Con il quesito referendario sulla cittadinanza, l'8 e il 9 giugno 2025 l'Italia si gioca la possibilità di cambiare rotta nell'integrazione delle persone straniere immigrate. Una battaglia che dovrebbe includere anche le seconde generazioni, andando di pari passo con quella per lo ius scholae
Dimezzare la durata della residenza legale in Italia per poter presentare domanda di cittadinanza è una proposta di buon senso, l’unica opportunità, in questo frangente politico, di un concreto cambio di passo nell’integrazione delle persone straniere immigrate.
I 10 anni previsti dalla legge 91 del 1992, di fatto 13/14 se consideriamo il lungo iter della risposta (senza contare quelli, spesso numerosi, dati dall’immancabile instabilità iniziale), sono controproducenti rispetto all’obiettivo di una migliore coesione sociale. Bisognerebbe capire che non si tratta unicamente dei diritti di chi lavora, investe, paga le tasse, contribuisce all’economia e allo sviluppo: è un bene anche per il paese di accoglienza non lasciare per troppo tempo milioni di persone fuori dalla rappresentanza e dalla partecipazione politica, esposte al rischio di appartenenze e identità etniche o religiose pericolose per la democrazia. Tempi così lunghi non servono neppure a scoraggiare nuovi ingressi, se l'intento fosse quello. Non è un caso che in gran parte dei paesi dell'Unione europea i tempi siano assai più ristretti.
Il quesito referendario chiede la cancellazione di una piccola parte (le lettere b e f dell’articolo 9, comma 1) della “legge Martelli”, dove la residenza decennale è prescritta alle persone straniere maggiorenni di provenienza extracomunitaria. Non è un dettaglio. È proprio questa limitazione, e le speculari specificazioni previste per altri soggetti – i 4 anni per le persone straniere di provenienza comunitaria, i 5 per quelle maggiorenni adottate da cittadini e cittadine italiane, rifugiate e apolidi, i 2 per matrimonio con coniuge italiano/a – che ha fatto dire alla Corte Costituzionale che, in caso di prevalenza dei sì, non si determinerebbe un “vuoto normativo” in contraddizione con il profilo solo abrogativo del dispositivo referendario.
Il quesito è stato ammesso proprio perché i 5 anni trovano fondamento nello stesso contesto normativo di cui si propone la parziale cancellazione. Complimenti, dunque, all’onorevole Riccardo Magi che, dopo il fallimento di altre proposte – dal superamento della Bossi-Fini allo ius scholae – ha trovato la giusta chiave di un possibile cambiamento. Pur mettendo in conto, con una proposta abrogativa così circoscritta, il mantenimento di tutte le altre condizionalità contenute nella legge, alcune non poco restrittive: le “adeguate” fonti di sussistenza, la continuità di alloggio e lavoro regolari, un livello non banale di conoscenza della lingua italiana, l’assenza di “cause ostative collegate a ragioni di sicurezza e di ordine pubblico”. E poi anche i 24 mesi prorogabili a 36 per la risposta (che significa, anche dimezzando, non meno di 7/8 anni ). Con il vantaggio però di poter contrastare gli argomenti di quanti seminano allarme agitando i fantasmi di un generalizzato e immediato accesso alla cittadinanza di milioni di persone straniere.
Non è così, non si tratta di un diritto automatico in presenza di determinati requisiti. A scanso di equivoci, la Corte ha ribadito che la concessione della cittadinanza da parte dello stato (nel senso del Ministero degli Interni), è “un atto di squisita discrezionalità”, a proposito del livello di effettiva integrazione delle persone richiedenti.
Ma per contrastare i fantasmi, e poi anche il disorientamento, le delusioni, la disinformazione, il disinteresse e l’astensionismo seminati nell’elettorato da una lunga stagione di strumentalizzazioni e di miserabili convenienze politiche, bisognerebbe allargare il quadro. Ricostruendo visione, alleanze e mobilitazione anche sull’altra grande battaglia oggi silenziata, quella per lo ius scholae.
Con lo sfacciato intento di boicottare il referendum, Antonio Tajani, vicepresidente del Consiglio dei ministri e Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, ha sostenuto che è questa la vera strada per riformare la legge 91 (cioè la sua proposta legislativa, peraltro da mesi nel cassetto perché osteggiata dagli alleati di governo).
Ma le due strade in verità, pur nella loro preziosa diversità, sono strettamente complementari e dovrebbero vivere insieme nel dibattito di queste settimane. In un caso, quello rivolto alle persone adulte maggiorenni, la cittadinanza è il riconoscimento della loro ormai stabile partecipazione al lavoro e all’economia del paese (ma lo status di cittadini dei genitori si estende, se ci sono, anche ai figli e alle figlie, studenti o non).
Nell’altro caso, che guarda alle seconde generazioni in obbligo di istruzione, si tratta di riconoscere, con un diritto alla cittadinanza anche prima della maggiore età e indipendentemente dallo status dei genitori, l’integrazione che deriva dalla partecipazione ai processi di istruzione e formazione nel nostro sistema educativo. Si sarebbe dovuto, con un po’ di lungimiranza (e di coraggio ) portarlo a casa da tempo.
