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Donne alla Rai,
i meriti e i metodi

Curriculum meritori, partecipazione dal basso, trasversalità, spartizione, parità di genere. Tutti questi criteri si sono mescolati, nella vicenda delle nomine Rai. Ne è uscito un gran pasticcio. Ma il tempo del "50 e 50" è maturo: si tratta ora dargli regole e gambe

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Leggo che alcune delle persone che avevano inviato i propri curricula alla commissione parlamentare di vigilanza, fra cui Lorella Zanardo, Daniela Brancati e Roberta Gisotti, hanno chiesto provocatoriamente al presidente Sergio Zavoli di bruciarli sotto la statua di Giordano Bruno in Campo dei Fiori a Roma, dato che nessuno si è curato di leggerli, esaminarli e convocare in audizione i candidati. Forse accostarsi al grande pensatore vittima dell'intolleranza della Chiesa è un atto immodesto e frutto del disappunto, però fa riflettere. E vale la pena tornare sulle nomine Rai, per la loro rilevanza pratica e simbolica. La questione si colloca infatti in un crocevia: da un lato la battaglia per le quote di genere nei consigli di amministrazione delle aziende (private e pubbliche), dall'altra la critica ai contenuti mortificanti delle tv (private e pubbliche) che ha caratterizzato tutta l'ultima fase del movimento delle donne.

Dopo lunghi tormenti siederanno in consiglio di amministrazione della Rai tre donne su nove consiglieri: Anna Maria Tarantola, Benedetta Tobagi e Luisa Todini, scelte ognuna con criteri diversi. Tarantola nominata da Monti per il suo curriculum; Tobagi scelta dalle associazioni cui si è rivolto Bersani anche per sottrarsi al giudizio negativo dell'opinione pubblica che lo aveva colpito pochi giorni prima per le nomine all'AgCom; Todini designata dalla Casa delle libertà.

Insomma un gran pasticcio. Troppi criteri di selezione si sono scontrati nel dibattito sul cda Rai, dandoci la rappresentazione fin troppo teatrale della casualità e del disordine con cui si scelgono oggi i gruppi dirigenti nel nostro Paese. Io ne ho contati almeno cinque in rotta di collisione gli uni con gli altri.

L'invio dei curricula. Inaugurato da Michele Santoro, il metodo ha preso piede. Alla fine giacevano in commissione più di trecento curricula. Peccato che, oltre a non esistere nessuna procedura formale di selezione, il presidente non abbia nelle sue mani alcun potere per imporre ai membri della commissione di esaminarli e che i deputati della vigilanza si siano ben guardati dal conferiglielo.

La partecipazione dal basso. Dato il contesto di polemica politica in cui è nata l'idea dell'invio dei curricula, questa seconda via ha finito per mischiarsi con la prima. Sono nati gruppi di pressione e tifoserie in rete a sostegno dei virtuali candidati. Nulla di male in sé, ma nel clima politico di crisi estenuata in cui viviamo, rabbie e settarismi hanno finito per svalorizzare candidature in sé stimabili e preziosissime. In più la strada è stato anche un piccolo alibi per il Pd, un modo (in sé non spregevole, ma scopertamente tattico) di togliersi d'impaccio in un momento di crisi gravissima della credibilità dei partiti.

La trasversalità. Rivendicata da “Se non ora quando”, che ha scelto di proporre sei candidature diverse direttamente al presidente Zavoli e non al segretario del Pd, come invece hanno fatto le altre tre associazioni coinvolte da Bersani, questo metodo è stato sul punto di influenzare effettivamente il corso delle cose. Flavia Nardelli, una delle sei candidate di Snoq e segretaria generale dell'Istituto Sturzo, è stata lì lì per essere eletta, riuscendo a incrociare i criteri di riequilibrio della rappresentanza con una dislocazione personale fortunata lungo gli assi destra/sinistra e cattolici/laici. Tuttavia quella gestione del potere che va sotto il nome elegante di “attenzione alle diverse sensibilità politiche e culturali”, e che ha segnato fortune e sfortune della Prima Repubblica, può ancora funzionare oggi che siamo alla vigilia della Terza, tutto smotta e le antiche culture politiche sono completamente sfigurate?

La logica spartitoria. Potente e immarcescibile fino a che non si stabiliscono regole nuove, ha imposto sei consiglieri su nove. Delle loro fedeltà sappiamo tutto, delle loro competenze purtroppo anche.

Il 50 e 50. Proposto con forza da Snoq, ha influito sui membri espressi dalle associazioni (una donna e un uomo: Benedetta Tobagi e Gherardo Colombo), forse ha irrobustito la convinzione di Monti in favore della presidente designata, ha consentito di ingaggiare una battaglia a favore di una donna outsider e, a voler essere ottimisti, ha indotto la Casa delle libertà a preferire Luisa Todini a un candidato maschio.

Morale della favola. I tempi sono maturi perché nell'opinione pubblica passi il criterio del 50 e 50. Le donne sono più di frequente autorevoli e adatte a ruoli di responsabilità, la crisi dei gruppi dirigenti spesso si sovrappone quasi perfettamente a volti maschili. Ma perché il 50 e 50 trionfi occorre che la nostra democrazia rinsavisca e si risani, dia significato al merito e all'interesse generale, e su questi valori costruisca le sue regole. Mescolare questa convinzione ad altre, annacquandole, può essere molto pericoloso.