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Aborto libero
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Foto: Unsplash/Mikail Duran

La recente decisione americana di ribaltare la sentenza sul diritto all'aborto ha riaperto in Italia il dibattito intorno alla legge 194. Ma accontentarsi di non tornare indietro non basta più, per tutelare la salute delle donne bisogna guardare avanti

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In risposta al verdetto della Corte suprema degli Stati Uniti arrivato il 24 giugno 2022 di eliminare il diritto di aborto a livello federale garantito dalla sentenza del 1973 conosciuta col nome "Roe vs Wade", un coro di personalità di diversi schieramenti politici, attiviste e operatrici del settore hanno sottolineato la necessità per l’Italia di non fare alcun passo indietro e di continuare a difendere i diritti acquisiti, come quello dell’aborto.

Quando si parla pubblicamente di "non tornare indietro" molte e molti di coloro che usano questa formula fanno esplicito riferimento alla necessità di eseguire gli aborti in maniera che questi non mettano a rischio la salute della gestante da un lato, e all’urgenza di riconoscere l’autodeterminazione di ciascuna a prendere delle decisioni in maniera autonoma rispetto alle proprie intenzioni riproduttive dall’altro.

Queste parole fanno riflettere quando pensiamo alla situazione italiana, alla legge che regola l’aborto e al modo in cui viene applicata. Se le stime ministeriali sugli aborti che avvengono al di fuori dal contesto legale (stimati nel 2016 attorno al 13% circa di tutti gli aborti che si crede siano avvenuti in totale), sui viaggi da una regione o da una provincia all’altra per accedere al servizio e sui viaggi all’estero per abortire di chi non riesce ad ottenere assistenza in Italia non sono sufficienti a sottolineare come l’offerta attuale non incontri i bisogni delle donne che decidono di interrompere una gravidanza, possiamo guardare alla legge 194 e ai dati sulla sua applicazione per comprendere come in Italia un accesso puntuale, accogliente, non stigmatizzante e sicuro all’aborto sia in realtà ostacolato in diversi modi.

Cosa dice la legge 194

L’aborto è stato legalizzato in Italia proprio attraverso la legge 194 del 1978, una legge che tutela “la maternità responsabile”, e non la libertà di decidere per se stesse quando e se interrompere una gravidanza. La legge richiede un certificato o documento a firma di un medico o una medica solo per confermare l’intenzione – e quindi ottenere l’autorizzazione  a interrompere la gravidanza. Per legge, l’urgenza della procedura abortiva (sebbene definita dal Ministero della Salute una prestazione "non-differibile") viene quindi considerata l’eccezione al punto che si impone, altrimenti, un periodo di attesa obbligatoria di 7 giorni tra l’emissione del certificato e la possibilità di interrompere la gravidanza.

La legge identifica nel/la ginecologo/a l’unica figura autorizzata a eseguire la procedura, apre alla possibilità di obiezione di coscienza da parte del personale sanitario in maniera dedicata a questo specifico trattamento, impone limiti gestazionali per accedere al servizio che non sono supportati da alcuna evidenza clinica, dichiara l’impossibilità di interruzione dopo il primo trimestre in tutte quelle situazioni in cui il feto potrebbe risultare vitale, e impone una sanzione amministrativa a tutte le persone che interrompono la propria gravidanza al di fuori dei contesti autorizzati dallo stato, prevedendo sanzioni penali per chi le aiuta ad accedere alla procedura in questi contesti.

Come viene applicata la legge

Mentre l’associazione Luca Coscioni e le numerose realtà aderenti all’iniziativa Dati Bene Comune chiedono a ragione trasparenza e accessibilità ai dati raccolti dal Ministero della Salute in merito all’applicazione della legge e la raccolta di dati più interessanti per fotografare la situazione del servizio in Italia, dalla relazione ministeriale attuale sull’applicazione della legge possiamo comunque evincere, almeno in parte, come viene gestito l’aborto dalle strutture autorizzate.

Se l’alto tasso di obiezione di coscienza è il dato che più volte viene chiamato all’attenzione del pubblico per sottolineare la difficoltà di accesso ai servizi, ce ne sono altri che ugualmente dimostrano come l’accesso all’aborto in Italia sia ostacolato da una serie di fattori legali e procedurali.

