciascuno degli anni 2018 e 2019. Le regioni cioè devono risparmiare decidendo loro come e dove, ma sarà inevitabile che lo facciano sulla sanità, che costituisce la parte prevalente della spesa regionale, se non altro per emulazione e spinta del governo centrale. Del resto, è quanto già accaduto quest’anno, con una riduzione di oltre 2 miliardi.

Nel comunicato stampa del governo sulla legge di stabilità (che per vari giorni, è rimasto l’unica fonte ufficiale insieme alle slide) l’unico riferimento esplicito alla sanità erano due righe in cui si annunciavano: “6.000 borse (ogni anno) per gli specializzandi medici, per assicurare qualità e prospettiva al sistema sanitario nazionale”.

Nella versione semiufficiale del disegno di legge, oltre alle poste finanziarie, sono riferite alla sanità varie disposizioni sul monitoraggio dei piani di rientro (art.30), sull’obbligo di concentrare gli acquisti nella società per azioni del Ministero dell'Economia e delle Finanze, la Consip (art.31), sull’aggiornamento dei livelli essenziali di assistenza, i Lea (art.32). Nei prossimi mesi, molta attenzione –  maggiore di quella recentemente sollevata dal decreto sulle prestazioni inappropriate - dovrà essere rivolta a quest’ultimo capitolo, nel quale si prevede, ad esempio, che ben difficilmente sarà inserito un livello esigibile uniforme a livello nazionale per la procreazione medicalmente assistita, oggi estremamente differenziata a livello regionale.

Accanto ad alcuni circoscritti aspetti positivi, come l’aumento dei fondi per la non autosufficienza e un’iniziale presa in carico del “dopo di noi”, l’idea di fondo che si ricava dal disegno di legge di stabilità è che saremo tutti più tutelati in quanto proprietari di casa che in quanto malati. È proprio questo quello che vogliamo?