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speso bene

Foto: Unsplash/ Priscilla Du Preez

Padri: quanto costerebbero due mesi di congedo obbligatorio in un paese dove i giorni di paternità sono ancora pochissimi e poco utilizzati

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In Spagna, come in Italia, la crisi economica e un modello tradizionale di assistenza hanno pesato soprattutto sulle donne. Tre economiste si sono chieste cosa accadrebbe con un cambio radicale di prospettiva, adottando il modello svedese

Politiche di pari opportunità, parità di genere e protezione sociale sono le sfide che il nuovo Parlamento europeo avrà il compito di affrontare nei prossimi mesi. Ne parliamo con Ruth Paserman, che ha seguito da vicino l’iter del Pilastro sociale europeo

In  uno degli ultimi romanzi di Camilla Läckberg, celebre giallista svedese, la protagonista, una scrittrice, si lamenta perché il marito ha preso quattro mesi di congedo parentale per permetterle di finire un libro ma non riesce a dedicarsi totalmente alla cura della figlioletta come lei aveva fatto nei primi mesi di vita della bambina. Nonostante le migliori intenzioni, il neo-padre continua ad appassionarsi veramente solo al suo lavoro lasciando la piccola alle cure occasionali di colleghe e colleghi (siamo in Svezia).

Può darsi che la Läckberg, attenta a compiacere le sue lettrici, abbia esagerato un poco per rappresentare una lamentela comune alle madri svedesi che, nonostante le possibilità di congedo concesse ai  padri, continuano a sentire su di sé il peso di essere le vere responsabili della cura dei figli. Certo è che le madri italiane questo problema non ce l’hanno.

Non che sulla carta qualche possibilità non sia offerta anche ai padri italiani. Quelli che hanno un lavoro dipendente nel settore privato dispongono, secondo l’ultima legge di bilancio 2019, di 5 giorni di congedo obbligatorio entro i primi cinque mesi dal parto, remunerati al 100 per cento a carico dell’Inps, ma stentano a prendere anche quelli. Gli ultimi dati disponibili ci dicono che nel 2017, quando i giorni di congedo di paternità obbligatori erano due, ne hanno usufruito 107mila padri, un numero che non corrisponde nemmeno a un quarto delle nascite di quell’anno e quindi probabilmente molto inferiore a quello dei padri che ne avrebbero avuto diritto. “Obbligatorio” infatti resta una parola vuota in assenza di qualunque sistema di controllo di cui per ora non esiste traccia e che probabilmente dovrebbe mettere in comunicazione anagrafi e Inps. 

Ancora peggio sono i dati relativi ai padri che hanno usufruito dei giorni di congedo facoltativo a loro riservati. Anche il numero di questi giorni, come quelli del congedo obbligatorio, in Italia varia da un anno all’altro a discrezione di chi stende la legge di bilancio, e questo già la dice lunga sulla priorità che il legislatore assegna al coinvolgimento maschile nelle cure genitoriali. Nel 2015 i giorni facoltativi  erano due, nel 2016 uno, nel 2017 nessuno, nel 2018 e nel 2019 ancora uno, ma da scalare dal congedo della madre. Comunque questa possibilità non viene spesso colta. Nel 2015, ultimi dati che abbiamo trovato, ne hanno usufruito solo 9.500 padri. 

Non dobbiamo perciò entusiasmarci troppo per la direttiva approvata pochi giorni fa dal Parlamento europeo. La direttiva porta a due settimane, remunerate almeno come nel caso di malattia, il congedo obbligatorio dei padri, quindi aggiunge una settimana piena alla situazione attuale. La direttiva tocca anche il congedo parentale, che in Italia i genitori possono prendere fino ai 6 anni di età del bambino/a. La durata massima del congedo parentale è definita per la coppia nel suo insieme e in Italia è attualmente di 10 mesi, con un massimo per ciascun genitore di sei mesi. Qualora però il padre prenda il congedo per almeno tre mesi, anche frazionato, il numero complessivo di mesi sale a 11, con un mese di “bonus” non trasferibile per incoraggiare i padri. La direttiva europea ora approvata estende il bonus a due mesi.  Del resto il suo scopo dichiarato è quello di “incoraggiare una più equa ripartizione delle responsabilità di assistenza tra uomini e donne, nonché per consentire un'instaurazione precoce del legame tra padre e figlio”. 

