Da Antigone e Cassandra a Marilyn Monroe, la storia è piena di donne che sono state messe a tacere. Il libro-inchiesta di Hélène Frappat, Gaslighting. Contro la manipolazione, dischiude i meccanismi usati dal patriarcato per silenziare la voce delle donne, che arrivano fino al presente delle fake news e della negazione della realtà nei nuovi autoritarismi globali
Non conoscevo Héléne Frappat prima che un’amica mi mostrasse, con l’aria di chi ha tra le mani qualcosa di speciale, un libro uscito qualche mese fa in Italia: Gaslighting. Contro la manipolazione (Neri Pozza, 2024). “È costruito come un’indagine” mi dice “anzi, come un’inchiesta che indaga su un crimine che si è ripetuto e si ripete, quello di far sparire le donne, di farle evaporare dalla storia facendole passare per pazze”.
Un tema classico, ho pensato, e classiche, infatti, sono le figure di “non credute” che, capitolo dopo capitolo, Frappat sceglie per la sua indagine: Alice, Elena, Cassandra e Antigone. Tutte figure su cui esiste una sterminata bibliografia femminista. La novità contenuta in questo libro è quella di presentare la tradizionale “arte di far tacere le donne” (questo il sottotitolo dell’edizione originale) attraverso una parola, gaslighting, che è “emersa come identificativa del nostro tempo”, tanto da essere designata nel 2022 dal dizionario americano Merriam-Webster, “parola dell'anno”. Perché?
Gaslight è un film del 1944 diretto da George Cukor (Angoscia nella versione italiana). Nella pellicola, la protagonista, interpretata da Ingrid Bergman, viene progressivamente portata alla follia dal marito, che altera la luce a gas della casa per poi negare ogni cambiamento, insinuando nella moglie il dubbio su ciò che percepisce. Da allora, il termine è diventato metafora di una dinamica abusante, di un meccanismo manipolatorio in cui l’aggressore induce l’altro o l’altra a dubitare di sé, della propria percezione della realtà e perfino della propria sanità mentale.
Ricostruendo i meccanismi attraverso cui l’ordine del discorso patriarcale ha silenziato la voce delle donne nella storia, Frappat mostra le analogie con il progressivo stato di afasia verso cui è portata l’intera società dai nuovi autoritarismi globali attraverso la sistematica negazione della realtà e il rovesciamento della verità.
“È legittimo” si chiede l’autrice “stabilire una continuità tra il gaslighting che si trama nella camera da letto del film di Cukor e la sua estensione planetaria? La post-verità e i suoi avatar – primo fra tutti il ‘post-fascismo’ italiano – sono le forme contemporanee di un gaslighting che mira a far credere agli elettori che la verità, sia storica che politica, non esiste? Che grazie alla magia di un prefisso, il fascismo – puff! – sia svaporato?”.
Seguendo la trama del film di Cukor e di altri “Gaslight movies” (interessante scoprire questa produzione hollywoodiana), Frappat analizza nel dettaglio le strategie utilizzate dai manipolatori per esercitare il gaslighting. Tra queste, la negazione è la prima mossa: il manipolatore rifiuta di riconoscere la realtà dei fatti, sostenendo che l’altra abbia frainteso o inventato la situazione.
Segue la minimizzazione, ovvero la svalutazione delle emozioni e delle percezioni altrui, reinterpretate come eccessive, frutto di una sensibilità e di un’immaginazione fuori controllo. Un altro elemento chiave è il capovolgimento della colpa, in cui il manipolatore inverte le responsabilità, facendo sentire la propria interlocutrice colpevole di ciò che in realtà sta subendo. Infine c'è il silenziamento, ovvero il sistematico annullamento della voce dell’altra attraverso il ridicolo, l’isolamento o la squalifica delle sue parole. Uno schema non proprio insolito nelle relazioni uomo-donna, a livelli diversi e con gradi diversi di pervicacia ed efficacia.
Passando dalla casa senza luce della protagonista del film di Cukor alle stanze del potere super illuminate, Frappat mostra la continuità su larga scala di un potere che si regge sulla capacità di distorcere la verità liberandosi dei fatti e, soprattutto, delegittimando con apparente nonchalance gli oppositori. Un sistema di comunicazione che lavora per rendere indistinguibile il reale dall’illusorio, o per cancellare il sistema condiviso di validazione della verità di una notizia o di un punto di vista, crea la condizione perfetta per l’espansione del potere autoritario.
Frappat riprende un articolo pubblicato sul quotidiano britannico The Guardian da Rebecca Solnit, dove l’autrice a cui dobbiamo l’invenzione dell’espressione mansplaining afferma: “tutto quello che avevo bisogno di sapere sull’autoritarismo l’ho imparato dal femminismo, e più precisamente dall’occhio acuto del femminismo quando si tratta di controllo coercitivo e di abusatori maschi”.
