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Alla (ri)scoperta di quattro scrittrici dell'Ottocento che hanno raccolto e trascritto fiabe e racconti popolari, dando dignità a narrazioni escluse dalla cultura ufficiale. Un'indagine su quattro cercatrici di "meraviglia" che hanno sfidato i pregiudizi di genere attraverso la ricerca sulle storie di magia

Cercatrici 
di meraviglia

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Cercatrici di meraviglia
Credits Unsplash/Ksenia Yakovleva

Le fiabe e i racconti popolari evocano mondi incantati, ma nell’Ottocento hanno giocato anche un ruolo tutt’altro che fiabesco nella costruzione delle identità culturali e politiche europee. La raccolta di tradizioni orali fu strettamente legata ai nascenti sentimenti nazionali dell’epoca. Come osservò Italo Calvino nella sua celebre introduzione a Fiabe italiane, è in questo periodo storico che “[i]l culto patriottico della poesia dei volghi si diffuse tra i letterati dell’Europa”.[1] In questo clima politico e culturale in fermento, diverse narratrici si dedicarono alla riscoperta delle tradizioni orali. Tuttavia, per lungo tempo, il loro contributo fondamentale è stato spesso sottovalutato o riportato ai margini della storiografia.

Raccogliere e trascrivere fiabe e racconti tramandati oralmente fu, per molte di queste figure, un modo per affermarsi nello spazio pubblico e intellettuale. Nel raccontare le storie del popolo, queste donne raccontavano anche sé stesse: la loro posizione in bilico tra centro e margine, tra oralità e scrittura, tra cultura alta e cultura popolare. In questo senso, i loro contributi possono essere letti come atti performativi, posizionamenti consapevoli che le hanno rese protagoniste – e non solo testimoni – di un’epoca in trasformazione. Nella riscoperta dei racconti popolari, le studiose dell’Ottocento trovavano a loro volta il coraggio di poter affermare la propria visione del mondo; questa operazione di “scavo” nel passato si trasformava dunque in forza propulsiva per radicarsi nel presente e per gettare delle solide basi per la propria auto-affermazione.

Alle periferie d’Europa

Il legame tra cultura popolare e coscienza nazionale nel XIX secolo è particolarmente evidente in contesti periferici o sotto dominazione esterna. In Irlanda, ad esempio, la raccolta di miti e leggende celtiche fu alimentata dal desiderio di affermare un’identità irlandese distinta in opposizione al dominio britannico. Nell’Italia appena unificata, l’interesse verso le tradizioni locali rispondeva sia alla necessità di costruire una cultura nazionale condivisa che alla valorizzazione delle diversità regionali. Non sorprende quindi che terre insulari come l’Irlanda, la Sardegna e la Sicilia abbiano conservato molteplici raccolte di tradizioni autoctone: difenderle e diffonderle significava affermare un’identità locale all’interno di una più ampia ed emergente identità nazionale.

Seekers of Wonder

Su queste “periferie d’Europa” si concentra il lavoro di ricerca confluito nel volume Seekers of Wonder: Women Writing Folk and Fairy Tales in Nineteenth-Century Italy and Ireland. Pubblicato da Princeton University Press nel 2025, il libro rappresenta il primo studio comparativo sul contributo femminile alla trascrizione e divulgazione di tradizioni orali nell’Italia e nell’Irlanda dell’Ottocento. In entrambi i contesti, intellettuali di diversa origine e formazione si impegnarono in un’opera di recupero animata da un duplice intento, culturale e politico. Mettere per iscritto narrazioni di matrice orale significava preservare un patrimonio minacciato dalla modernizzazione e, al tempo stesso, dare dignità letteraria e storica alle voci del popolo. L’atto di raccogliere e pubblicare queste narrazioni portò alla creazione di un archivio controegemonico, capace di ospitare prospettive escluse dalla cultura ufficiale. Molte di queste erano voci di talentuose narratrici femminili, nate in contesti umili e prive di istruzione formale.