Entro tre anni gli stati membri della Ue devono trasformare la direttiva in legge all'interno del proprio paese. Ed è in questa trasformazione che sta il problema, perché grande è la libertà lasciata ai singoli stati (e anche così 82 membri del Parlamento europeo hanno votato contro).

Per quanto riguarda il congedo obbligatorio di paternità non è stabilito entro quanti mesi dalla nascita il padre ne può godere né se debba essere preso in modo continuativo o frazionato. Per quanto riguarda il congedo parentale usufruibile fino a un'età del bambino non superiore agli 8 anni, si raccomanda che la retribuzione non sia scoraggiante, ma non viene posto nessun limite inferiore. Sappiamo invece che, al di là dei vincoli culturali e delle resistenze individuali, uno dei grandi ostacoli alla richiesta di congedo da parte dei padri è la perdita per la famiglia di una parte della fonte principale di reddito che è generalmente lo stipendio maschile. In Italia la decurtazione per il congedo parentale è del 70 per cento e quindi non desta sorpresa che i padri siano solo il 18,4 per cento dei beneficiari.[1] 

Calmiamo dunque gli entusiasmi ma riconosciamo anche che questa direttiva e la discussione che accompagnerà la sua trasformazione in legge italiana ci offrono una grande occasione per far partire una campagna seria per la condivisione delle cure genitoriali. Abbiamo troppe volte ricordato i benefici di un congedo lungo e obbligatorio anche per i padri: consolidamento di un rapporto diretto tra padri e figli, cambiamento degli stereotipi di genere, un aiuto concreto per le madri che vogliono tornare al lavoro dopo il parto, minore discriminazione di cui ora sono vittime le donne in età fertile al momento dell’assunzione. Se anche gli uomini devono prendere un congedo lungo quando diventano padri, ci sono meno motivi per preferirli.

In Italia ci possiamo aspettare che la discussione ancora una volta rifuggirà dall’affrontare direttamente la vera questione che tutti i partiti eludono: che tipo di famiglia vogliamo per il nostro paese? Vogliamo una famiglia paritaria dove lavoro pagato e non pagato sono equamente divisi? Una famiglia dove il lavoro pagato delle donne è un extra limitato nel tempo e nel contributo al reddito famigliare? O una famiglia dove le madri stanno a casa a fare i figli (e la fame perché un reddito solo raramente basta)? Il problema esplicitamente non viene mai affrontato e possiamo aspettarci che sarà eluso anche questa volta, nascondendosi dietro le questioni meramente economiche e i vincoli di bilancio. Ma sarebbe invece utile abbracciare la strada coraggiosa che ha preso la Spagna: condizioni esattamente uguali per madri e padri, nel tempo e nella retribuzione in nome di una vera famiglia paritaria. Forse allora usciremmo dalla trappola di avere simultaneamente tassi di fecondità e di occupazione femminile tra i più bassi di Europa.

Non vogliamo dire che i vincoli di bilancio siano irrilevanti. Anzi, a questo proposito abbiamo tentato un calcolo di quanto costerebbero due mesi (e non 10 giorni) di congedo di paternità obbligatori. Abbiamo fatto un calcolo molto approssimativo (“sul retro di una busta” dicono gli economisti) sui dati del 2018, quando sono nati 449mila bambini. Abbiamo supposto che la percentuale dei padri con un lavoro dipendente sia la stessa che esiste tra tutti gli uomini della fascia di età 25-54 anni, cioè il 58 per cento (dati Eurostat). Quindi se avessimo dovuto pagare due mesi di stipendio al 58 per cento dei padri dei 449mila bambini nati nel 2018, senza fare distinzione tra stranieri e italiani, al salario medio lordo di 18mila euro l’anno il costo sarebbe stato inferiore agli 800 milioni o comunque inferiore, tenendo conto di un ampio margine di errore, a un miliardo l’anno. 

Una cifra elevata, certamente, ma molto minore di quanto costerà la famosa quota 100. E con molti vantaggi in più per il futuro del paese.

Note

[1] Il Bilancio di Genere per l’esercizio finanziario, Ministero dell’Economia e delle Finanze, 2017, p.42

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