Gli e le studenti con background migratorio prive di cittadinanza sono più di 900.000, quasi il 12% del totale, con picchi che sfiorano il 30% in alcune aree territoriali. Più del 67% sono nati in Italia, altri arrivati da piccoli o “ricongiunti” da adolescenti, diverse migliaia da soli, senza genitori in Italia. Crescono insieme ai ragazzi e alle ragazze italiane, imparano la lingua e la portano nelle loro case, studiano la nostra cultura, negli ultimi anni frequentano sempre di più anche la scuola superiore (e perfino i licei: le ragazze di più e con risultati migliori, proprio come le italiane), fanno esperienze di vita e di formazione generative di legami, appartenenza, partecipazione. Sono la testimonianza concreta dei processi di stabilizzazione e di un crescente investimento nel futuro di questo paese, delle famiglie, dei ragazzi e delle ragazze.
Nel nostro inverno demografico, sono una parte sempre più decisiva del futuro di tutte e tutti noi. Ma per la legge Martelli non possono chiedere la cittadinanza se non alla maggiore età, restando per anni – proprio quando si scelgono i percorsi di studio, di qualificazione, di lavoro –, senza certezze sul se e sul quando potranno essere riconosciuti come cittadini e cittadine. Lo ius scholae resta una battaglia importantissima per le seconde generazioni, anche se riguarda solo chi è studente.
In una più intelligente strategia di inclusione è inoltre decisivo tener conto che genitori e figli hanno spesso idee diverse sulla cittadinanza, soprattutto quando i paesi di provenienza non consentono di avere il doppio passaporto. Non è un caso che la campagna L’Italia sono anch’io sia stata promossa da loro, da quelli e quelle che nella scuola vedono la sola possibilità di uscire dalla minorità cui li costringe un’immigrazione che quasi sempre non hanno scelto e che non può tradursi in un destino sociale immutabile. Un paese capace di dargli presto certezze, eguaglianza e libertà, diventa facilmente il “loro” paese.
La premier Giorgia Meloni, che vuol mostrare di credere che le restrizioni all’accesso alla cittadinanza sono un fattore decisivo di deterrenza di nuovi ingressi, ha più volte dichiarato che in Italia si rilasciano già oggi fin troppe nuove cittadinanze, e che quindi non c’è alcun bisogno di riforme.
Come stanno le cose? Quale sarebbe l’impatto effettivo, in termini numerici, di una vittoria dei sì?
Tra il 2011 e il 2023 ci sono state 1 milione e 700.000 nuove cittadinanze, nel 2022 sono state 213.716 (più 76% rispetto al 2021, il 21,6% delle nuove cittadinanze rilasciate in ambito Ue), nel 2023 sono state 196.000. Il 92% ha riguardato persone immigrate extracomunitarie. Un andamento in controtendenza rispetto ai nuovi permessi di soggiorno, calati nettamente negli ultimi anni.
Il trend delle nuove cittadinanze non si spiega con una presunta generosità del Ministero degli Interni, ma con la forte consistenza in Italia di un’immigrazione residente anche da venti/trent’anni, e con la consistente incidenza di nuove cittadinanze dovute a matrimoni misti. Sui totali incidono anche le cittadinanze rilasciate finora, qui sì con eccessiva “generosità”, a persone extracomunitarie che sono in realtà discendenti di italiani e italiane emigrate all’estero nel Novecento, senza l’ombra di residenze e di legami effettivi con la patria degli avi.
Nel 2022, l’anno del picco, le acquisizioni di persone immigrate extracomunitarie “per residenza” sono state 86.000. Ogni anno sono circa 60.000 i minori che diventano automaticamente italiani per adozioni e per estensione automatica dello status di cittadino/a di uno dei genitori. Le persone immigrate “stabilizzate” sono oggi circa 5 milioni e 308.000, il 9% della popolazione totale, un terzo è costituito da comunitarie.
I modesti tassi di crescita dell’ultimo decennio sono dovuti, oltre che al rallentamento dei flussi in ingresso, anche ai trasferimenti in altri paesi – numerosi sono stati quelli degli anni del Covid, solo parzialmente compensati dall’arrivo delle persone in fuga dalla guerra in Ucraina – e a una progressiva riduzione della natalità anche nell’immigrazione.
I neocittadini e cittadine sono in buona misura giovani, nel 2022 il 37% aveva meno di 19 anni. In questo contesto, la previsione secondo cui sarebbero 2,5 milioni le persone direttamente interessate agli esiti del referendum è probabilmente sovrastimata. Per sapere di più su un eventuale impatto immediato e negli anni a venire, bisognerebbe avere dati precisi su quanti sono prossimi ai 5 anni di residenza legale, e su quanti e quante, pur essendo in Italia da molti anni, non sono in grado per povertà e irregolarità del lavoro, di documentare i requisiti prescritti.
È presumibile, per esempio, che non siano poche le donne single, soprattutto se con figli, ad avere molte difficoltà in più. I numeri secchi, ad ogni modo, non dicono tutto. L’aspirazione ad acquisire la cittadinanza italiana è condizionata da molti fattori, non ultimo la sempre minore attrattività di un’Italia di giorno in giorno più arcigna. C’è anche questo in gioco nel prossimo referendum.
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