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Ivg, le donne non
possono più aspettare

Foto: Unsplash/ Brandon Holmes

Con la pandemia l'accesso delle donne all'interruzione volontaria di gravidanza, quindi al diritto alla salute, viene limitato e compromesso più di quanto non avvenisse già in condizioni ordinarie. Ne parliamo con la ginecologa Anna Pompili che insieme ad altre professioniste e attiviste ha lanciato un appello per facilitare in Italia l'aborto farmacologico

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Ginecologa, impegnata da sempre nel campo della salute e dei diritti riproduttivi, Anna Pompili lavora a Roma in un consultorio e nel servizio Interruzioni volontarie di gravidanza (Ivg) di uno dei più grandi ospedali della città. Fa parte di Amica (Associazione medici italiani contraccezione e aborto), realtà impegnata in primo piano nella formazione degli operatori e per l’affermazione dei diritti sessuali e riproduttivi, in primo luogo delle donne. L'abbiamo intervistata.

In questi tempi di pandemia l'accesso all'aborto delle donne viene limitato e il diritto alla scelta delle donne – già compromesso in condizioni ordinarie – viene ulteriormente limitato, puoi spiegarci cosa sta succedendo negli ospedali? 

Da quando è stata approvata ormai 42 anni fa, la legge 194 che regola il diritto delle donne a interrompere gravidanze non volute è stata fortemente ostacolata. Ciò ha portato a un’applicazione della legge “a macchia di leopardo” sul territorio nazionale, con differenze enormi non solo tra regione e regione, ma anche, nell’ambito delle stesse regioni, tra le varie province e tra le varie aziende sanitarie locali. Ciò è legato da una parte all’uso strumentale del diritto del personale sanitario a sollevare obiezione di coscienza (in Italia è obiettore circa il 70% dei ginecologi, ma ad esempio in Molise questa percentuale sale al 95%, e in molte regioni siamo attorno al 90%), ma anche a una cattiva volontà dei governi regionali nell’applicare la legge. Un esempio ulteriore di cattiva volontà è rappresentato dalla possibilità di accedere alla interruzione volontaria di gravidanza farmacologica, fortemente ostacolata in molte aree del nostro paese. In questo senso, come dici tu, il diritto delle donne è già compromesso. L’emergenza Coronavirus sta esacerbando la situazione: molti ospedali sono stati costretti a chiudere i servizi Ivg, con una riduzione dei posti letto disponibili. Parlo di “posti letto” perché ad oggi in Italia le donne che vogliono abortire devono essere comunque ricoverate, sia per la Ivg chirurgica, sia per quella farmacologica. Inoltre, in  molte zone la procedura farmacologica è stata bloccata o fortemente limitata, a causa dell’obbligo di ricovero ordinario che comporterebbe una eccessiva permanenza in ospedale, con maggiore rischio di contagio.

Il farmaco RU486, che consente l'aborto farmacologico, in Italia è stato fortemente osteggiato fin dalla sua approvazione, con quali conseguenze? Come viene invece usato negli altri paesi?

La RU486 è stata introdotta nel mercato italiano nel 2009, con una procedura di “mutuo riconoscimento”, che avrebbe dovuto comportare un adeguamento alle linee di indirizzo del paese della comunità europea che lo chiedeva (la Francia). Già allora, nella gran parte dei paesi europei, l’aborto farmacologico veniva eseguito fino a 9 settimane di gravidanza e, in regime ambulatoriale, almeno fino a 7 settimane. Forzando le regole della procedura, il farmaco è stato introdotto in Italia con il limite di utilizzo delle 7 settimane e con l’assurda imposizione del ricovero ospedaliero dal momento della somministrazione del farmaco fino all’espulsione della gravidanza, cioè con un ricovero della durata di almeno 3 giorni. L’ideologia misogina insita in questa scelta si evince dai pareri – ben 3 – espressi in proposito dal Consiglio superiore di sanità (Css), che citano la letteratura internazionale per poi suggerire (si tratta di un organo con sole funzioni consultive) comportamenti in aperto contrasto con essa. Nel 2010 il Ministero della Salute, accogliendo le antiscientifiche posizioni del Css, ha emanato le linee di indirizzo per la IVG farmacologica, che sono tuttora applicate in quasi tutte le regioni italiane. L’imposizione del ricovero ordinario ha ovviamente costituito un ostacolo organizzativo importante, per cui in molte regioni italiane le percentuali di Ivg farmacologiche rispetto al totale è imbarazzantemente bassa (in Italia il dato complessivo del 2017 è del 17,8%, mentre nel resto d’Europa le percentuali superano abbondantemente il 70%, fino al 98% della Finlandia). Nel marzo 2016 la Food and Drug Administration ha aggiornato le sue linee di indirizzo per la Ivg farmacologica, cui le nostre si ispiravano, estendendo il periodo di applicabilità fino alla decima settimana e raccomandando il regime at home, senza ricovero, perché sicuro e più economico. Dopo 4 anni e innumerevoli sollecitazioni da parte delle associazioni di operatori e della società civile, quelle linee di indirizzo vigono ancora, e costituiscono un problema di salute per le donne italiane durante la pandemia.

