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Violenza, servono dati
e politiche adeguate

Foto: Unsplash/ Pablo Merchán Montes

Troppo spesso dimenticata dai governi o non affrontata adeguatamente, la violenza sulle donne rappresenta una delle più grandi violazioni di diritti umani nel mondo. Ma in Italia mancano ancora dati e politiche adeguate

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Presente in tutti i paesi, indipendentemente dal livello di sviluppo socio-economico, la violenza di genere resta una delle più comuni e pervasive forme di violazione dei diritti umani.

Secondo le statistiche, nel mondo una donna su tre è stata vittima di una qualche forma di violenza nella sua vita. Tuttavia, nonostante questa diffusione persistente in tutti i paesi e in tutti i contesti - da quello lavorativo a quello domestico - i governi e le istituzioni non sembrano aver compreso appieno la portata del fenomeno. Relegato spesso ad argomento marginale, delegato ai ministeri per le pari opportunità o a commissioni ad hoc, la violenza non risulta essere mai un argomento centrale nella pianificazione politica. Ma a cosa si devono queste mancanze? 

Storia di una definizione

Il contrasto alla violenza di genere è un tema recente nelle agende internazionali, anche per questo la comunità globale non ha ancora raggiunto un livello di sensibilità tale da accelerare misure specifiche efficaci.

Nella Convezione per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne (Cedaw) del 1979, il primo e più importante documento sulla tutela dei diritti delle donne, non vi è alcun riferimento specifico alla violenza di genere. Per la prima definizione di violenza come atto discriminatorio basato sul genere si dovrà attendere il 1992, grazie alla raccomandazione del comitato atto a sorvegliare l’implementazione della convezione.

L’anno successivo l’assemblea generale delle Nazioni Unite adotterà la Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne che definisce la violenza come “atto fondato sul genere”. La dichiarazione contiene anche altre importanti innovazioni, quali l’inclusione nel novero delle forme di violenza della violenza psicologica e il riconoscimento della violenza non più come un fatto privato, ma come fatto pubblico, specificando che le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà devono essere contrastate sia che avvengano nella vita pubblica che nella vita privata.

La violenza sulle donne come violazione di diritti umani

Si dovrà attendere il 2011 perché gli stati europei decidano di dotarsi di un proprio impianto normativo “autonomo” rispetto a quelli formulati in sede internazionale. Così, dopo un lungo processo di negoziazione, viene redatta la Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e il contrasto alla violenza nei confronti delle donne e alla violenza domestica, meglio conosciuta come Convenzione di Istanbul.

Questo documento sottolinea la natura della violenza di genere come violazione dei diritti umani e rintraccia nelle radici della disuguaglianza tra uomini e donne la sua causa.

Dunque, secondo quanto emerge dal quadro normativo internazionale, la violenza contro le donne ha le seguenti caratteristiche: è un atto fondato sul genere, di natura psicologica o fisica, rappresenta una violazione dei diritti umani e come tale deve essere perseguita da un ente terzo.

Secondo questo assetto normativo, lo stato è il primo responsabile della lotta alla violenza. Allora perché i singoli paesi non si assumono questa responsabilità? E qual è la situazione in Italia? 

I tempi lunghi dell'Italia

L’Italia ha ratificato la Convenzione di Istanbul il 10 settembre 2013 e la convenzione è entrata in vigore il 1 agosto 2014. Da allora, non sembra essere cambiato molto. Il primo rapporto del Grevio (Group of experts on action against violence against women and domestic violence) sull’Italia, pubblicato a gennaio 2020, dà un giudizio generale molto tiepido sul nostro paese, sottolineando che le azioni contro la violenza di genere incontrano ancora molte resistenze.

In primo luogo, si denuncia la mancanza di un approccio multisettoriale e multilivello, che includa i settori della salute, dell’educazione e della giustizia e che consenta un’azione coordinata che coinvolga gli operatori dei vari settori, dalle istituzioni alle Ong ai centri di accoglienza.