Se pensiamo che questa legge e la sua applicazione proteggano per prima cosa la salute delle donne, e garantiscano la capacità di ciascuna gestante di decidere se quello sia un momento adatto nella propria vita per portare avanti una gravidanza, è sufficiente guardare a come sia la normativa sia il modo in cui è applicata risultino contrari alle raccomandazioni internazionali in merito all’interruzione di gravidanza. Prime tra tutte, le linee guida dell’Organizzazione mondiale di sanità (Oms, le ultime sono uscite nel 2022, ma l’Italia non seguiva nemmeno quelle del 2012 né l’aggiornamento del 2018). Nella legge e nella relazione ministeriale del 2022 in cui vengono presentati i dati del 2020, notiamo invece subito alcune criticità.

Le raccomandazioni dell'Oms

Per prima cosa, l’Oms considera l’aborto una procedura sicura in generale, se eseguita secondo poche ma chiare linee guida che includono, tra le altre, la necessità di non ritardare l’accesso rispetto alla richiesta di intervento (i rischi per la salute sono pochi ma aumentano con l’aumentare dell’età gestazionale, senza contare che anche i rischi per la salute provocati dalla gravidanza in corso aumentano con l’aumentare dell’età gestazionale), la necessità di applicare tecniche innovative e all’avanguardia, proprio per ridurre al minimo i rischi, e di abbandonare metodi considerati rischiosi rispetto agli altri a disposizione, e la necessità di garantire un’assistenza adeguata da parte di personale, non necessariamente medico, formato allo scopo.

Sulla base di questi principi, la stessa Oms considera un ostacolo, e quindi potenzialmente pericoloso per la salute, il periodo di attesa obbligatorio, una misura che si dimostra onerosa e problematica anche per gli operatori e le operatrici sanitarie coinvolte nell’assistenza all’aborto, e considera che l’aborto sia sempre più sicuro se effettuato al più presto. Inoltre definisce il raschiamento una pratica poco sicura rispetto alle altre disponibili, al punto da definirlo incompatibile con il diritto umano alla salute, e, nelle ultime raccomandazioni, sottolinea come l’aborto farmacologico possa essere effettuato in sicurezza in ambienti non clinici con l’assistenza, anche in telemedicina, di personale non-medico opportunamente formato.

L'importanza del tempo

Se confrontiamo queste raccomandazioni con la situazione italiana ci accorgiamo che, non solo la legge impone pratiche che espongono a maggiori rischi (per esempio il periodo di attesa obbligatorio), ma anche che l’applicazione non tiene conto di queste raccomandazioni.

Per esempio, la relazione ministeriale ci mostra come, nel 2020, il 75% dei certificati rilasciati per accedere alla procedura non certifichi l’urgenza, negando di fatto la possibilità di ottenere un aborto prima di 7 giorni dal rilascio dello stesso. Notiamo, inoltre, che in più di 10.000 casi sui 66.413 totali, il periodo di attesa tra il certificato e la procedura è stato maggiore di 15 giorni e in più di 2000 casi addirittura maggiore di 28 giorni.

Metodi di interruzione

Per quanto riguarda i metodi utilizzati per interrompere la gravidanza, è chiaro che la situazione sia molto diversa da regione a regione. Dalla relazione si evince che nell’8,6% dei casi totali è stato usato il raschiamento, a dimostrazione del fatto che più di 5000 volte nel 2020 delle donne incinte sono state sottoposte ad un metodo abortivo che, come detto, l’Oms considera, non solo poco sicuro, ma anche contrario al diritto umano alla salute.

Il metodo farmacologico più efficace per interrompere la gravidanza, come da letteratura, è l’assunzione combinata di mifepristone (noto col nome di RU486) e prostaglandine (misoprostolo nella maggior parte dei casi). Questo metodo è stato utilizzato in Italia solo nel 31,9% dei casi totali, con enormi differenze regionali. Nonostante il numero sia aumentato rispetto agli anni precedenti, non dobbiamo dimenticare che il 2020 è stato l’anno in cui è scoppiata la pandemia di Covid-19, che ha colpito l’Italia in maniera particolarmente pesante, e che ha messo a dura prova i servizi di salute e le operatrici e operatori sanitari in generale.

