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Il femminismo
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Foto: Unsplash/ Jon Tyson

Cambiare le narrazioni per cambiare il mondo: a partire dagli anni 70 il discorso femminista ha cambiato e sta ancora cambiando i rapporti tra i sessi, passando per redazioni e nuovi media. Ne parliamo con Marina Cosi, giornalista vicepresidente di GiULiA

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Oltre la colpevolizzazione delle vittime e l'empatia sproporzionata verso il maschio violento, raccontare lo stupro oggi significa saper riconoscere gli stereotipi e disinnescare i miti. Ci sarebbe bisogno di un corso di laurea, noi iniziamo da questa piccola guida

Raccontare uno stupro richiede una consapevolezza politica che incide non solo sulle parole che si scelgono, ma anche sul modo in cui vengono rappresentati i fatti. Ripartiamo dal caso di Franca Viola, per capire come e quanto il giornalismo sta cambiando

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Il racconto giornalistico delle donne e delle questioni di genere è cambiato nel corso del tempo, così come la presenza femminile all’interno delle redazioni dei giornali. Alcune criticità, tuttavia, devono ancora essere superate. Ne parliamo con Marina Cosi, giornalista con un passato da attivista e ora vicepresidente di GiULiA (Giornaliste Unite Libere e Autonome), associazione che si batte per l’utilizzo di un linguaggio libero da stereotipi e per le pari opportunità nel mondo del giornalismo.

Gli anni Settanta sono stati un momento di svolta nella narrazione mediatica della violenza sulle donne: prima il massacro del Circeo (1975) con lo stupro di due ragazze e l’uccisione di una di loro, poi il documentario Processo per stupro (1978) di Loredana Rotondo, Rony Daopulo, Paola De Martis, Annabella Miscuglio, Maria Grazia Belmonti e Anna Carini. Da giornalista, come hai affrontato quei casi? Che impatto pensi che abbiano avuto sul racconto giornalistico della violenza di genere?

Processo per stupro ha avuto un impatto fortissimo. Il massacro del Circeo anche, però nel racconto era molto più presente, stanti gli anni, la dimensione sociopolitica, o almeno questa è stata la mia sensazione. Cioè, due ragazze povere violentate e una uccisa da ragazzi della Roma bene, quindi di una classe più elevata. In questo caso, dunque, all'efferatezza della violenza si aggiungeva, a mio parere, una componente sociale. Questo adesso si capisce un po'meno, ma quelli erano anni in cui la dimensione dello scontro tra classi era molto forte. Però è Processo per stupro che ha portato il vero cambiamento: mentre nel caso del massacro del Circeo il racconto giornalistico era ancora cronaca nera, la dimensione politica, nel senso femminista del termine, è venuta fuori con questa splendida trasmissione che ha consentito di sottolineare quello che fino ad allora non era stato sottolineato, cioè la contrapposizione tra uomini e donne. La dimensione di genere è venuta fuori in modo molto forte con questo documentario che è stato una delle cose più potenti dal punto vista dell’impatto, della presa di coscienza della violenza maschile. I giornali, infatti, avevano parlato diffusamente del massacro, ma attraverso la televisione il processo è arrivato in tutte le case. È stato un momento fondamentale per il movimento delle donne.

Le lotte di quegli anni hanno cambiato i rapporti tra uomini e donne? Come?

Sì, le lotte di quegli anni sicuramente hanno cambiato molto. Erano anni in cui finalmente approdavano all’università moltissimi giovani, non solo uomini ma anche donne, e questo fu il primo step nella direzione di un avvicinamento tra i due sessi. Gli studenti che lottavano per il diritto allo studio erano studenti e studentesse, con i maschi che prevaricavano, come al solito. La famosa battuta degli “angeli del ciclostile”, frutto di una lettura dei giornali "borghesi" che a me irritava molto, un po' di verità ce l'aveva, perché i leader delle proteste studentesche erano praticamente tutti maschi. Da queste cose venivano fuori le profonde contraddizioni dell’Italia di allora, e una di queste, forse la più radicale, era proprio quella tra uomini e donne. Anche nei movimenti che nacquero (Servire il popolo, Lotta continua, Avanguardia Operaia ecc.) il discorso femminista, come diremmo adesso, era considerato laterale: la cosa più importante era liberarsi dall'oppressione del capitalismo e della cultura borghese; il resto sarebbe venuto di conseguenza. Poco dopo partì anche il grande periodo dell’autocoscienza e man mano che si procedeva le contraddizioni diventavano sempre più evidenti, cioè si capiva che la cultura apparentemente era una, ma nei fatti c’erano due culture, una per le donne e una per gli uomini.