La situazione sarebbe da ricollegarsi direttamente alla mancanza di finanziamenti adeguati atti a porre in essere queste politiche, la cui natura precaria rende impossibile l’attuazione di progetti a lungo termine.

In secondo luogo, il rapporto ricorda l’importanza di adottare misure complementari ispirate a un approccio fondato sui diritti umani, centrato sulla dignità delle donne e che possa colmare le lacune nei servizi di supporto specializzati per le vittime di violenza sessuale, ad esempio istituendo centri di accoglienza per le vittime di stupro o di violenza sessuale.

Il rapporto sembra ricondurre il ritardo italiano nell’implementazione della Convenzione di Istanbul a un fattore socio-culturale. D'altronde il "rapporto ombra" della società civile per il Grevio denunciava la presenza in Italia di “un substrato culturale caratterizzato da profondi stereotipi sessisti e diseguaglianze tra i generi, oltre che pregiudizi nei confronti delle donne che denunciano situazioni di violenza, cui ancora si tende a non credere.

Stereotipo confermato di recente da un servizio della Rai che alla vigilia della giornata internazionale sull’eliminazione della violenza di genere ha mandato in onda un tutorial in cui si “insegna” alle donne come fare la spesa in minigonna e tacco dodici in tempo di pandemia.

Inoltre, nel documento si evidenzia la tendenza a reinterpretare e riorientare la nozione di parità di genere in termini di politiche per la famiglia e la maternità. Infatti, durante il periodo coperto dal rapporto, 2014-2019, i governi hanno sempre agito attraverso l’azione del Ministero delle Pari opportunità con iniziative di corto respiro da attuare in funzione ancillare rispetto ai programmi sulle politiche della famiglia.

Quindi, benchè l’introduzione di leggi innovative quali, ad esempio, l’adozione di congedi speciali retribuiti per le lavoratrici vittime di violenza di genere e a sostegno agli orfani delle vittime o nuove norme in materia di stalking sia un segnale positivo, permane una sostanziale distanza tra l’applicazione de iure e de facto della convezione. 

Pandemia nella pandemia

La pandemia da Covid19 ha reso più visibili tutti i limiti delle politiche di contrasto alla violenza sulle donne, accentuandone le conseguenze negative a tal punto che questa è stata rinominata “la pandemia nella pandemia” o la “pandemia ombra”.

Secondo i dati di UNWomen, le misure di lockdown hanno fatto emergere questo fenomeno sotterraneo e ovunque le richieste di aiuto sono aumentate di almeno il 30%. I paesi sono stati colti impreparati e le misure messe in atto sono risultate spesso tardive e insufficienti.

In particolare, per quanto riguarda la possibilità di offrire alloggio alle vittime di violenza e ai loro figli, altrimenti costretti in casa con partner e genitori violenti. Salvo alcune eccezioni virtuose, come ad esempio la Francia che ha messo a disposizione per le vittime stanze di albergo, o la Gran Bretagna che ha sviluppato un’app chiamata Bright Sky per aiutare le donne in difficoltà, le azioni degli stati, palesando una mancanza di coordinazione ed efficacia, hanno indirettamente denunciato la mancanza di un “piano pandemico” specifico per la violenza, che doveva essere integrato nella risposta sanitaria.

L’Italia, al pari di altri paesi, si è fatta cogliere impreparata per quanto riguarda l’aspetto relativo alle violenze di genere nei contesti emergenziali. 

Poposte per stare al passo

Tuttavia, vi sono dei segnali incoraggianti. Infatti, il cosiddetto piano Colao” (che il comitato di esperti coordinato da Vittorio Colao per il governo ha presentato a giugno 2020 per un rilancio dell'Italia, ndr), racchiude una serie di raccomandazioni che mirano a definire una strategia volta a promuovere la “parità di genere e l'inclusione” per il futuro del nostro paese. Prendendo atto dell’alto livello di disuguaglianze di genere presenti sul territorio, il piano promuove lo sviluppo di un welfare inclusivo, con strumenti mirati per la protezione dei minori, con misure specifiche relative alla lotta alla violenza di genere.