Uno dei riferimenti filosofici più importanti nel libro è Hannah Arendt. Frappat riprende il pensiero della filosofa tedesca sul totalitarismo e le riflessioni sull’uso della menzogna in politica, in epoca Watergate, sulla New York Review of Books. In questo saggio, uscito nel 1972, Arendt prende in esame le affinità e le differenze fra la menzogna tradizionale – il mentire per ragion di stato – e la deliberata falsificazione dei fatti, prevedendo più di 50 anni fa uno degli esiti possibili della società della comunicazione.
E proprio in relazione allo scandalo del Watergate, Frappat racconta la storia di Martha Mitchell, moglie del procuratore generale di Richard Nixon, John Mitchell, che rivelò pubblicamente sui giornali, in televisione, davanti a una commissione d’inchiesta, che la Casa Bianca era responsabile dell’irruzione negli uffici del Watergate.
Come ogni Cassandra, anche Martha Mitchell (soprannominata dalla stampa, non a caso, ‘Martha the Mouth’) fu ridicolizzata, e poi rapita, rinchiusa, picchiata, drogata, chiamata pazza, internata, e infine ripudiata dal marito, dalla figlia e dai parenti, che la abbandonarono quando si ammalò gravemente. Una storia che si ripete e che si è ripetuta, che si innesta sulla facilità con cui è stato possibile nella storia mettere a tacere le donne, privarle della loro credibilità, attraverso strategie che mirano a ridicolizzarle.
Frappat ripercorre velocemente le genealogie del silenzio e dell’esclusione sociale delle donne legando alcuni topos culturali – classici, appunto – ad esempio tratti dalla cronaca e dalla cultura pop. Con fare deciso passa dalla teoria aristotelica che squalifica la voce femminile, troppo acuta e perciò inferiore, o a quella freudiana sull’isteria, alla storia della pop star americana Britney Spears, privata del diritto di godere autonomamente del reddito generato dal suo lavoro, a quella di politiche come Angela Merkel o Hillary Clinton, a cui non sono stati risparmiati attacchi misogini in risposta al loro prendere parola e mostrare autorevolezza sulle cose del mondo e della politica.
Il femminismo ha messo argini a tutto questo, ma evidentemente il sessismo ha radici più antiche e sbuca un po’ dappertutto, nei rapporti personali, professionali, in quelli politici. Per questo il gaslighting, scrive Frappat, è “una macchina da guerra spaventosamente efficace, eppure non è invincibile”.
L’indagine portata avanti nel libro smaschera il colpevole: la protagonista del film di Cukor scopre i meccanismi con cui il marito ha ridotto la sua capacità di pensare, di muoversi, di uscire di casa. È costretta a riconoscere che “niente era vero” in quel legame in cui si è persa e in cui rischiava di perdere tutto, ma riesce a sottrarsi quando riesce a riderne, a conquistare una distanza.
Il libro si chiude con una celebrazione dell’ironia, straordinario strumento della politica femminista. Ma l’ironia può bastare? Se la tesi del libro è vera, se l’intera società è alle prese con un sistema mediatico aggressivo che produce un gaslighting generalizzato, possiamo accontentarci di ridere? Forse possiamo ridere di fronte alla restaurazione nostalgica di un ideale di mascolinità dominante, con tanto di toni vittimistici, ma certo non dei suoi effetti, primo fra tutti la risoluzione violenta e guerresca di ogni conflitto, anche di quelli che non hanno motivo di esistere.
Non è un caso che tutto ciò che mette in questione il suprematismo bianco sia al centro degli attacchi dei nuovi autoritarismi, e non è un caso che questi attacchi vengano portati avanti con una mistificazione della realtà che – dobbiamo dirlo – lascia senza parole, anche e soprattutto per quello che ne deriva.
Il femminismo è riuscito a creare una politica capace di interrompere l’ordine patriarcale del discorso, è stato capace di generare una libertà inedita nella storia, di autorizzare la supposta pazzia delle donne come contraccolpo ma anche come resistenza, come desiderio, come una lingua altra in cerca di parole per dirlo.
Frappat cita le scritte femministe sui muri (“on vous croit”, vi crediamo), che hanno messo un argine alla vittimizzazione secondaria di cui spesso le donne sono oggetto per mano della stampa, della politica, dei sistemi giudiziari. È un bell’esempio di come le parole possano ridisegnare una città e un intero sistema.
Eppure, di fronte a tutto quello che sta succedendo nel mondo, oggi, dobbiamo riconoscere la sproporzione della violenza materiale e simbolica. La vediamo, la vediamo perfettamente: i nuovi gaslighter ci lasciano senza parole non perché non ne riconosciamo le manipolazioni, ma perché fatichiamo a trovare le parole per contrastarle e per evitare i disastri che provocano.
Dobbiamo riconoscere che fatichiamo a trovare le parole, che, come scrive la giornalista Paola Caridi riferendosi al genocidio in Palestina, il “nostro disagio è ridotto ai sussurri”. Ed è già qualcosa.
Per approfondire
Héléne Frappat, Gaslighting. Contro la manipolazione, traduzione di Marina Visentin, Neri Pozza, 2024