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Strategia nazionale di genere,
un'analisi punto per punto

Foto: Unsplash/ Charles Deluvio

Dall'inizio di agosto l'Italia ha una strategia nazionale di genere, si tratta di un passo inedito, che potrebbe segnare una svolta importante. Per questo la redazione di inGenere ha deciso di leggere e commentare il documento del governo, punto per punto

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All’inizio di agosto la ministra per le Pari opportunità e la famiglia Elena Bonetti ha presentato al Consiglio dei ministri la Strategia nazionale per la parità di genere 2021-2026. Definita una “misura trasversale”, la strategia costituisce una delle linee di impegno del governo anche per l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e della riforma del Family Act.

La strategia definisce priorità, obbiettivi e strumenti all’interno di un piano di lungo periodo per combattere la disuguaglianza di genere. Anche se altri paesi europei (ad esempio Francia, Spagna, Portogallo, Germania)  si sono dotati da tempo di un piano di questo tipo è la prima volta che accade in Italia.

Si tratta di un passaggio importante per la storia del nostro paese che potrebbe segnare finalmente l’uscita dalle vaghe enunciazioni di principio e l’assunzione da parte del governo di un impegno preciso, quantificato e verificabile. Stupisce quindi che se ne parli pochissimo, che il documento non sia facile da rintracciare nei siti istituzionali e che non ci siano nemmeno notizie certe sul percorso previsto per la sua implementazione.

Il valore di una strategia, infatti, consiste proprio nel rendere edotti tutti i livelli dell’amministrazione pubblica e la popolazione di quali obbiettivi si vogliono raggiungere e come, in modo da avere un quadro di riferimento per ogni futuro provvedimento. Certo, al vantaggio della chiarezza si accompagna per il governo il rischio di rendere evidente un eventuale fallimento, ma una strategia non serve a nulla senza una sua ampia diffusione.

Cominciamo dunque a parlarne noi, presentando in questo articolo, a cui ne seguiranno altri su punti specifici, alcune osservazioni generali. Abbiamo già ricostruito il peso che l’Europa può aver svolto nella decisione di formulare la strategia che “è in linea con il Pnrr e ne rappresenta un importante riferimento, sia in termini di inquadramento di sistema, sia di verifica e monitoraggio” come si legge nelle slide di sintesi sul sito del governo.

Vediamo innanzitutto di cosa si stratta. Le intenzioni sono più che condivisibili. Si vuole favorire e produrre cambiamenti che si estendano sul lungo termine e rendano l’Italia un paese dove “persone di ogni genere, età ed estrazione abbiano le medesime opportunità di sviluppo e di crescita, personali e professionali, di accesso al mondo dell’istruzione e del lavoro, senza disparità di trattamento economico o dignità, e possano realizzare il proprio potenziale con consapevolezza di una uguaglianza garantita e senza compromessi in un paese moderno e preparato per affrontare la sfida dei tempi futuri”.

Per la definizione della strategia, spiega ancora il documento, è stato tenuto conto dei contributi di amministrazioni centrali, regioni, enti territoriali, delle parti sociali e delle principali realtà associative attive sul territorio per promuovere la parità di genere e l’inclusione. Il documento non elenca a dire il vero quali realtà associative siano state consultate né come si sia svolto questo processo partecipativo anche se sarebbe stato utile fornire anche questa informazione.

Il punto di partenza è il Gender equality index stilato ogni anno dall’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (Eige). Questo da un lato definisce la situazione di partenza, che vede l’Italia con un punteggio al di sotto della media europea e ben lontana dai primi tre paesi della classifica – Svezia, Danimarca e Francia. Dall’altro contribuisce a definire l’obbiettivo abbastanza ambizioso di risalire la classifica per arrivare in dieci anni a collocarsi tra i primi dieci paesi europei partendo dall’attuale 14simo posto. Obbiettivo ambizioso, che richiede di colmare un gap di ben sette punti, tenendo conto che anche gli altri paesi non restano fermi.

Ma quello che importa non è a che punto l’Italia si collochi nella graduatoria, visto che in palio c’è il benessere di cittadine e cittadini e non una medaglia. A contare sono i miglioramenti effettivi che si possono ottenere nei domini cruciali per la valutazione della parità di genere. Anche qui, la strategia riprende in gran parte l’impostazione dell’Eige - concentrandosi su lavoro, tempo, reddito, potere, competenze - e definisce in che misura si propone di migliorare la situazione italiana nell’orizzonte temporale di cinque anni che si concluderà nel 2026.