Per quanto riguarda infanzia e adolescenza, il comitato ha formulato interventi puntuali per proteggere i minori vittime di violenza, con misure generali volte al supporto psicologico e specifiche quali l’istituzione della “dote educativa”.  

Per le donne vittime di violenza invece si punta al rafforzamento dell’indipendenza economica, attraverso l’istituzione del reddito di libertà, l’accompagnamento all’inserimento nel mondo del lavoro e il rafforzamento del numero dei centri anti-violenza. Tuttavia, il piano, sicuramente innovativo, non è altrettanto esaustivo e non sembra essere stato recepito dalle istituzioni.

Per l’Italia sarebbe fondamentale uscire dall’impatto settario che vede la violenza di genere declinata a sotto-argomento trattato dai ministeri per le pari opportunità o da commissioni create ad hoc. Ad oggi il lavoro della commissione al Senato contro il femminicidio affronta solo gli aspetti “estremi” della questione, il femminicidio appunto, oppure la criminalizzazione delle condotte, senza impegnarsi concretamente sulle azioni necessarie per creare un contesto efficace di contrasto alla violenza quotidiano.

Aspetti che, sia chiaro, risultano essere di vitale importanza, ma devono essere inseriti in un progetto più ampio, poiché rappresentano solo, come si dice, la punta dell’iceberg. Infatti, bisognerebbe innanzitutto partire dal contrasto al concetto di mascolinità tossica e trovare nuove strade per affrontare questo fenomeno.  

Serve un approccio olistico infra e intra settoriale che coinvolga l’operato di più ministeri, adottando una vera e propria prospettiva di genere. Questo risulta fondamentale soprattutto alla luce della presentazione dei piani nazionali per il recovery fund, occasione unica nella storia per ripensare un modello di società più inclusivo, con specifico riferimento all’indipendenza economica delle donne e l’empowerment femminile, fattore cardine nella lotta alla violenza di genere.

Finché donne esperte in materia non saranno coinvolte nella cabina di regia (come denunciato da 20 associazioni di donne che si occupano di diritti delle donne) non sarà possibile ottenere risultati concreti.

Dati e politiche basati sull'evidenza

Tutto questo non sarà possibile senza un ricorso massiccio e razionale all’uso dei dati. In Italia infatti si denuncia la disomogeneità nella raccolta di informazioni relative alla violenza, da cui consegue la sostanziale impossibilità di disegnare politiche basate su dati affidabili.

Questo perché manca uno studio approfondito dei dati e delle evidenze scientifiche. Il lavoro che ho intrapreso con la commissione della rivista Lancet contro la violenza di genere e il maltrattamento dei giovani va in questa direzione. Questo gruppo indipendente di ricerca mira a raccogliere evidenze sull’impatto che violenza di genere ha sugli stati e sulle società. In particolare, la commissione indaga gli effetti socio-economici del fenomeno partendo da un dato, il costo così chiamato della “mancata azione sulla violenza” (cost of inaction).

Ancora una volta, quindi: la violenza di genere va inserita in una prospettiva più ampia.

La violenza non è fenomeno transitorio e circoscritto. Pervade le nostre società e a oggi rappresenta una delle violazioni dei diritti umani più dimenticate e uno dei maggiori ostacoli al raggiungimento dell’uguaglianza tra uomini e donne.

Come affermato nella Convenzione di Istanbul e nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, l’uguaglianza tra uomini e donne è la precondizione per il rispetto di tutti i diritti umani. La pandemia ha reso evidente questo aspetto e la necessità di una società più giusta e inclusiva.

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