Cosa bisognerebbe fare oggi in tempi di Covid per consentire a tutte le donne di esercitare il proprio diritto di scelta? 

La pandemia ha costretto tutti a limitare gli accessi e le permanenze in ospedale per ridurre il rischio di contagio. Per questo motivo negli altri paesi si è deciso di privilegiare la procedura farmacologica in regime ambulatoriale. In Francia e nel Regno Unito sono state transitoriamente ammesse anche procedure in telemedicina, per particolari situazioni. In Italia abbiamo fatto esattamente l’opposto, a causa delle linee di indirizzo cui accennavo in precedenza: poiché l’Ivg farmacologica impone tre giorni di ricovero, si preferisce bloccarla. Anche nelle poche regioni disobbedienti, nelle quali è stato ammesso il ricovero in day hospital, sono richiesti 3 o 4 passaggi in ospedale, troppi, in relazione al rischio di contagio. L’emergenza mette dunque drammaticamente a nudo il paradosso italiano: quando tutti puntano a deospedalizzare, noi sequestriamo le donne in ospedale mettendo a rischio la loro salute o, nella migliore delle ipotesi, umiliamo il loro diritto di scelta e le obblighiamo alla procedura chirurgica.

Guardando oltre questo stato emergenziale, la difesa della 194 è un tema purtroppo sempre attuale, spesso agito sulla difensiva, quali sono le proposte di policy che secondo te le donne dovrebbero fare per garantire il proprio diritto alla scelta? 

Purtroppo temo che le donne stiano già facendo qualcosa: di fronte alle difficoltà, la sensazione è che si stiano riaprendo sacche di clandestinità, che rappresentano una risposta individuale, solitaria, alla latitanza della sanità pubblica. Una sconfitta per tutti noi. Cosa dovrebbero fare invece a mio avviso? Riscoprire una dimensione pubblica, unire le voci, far pesare e rivendicare i loro diritti. Pretendere che il nostro Paese si allinei anche nel campo dei diritti e non solo sulle questioni economiche alla comunità europea. Ricordando che è necessaria una battaglia civile che si intrecci con la battaglia culturale. I diritti riproduttivi non sono questioni per tempi di vacche grasse, da mettere da parte in situazioni di difficoltà. Sono questioni basilari, sulle quali si misura il diritto di cittadinanza. In questo senso non dovremmo abbandonare la riflessione etica attorno a questi temi, anzi dovremmo rilanciarla, rivendicando il valore morale della scelta delle donne e riprendendo il ragionamento sulla modifica di quelle parti della legge 194 che ignorano, se non calpestano, libertà e autodeterminazione.

La tua associazione insieme ad altre ha lanciato un appello, vuoi raccontarcelo e invitare le lettrici a firmarlo?

Amica, con la rete pro-choice Rica e numerose altre associazioni chiede, con una lettera inviata al Ministro della Salute e al Presidente del Consiglio dei Ministri, di modificare le vetuste e antiscientifiche linee di indirizzo per la Ivg farmacologica, eliminando l’obbligo di ricovero e ammettendo solo i regimi ambulatoriale e di day hospital. Chiediamo inoltre di estendere l’applicabilità della procedura fino a 63 giorni. È un piccolo passo, ma le donne italiane non possono più aspettare.