Dietro ogni racconto orale trascritto emerge una molteplicità di punti di vista: quello di chi lo ha narrato, quello di chi lo ha ascoltato, quello di chi lo ha trascritto, riscritto e diffuso. È proprio questo processo che lo studio mette in luce, inserendosi in un filone sempre più ampio volto a valorizzare il ruolo delle studiose nel recupero e nella valorizzazione delle narrazioni popolari. 

La trasmissione culturale non è mai neutra, ma riflette precise scelte ideologiche e visioni del mondo. Attraverso un approccio interdisciplinare e di genere, l’indagine su raccolte e materiali d’archivio poco noti consente di mettere a fuoco una pluralità di contributi spesso trascurati. Il volume porta avanti una triplice operazione di recupero: delle biografie e delle opere delle raccoglitrici, delle narratrici con cui interagirono e dei racconti da loro tramandati.

Alla ricerca della meraviglia

L’indagine raccolta in Seekers of Wonder si focalizza su quattro figure attive tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi del Novecento. Laura Gonzenbach (1842-1878), nata a Messina da una famiglia di origini elvetiche e tedesche, raccolse e pubblicò in tedesco una ricca collezione di fiabe siciliane (Sicilianische Märchen, 1870), tradotta magistralmente da Luisa Rubini, con una rilettura di Vincenzo Consolo. Grazia Deledda (1871-1936), premio Nobel per la letteratura nel 1926, pubblicò appena ventenne leggende e bozzetti etnografici della tradizione isolana su riviste regionali e nazionali. Lady Jane Wilde (1821-1896), scrittrice e attivista irlandese, pubblicò leggende e tradizioni del popolo irlandese, animata dall’ideale romantico di recuperare le antiche storie celtiche per alimentare l’orgoglio di una nazione in cerca di autonomia. Lady Augusta Gregory (1852-1932), figura chiave del Rinascimento celtico e co-fondatrice dell’Abbey Theatre di Dublino, oltre ai suoi celebri contributi in ambito teatrale, fu anche molto attiva nella raccolta di tradizioni popolari nell’Irlanda dell’Ovest, pubblicandole in diverse opere, tra cui Visions and Beliefs in the West of Ireland (1920). Queste quattro cercatrici di meraviglia agirono da mediatrici tra mondi differenti, sfidando i pregiudizi di genere e dando voce a realtà fino ad allora ignorate. Il loro impegno contribuì alla diffusione internazionale delle culture locali, mettendo in relazione territori remoti e centri del sapere. 

“Cenerentole” d’Europa

In una lettera del 1893, Grazia Deledda scriveva che la Sardegna è “la Cenerentola italiana, che aspetta tutt’ora una fata benefica, o magari un Cristoforo Colombo che la tragga dall’oscurità e dall’angolo in cui sussiste”.[2] 

Cenerentola è una figura sospesa tra desiderio e impotenza, simbolo di una marginalità in cerca di riscatto. L’eroina della celebre fiaba diventa così una lente attraverso cui leggere le tensioni che hanno segnato la storia dell’isola nel passaggio tra Otto e Novecento. Questo immaginario, in cui la narrazione fiabesca si intreccia con la condizione post-coloniale di un territorio, fu invocato anche per descrivere la condizione di marginalizzazione dell’Irlanda, che in quello stesso periodo storico veniva descritta come la “Cenerentola dell’Impero britannico”.[3] 

In questi contesti, spesso percepiti e narrati come marginali, la raccolta di racconti popolari si carica di significati politici. La giovane Deledda vede nel folklore un mezzo di valorizzazione per la sua isola e per sé stessa. Il suo impegno incontra ostacoli, anche all’interno della sua cerchia più ristretta. Emblematico è l’episodio, da lei stessa riportato con indignazione nella corrispondenza con De Gubernatis, in cui il fratello Andrea strappa alcune pagine di un volume di canti popolari amorosi, considerandoli inadatti alla lettura femminile. La scrittrice, però, rivendica il suo “diritto di legger tutto”, affermando la propria autorità intellettuale contro la censura patriarcale.[4] 

Il suo lavoro da studiosa di tradizioni popolari non è semplice: da un lato cerca di legittimarsi aderendo ai codici del sapere scientifico maschile, adottando spesso un tono umile, evitando i proverbi troppo scabrosi, chiedendo la collaborazione di uomini per muoversi tra i villaggi; dall’altro ne scardina i limiti, entrando in spazi marginali, raccogliendo voci popolari, trascrivendo con cura i riti, le ninne nanne, le cure della tradizione orale.