Nonostante ciò, l’accesso al metodo abortivo farmacologico, che in molti paesi si è dimostrato particolarmente efficace per rispondere alle esigenze personali di interrompere la gravidanza durante la pandemia da un parte, e alle esigenze di salute pubblica di agevolare percorsi meno medicalizzati, meno accessi ai servizi di salute, meno impegno per medici e mediche già oberate da una situazione sanitaria complessivamente difficile dall’altra, non è stato agevolato in maniera particolare, come più volte denunciato da operatrici del settore e attiviste e dimostrato dai dati.

L'autodeterminazione riparte dall'aborto farmacologico

Il metodo farmacologico non risponde alle esigenze di tutte, ma affichè l’aborto sia veramente accessibile, la sua disponibilità deve essere evidente e agevolata, e non ostacolata da barriere clinicamente inutili, soprattutto dopo l’esperienza del periodo acuto della pandemia.

Nello stesso periodo in cui in Italia gli aborti effettuati sono stati per il quasi 70 % strumentali o chirugici, nel Regno Unito il totale degli aborti farmacologici ha raggiunto l’85%, in Francia il 72%, complice il fatto che entrambi i paesi hanno introdotto un regime di aborto in telemedicina, ovvero dando la possibilità di una consultazione telefonica o da remoto nella maggior parte dei casi per gli aborti del primo trimestre, seguita da un’assunzione autonoma dei farmaci abortivi da parte della paziente con la possibilità di assistenza da remoto (e in presenza, se ritenuta necessaria) durante tutto il percorso.

Un regime ormai considerato da abbondante letteratura scientifica come efficace, apprezzato e sicuro, e avvallato recentemente proprio dall’Oms. In riferimento allo stesso 2020, alcune organizzazioni internazionali che appoggiano l’aborto augestito attraverso farmaci abortivi (noto con il nome inglese di self-managed abortion), come Women Help Women e Women on Web, hanno dichiarato e pubblicato dati che dimostrano l’aumento di richieste d’aiuto da parte di persone residenti in Italia, che per motivi diversi, avevano difficoltà a rivolgersi ai servizi o a ottenere un aborto entro i limiti imposti per legge.

Pensare alla salute significa andare avanti

Quella che abbiamo di fronte è una situazione in cui l’accesso all’aborto come procedura disponibile, sicura e rispettosa dei diritti, inclusi quelli alla salute e all’autodeterminazione, non è necessariamente garantito a livello nazionale.

È una situazione in cui le operatrici e gli operatori lavorano secondo standard molto diversi a seconda della struttura, provincia o regione in cui si trovano, a volte facendo grandi sforzi, ma rimanendo in un quadro di legge incompatibile con un servizio davvero apprezzabile da chi ne ha bisogno.

È una situazione in cui l’estensione alle infermiere o alle ostetriche della responsabilità della procedura, anche da remoto, una pratica ampiamente diffusa in altri paesi europei, è vietata per legge.

Una situazione in cui si condannano pubblicamente gli aborti clandestini come situazioni pericolose di fronte ad una letteratura scientifica fiorente sulla sicurezza della procedura abortiva anche al di fuori dei termini di legge, se eseguita secondo i protocolli ora avvallati dall’Oms, e si punisce chi ne fa uso.

È stato ampiamente dimostrato che punire chi interrompe la propria gravidanza e criminalizzare chi offre sostegno non diminuisce il ricorso agli aborti clandestini, li rende solo più insicuri, sia in termini di salute (per esempio ritardandone l’accesso) che giudiziari. È stato inoltre dimostrato che chi ricorre a un aborto illegale lo fa per diverse ragioni, che includono l’impossibilità di recarsi nei servizi dedicati, situazioni di vulnerabilità (minore età, abusi domestici, difficoltà a spostarsi, difficoltà economiche, etc.), la difficoltà di accesso in tempi adeguati, e, altre ragioni non meno importanti legate alla volontà di gestire in maniera autonoma una pratica riproduttiva che, con le informazioni adeguate e il giusto supporto a disposizione, può ed è da tempo gestita in autonomia da molte donne e persone gestanti in tutto il mondo.

Se vogliamo che l’aborto sia veramente accessibile secondo i bisogni di chiunque lo richieda, bisogna che diventi pressante non solo la preoccupazione di non tornare indietro ma l’urgenza di andare avanti.

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