Esamineremo altrove gli obbiettivi (target) della strategia, alcuni molto ambiziosi, altri molto meno - come quello di aumentare di quattro punti il tasso di occupazione femminile recentemente crollato a livelli molto bassi e da cui, con i miliardi di spesa programmata per il piano di ripresa, non dovrebbe essere difficile farlo risalire a livello nazionale (la sua distribuzione geografica è un altro discorso).

Pur ribadendo che avere una strategia è un’ottima notizia, vogliamo però esprimere alcune perplessità.

La prima riguarda la solita ambiguità dei governi italiani rispetto al tipo di famiglia che si vuole realizzare, e con questa il timore e le esitazioni davanti alla possibilità di schierarsi a favore di un modello di famiglia “dual earner-dual carer”, di piena condivisione del lavoro di cura e del lavoro esterno.[1] Ancora si parla di conciliazione, di facilitare il ritorno delle mamme al lavoro, di incentivare il congedo di paternità “guardando a esempi meritevoli di paesi europei che hanno istituito il congedo parentale obbligatorio per legge e supportato dalle istituzioni”. Si guarda, si applaude e poi ci si volta dall’altra parte o si intende andare avanti per quella strada?

La seconda perplessità riguarda il ruolo dato all’indice Eige al legame tra indice aggregato e strategia. Leggendo il documento, sembra che sia l’indice a trainare la strategia, e non viceversa. L’indice Eige andrebbe inteso come uno strumento di monitoraggio, con le limitazioni tipiche degli indici aggregati. Le diverse componenti dell’indice sono misurate separatamente, e aggregate secondo una logica di media semplice. Non è possibile registrarne le interazioni (quale risultato segue in parte almeno da un altro?) e come tutti gli indici privilegia aspetti misurabili, trascurando quelli qualitativi.

Una strategia dovrebbe scegliere cosa è prioritario e quando, e quale risultato può seguire almeno in parte da altri. La strategia si preoccupa sì, di non lasciare scoperta alcuna componente dell’indice, ma senza una chiara gerarchia di obiettivi e di misure. E se si propone, come obiettivo, il miglioramento dell’indice aggregato invece di considerare il livello delle varie componenti – in primis, il basso tasso di occupazione  i pericoli di questa impostazione si vedono. Non a caso l’Italia è campionessa di progressi quanto a uguaglianza di genere in Europa, quasi esclusivamente grazie alle quote di genere previste dalla legge per le società quotate in borsa.

La terza perplessità è sugli strumenti. Tolte le misure trasversali dedicate all’analisi, allo studio e alla valutazione (nonché a interventi di medio-lungo periodo su aspetti culturali), le misure specifiche sono tutte a base di incentivi: alle imprese per assumere donne a tempo indeterminato, alle donne per andare a lavorare invece di restare a casa con i figli.

Per quanto riguarda il lavoro e il reddito, la bacchetta magica si chiama decontribuzione/fiscalizzazione. Ma non è mai presa in considerazione la dimensione della domanda “dove si crea lavoro?”. In assenza di questo, la decontribuzione, che già in passato ha ricevuto critiche competenti rispetto alla sua efficacia, può diventare un gioco a somma zero, a scapito dell'occupazione maschile.

Altro elemento di perplessità è che il discorso che articola la strategia rischia di essere fuori dal tempo. L’impatto della pandemia non è contemplato. E, sarà che è ancora presto per capire come la ripresa si distribuirà tra i generi, ma fa riflettere l'omissione dal discorso del lavoro non subordinato – atipico, precario, freelance, insomma non standard, comunque lo si voglia chiamare – che resta un grande assente, insieme alle sue condizioni, alle paghe basse, all'assenza di tutele.

Sarebbe il caso di ripartire da qui, e di proporre, intersecando genere e povertà, misure universali che avvantaggiano anche (e soprattutto) le donne, come il salario minimo e la pensione di base.

Ancora prima delle possibili proposte, relegare la strategia di genere in un settore a sé – le politiche per le donne – e confidare nel funzionamento di micro-incentivi individuali come se la parità fosse separata dal contesto generale, non ci sembra un approccio che sul lungo termine e ad ampio spettro possa funzionare davvero.

Note

[1] L’espressione dual earner-dual carer è stata usata per la prima volta da Janet C. Gornick per sottolineare come il dual earner model poggi sulla premessa del dual carer, premessa che la strategia europea dell’occupazione degli anni '80 e '90 non aveva certo in mente. La letteratura degli ultimi dieci anni ha adottato questo termine perché aiuta a sottolineare che c’è bisogno di coinvolgere i maschi nella cura, che la conciliazione deve diventare condivisione. 

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