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Puntiamo
sulle donne

Foto: Unsplash/ rawpixel

Essere brave a scuola significa che vogliamo i nostri soldi e la nostra autonomia, che vogliamo scegliere se e come stare in una relazione di coppia, se e quando avere dei figli

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I convegni e gli eventi tutti al maschile non sono una prerogativa degli ambienti conservatori, ma anche di una classe accademica maschile convinta di incarnare il pensiero della sinistra. Il bicentenario di Marx ci offre uno spunto per riflettere e diversi esempi. Auguri Karl!

Il 2016 è stato un anno scandito da piccoli passi in avanti rispetto ai segni lasciati da una crisi che invece non accenna a retrocedere. Proviamo a tirare le fila e a lanciare un ponte per l’anno che verrà

Siamo brave a scuola. Essere brave a scuola significa che abbiamo un progetto: che vogliamo prendere il nostro posto fuori, nel mondo, che ci immaginiamo proiettate nello spazio pubblico e infatti l’avanzata delle donne è inarrestabile: siamo la maggioranza delle laureate, dei dottorati, sempre più ragazze studiano scienze; siamo astronaute, chef, pilotiamo arei, guidiamo le società e anche i camion, siamo scienziate, politiche, manager: facciamo cose che fino a qualche decennio fa nessuno avrebbe mai immaginato. Siamo sempre di più ad aprire imprese, e anche a guidarle, siamo in tante a produrre innovazione. Essere brave a scuola significa che vogliamo i nostri soldi e la nostra autonomia, che vogliamo scegliere se e come stare in una relazione di coppia, se e quando avere dei figli.

Eppure: la nostra autonomia viene considerata un vezzo e ostacolata dagli uomini con la violenza nelle case e le molestie sul lavoro, con condizioni di lavoro ingiuste: una su quattro perderà il lavoro con l’arrivo di un figlio, siamo i part time obbligati, siamo quelle che guadagnano meno a parità di lavoro, siamo quelle che faticano il doppio per vedersi riconosciuta la metà. Continuiamo a essere pensate come lavoratrici secondarie, e il lavoro delle donne viene visto molto spesso come una scelta che possiamo fare oltre e dopo il lavoro nelle case. 

Prima pulire, cucinare, badare e poi, in caso, lavorare. Questo meccanismo peggiora le condizioni di lavoro delle donne e va a scapito soprattutto delle donne con livelli di istruzione più basso e provenienti da contesti più poveri: se infatti lavora il 70% delle laureate, solo il 30% delle donne con licenzia media ha un lavoro. Mentre le lavoratrici migranti sono le più esposte alla violazione dei loro diritti e sono spesso più qualificate del lavoro che svolgono

Ma, quando la crisi ha picchiato forte le donne dei nuclei più fragili, quelle che portano sulle spalle da sole tutto il carico della cura familiare, quelle che hanno studiato meno, o quelle che hanno perso il lavoro quando sono diventate madri, loro sono quelle che si sono rimboccate le maniche e quando i loro mariti hanno perso il lavoro sono uscite a lavorare salvando le loro famiglie

Lo diciamo da tempo, per far ripartire l’Italia bisogna scommettere sulle donne e per scommettere sulle donne dobbiamo puntare sulle infrastrutture sociali, su quei servizi che garantiscono benessere agli individui, coesione sociale, e rappresentano una visione della società inclusiva che permetta a tutte e tutti di dispiegare il proprio potenziale e non solo a chi può comprare i servizi di cura nel mercato privato.

Oggi c’è chi contrasta questo cambiamento: uomini bianchi risentiti dalla loro perdita di potere, uomini che temono le donne. Chi è oggi al potere è portatore di un’idea della donna come subalterna “regina del focolare” al massimo decorativa, e questo è palese nel contratto di governo e nelle azioni che il governo sta mettendo in campo.

Le donne, oggi, sono quelle che hanno più da perdere, per questo sono capaci di opposizione. Oggi le donne  e tutti gli uomini che credono nel valore delle donne – hanno una battaglia da combattere. 

Ogni giorno con inGenere.it lavoriamo per proporre una visione di società basata sul benessere e l’inclusione; su una maggiore distribuzione del lavoro di cura tra uomini e donne; su un welfare universale che liberi il tempo delle donne e offra attenzione di qualità alle persone; che riconosca la professionalità delle operatrici del settore della cura; una visione che proponga misure per abbattere le discriminazioni e permettere a ognuna di noi, a prescindere dalla provenienza, dal colore, dalla religione e dall’orientamento sessuale di dispiegare il proprio potenziale e realizzare il proprio progetto di vita.

Molti cambiamenti sono già in atto nella società: bisogna raccontarli, accompagnarli, sostenerli.

Come donne dobbiamo essere consapevoli che non possiamo abbassare la guardia: dobbiamo monitorare, dobbiamo ribattere colpo su colpo chi non ci vuole protagoniste, dobbiamo fare un passo avanti, prendere la parola. Per noi, e per tutte. Buon otto marzo.

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