Secondo te, tutto ciò ha cambiato anche il modo di raccontare le donne sui giornali? Se sì, come?

I giornali "borghesi" all'inizio scrissero delle cose orrende. Ad esempio, Indro Montanelli fece un fondo in prima pagina sul Corriere, che allora era il quotidiano per antonomasia, in cui attaccava la sua editrice dicendo espressamente che lei, avendo una certa età, per effetto della menopausa era attirata da Mario Capanna, leader del movimento studentesco della Cattolica e poi, dopo la cacciata, della Statale. Delle lotte femministe alcuni giornali si occuparono poco, altri continuarono a ironizzare. Ci furono però delle situazioni editoriali avanzate, come Effe, e un approfondimento nelle testate specializzate, in alcune pubblicazioni di sinistra e sui periodici femminili. Ad esempio, alcune riviste femminili a volte infilavano nelle loro sezioni di moda qualcosa sui nostri vestiti larghi e sgargianti, ma era un'attenzione, a mio parere, superficiale e poco nel merito. Si guardava all’abito senza indagarne le motivazioni (il senso dei vestiti larghi, ad esempio, era nascondere le forme, non accettare di essere interpretate come animali desiderabili). Questo fino a quando gli ex studenti e le ex studentesse entrarono nel mondo del lavoro. Io, ad esempio, quando sono diventata giornalista ho portato con me un modo di vedere la realtà che viene dal movimento studentesco e dal movimento femminista. Solo quando divenimmo protagoniste del nostro stesso racconto questo cambiò radicalmente. 

L’associazione GiULiA, di cui sei vicepresidente, si batte perché le giornaliste possano avere pari opportunità di lavoro, senza soffitti di cristallo. Ci sono stati miglioramenti su questo fronte?

La situazione è questa: a un certo punto ci fu una grande presenza di donne nelle redazioni, soprattutto nel periodo del boom editoriale delle riviste, non solo riviste femminili ma tutti i cosiddetti “illustrati". Allora dalle statistiche dell'Inpgi (Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti italiani, ndrrisultava che c'erano molte caporedattrici e che cresceva anche il numero delle direttrici, però le statistiche avevano la benda sugli occhi perché la guida dei quotidiani, i “giornaloni” di livello nazionale, era sempre saldamente in mano agli uomini. In più, l’arrivo delle donne nelle redazioni aprì una doppia contraddizione, perché le donne dovevano competere con strumenti maschili in un ambiente maschile. Allora ci trovammo di fronte al problema di sviluppare un nuovo modo di scrivere e di raccontare le cose. I tempi, però, sono cambiati rispetto al passato e lo dimostra anche il fatto che GiULiA, che ormai ha dieci anni, è stata accolta con una certa benevolenza da parte di molti uomini. 

Un altro obiettivo di GiULiA è la promozione di un linguaggio privo di stereotipi. Credi che ci siano stati dei cambiamenti rispetto al passato?

Quando GiULiA è nata, restava la struttura gerarchica della lingua come ultimo caposaldo degli uomini che volevano mantenere la supremazia maschile e su cui anche i "democratici" non mollavano. Allora abbiamo organizzato dei corsi con l’Ordine dei giornalisti, perché la lingua è importantissima, “vestendo” il mondo. L’italiano in particolare, che è una lingua binaria, cioè non ha il neutro. Ma non è stato facile, né con gli uomini – ora non succede più, ma nei primi corsi che tenevamo ai colleghi c’era sempre quello che ridacchiando chiedeva “allora io sono un giornalisto?” – né con le donne. Molte donne, ad esempio, avevano raggiunto, magari con grandissima fatica, dei ruoli e ritenevano che declinarli al femminile sarebbe stato come svalutarli. Perché la società italiana, illustrata dalla lingua, racconta questo: "segretario" è il segretario generale dell’Onu, mentre “segretaria” è la donna che porta il caffè al capo. Nonostante tutto, però, la mia generazione un cambiamento lo ha visto eccome. Non è sufficiente, ma oggettivamente c'è stato. 

Credi che le donne possano fare la differenza nelle redazioni? Se sì, in che modo?

Le donne fanno la differenza ovunque, sempre. Il problema è se sono donne consapevoli o meno. Mettere nelle redazioni donne che utilizzano schemi, criteri e obiettivi maschili non cambia niente, ma se le donne portano con sé la loro cultura e la loro consapevolezza, che è la chiave di tutto, insieme alle proprie capacità, allora il mondo cambia.

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