Questa tensione tra centro e margine è il cuore della ricerca contenuta in Seekers of Wonder. Attraverso un approccio comparativo mirato a creare un dialogo tra voci dissonanti e realtà differenti, il volume mette in evidenza come gli studi in ambito folklorico siano stati uno strumento di agentività femminile, e al tempo stesso un campo, come tutti gli ambiti di conoscenza, segnato da pregiudizi di genere. Le donne che hanno contribuito a questa disciplina sono state spesso considerate raccoglitrici dilettanti, incapaci di un vero contributo scientifico. 

Eppure, è grazie a loro se oggi possiamo accedere a raccolte fondamentali del patrimonio folklorico europeo. L'invito, dunque, è a ripensare la storia degli studi sul folklore con uno sguardo nuovo e più ampio, ricordando le donne che tramandarono la ‘meraviglia’ popolare alle generazioni future. Valorizzare le molteplici forme dei contributi femminili nella sfera culturale è un’operazione di giustizia storica quanto mai attuale.

Questo percorso di ricerca e riscoperta proseguirà con un nuovo volume su diverse studiose di folklore meno note attive nell’Italia post-unitaria, e nel settembre 2026 si terrà la conferenza internazionale Grazia Deledda’s Waves: Networks, Memories and Legacies 100 Years After the Nobel Prize, presso il Murray Edwards College dell’Università di Cambridge, in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Londra e la British Academy. L’evento sarà interamente dedicato all’eredità culturale di Grazia Deledda, con attenzione anche alle sue sperimentazioni giovanili nell’ambito del folklore e della letteratura per l’infanzia.

Per approfondire 

Elena Emma Sottilotta, Seekers of Wonder: Women Writing Folk and Fairy Tales in Nineteenth-Century Italy and Ireland, Princeton, Princeton University Press, 2025

Note 

[1] Calvino, 2015 [1956], p. viii.

[2] Masini, 2007, p. 19.

[3] Heiniger, 2020, pp. 63–76.

[4] Masini, 2007, p. 36.

Riferimenti

I. Calvino, Fiabe italiane, 3 voll., Milano, Mondadori, 2015 [1956].

G. Deledda, Tradizioni popolari di Sardegna: credenze magiche, antiche feste, superstizioni e riti di una volta nei più significativi scritti etnografici dell’autrice sarda, a cura di D. Turchi, Roma, Newton Compton, 1995.

L. Gonzenbach, Fiabe siciliane. Nuova edizione riveduta sull’originale tedesco del 1870, tradotte da L. Rubini e rilette da V. Consolo, con introduzione e note di L. Rubini, Roma, Donzelli, 2019 [1870].

A. Gregory, Visions and Beliefs in the West of Ireland, con prefazione di E. Coxhead, Gerrards Cross, Colin Smythe, 2006 [1920].

A. Heiniger, The British Empire’s Lost Slipper: Dangerous Irish Cinderellas, in L. Brugué, A. Llompart (a cura di), Contemporary Fairy-Tale Magic: Subverting Gender and Genre, Leiden, Brill Rodopi, 2020.

R. Masini (a cura di), Grazia Deledda. Lettere ad Angelo De Gubernatis (1892-1909), Cagliari, CUEC, 2007.

J. Wilde, Ancient Legends, Mystic Charms, and Superstitions of Ireland, with Sketches of the Irish Past, 2 voll., Boston, Ticknor, 1887.

J. Wilde, Ancient Cures, Charms, and Usages of Ireland: Contributions to Irish Lore, London, Ward & Downey, 1890.