Articololavoro

L'arte di organizzarsi
per un lavoro nuovo

Quanto può reggere la vita da equilibristi di tante donne, giovani e migranti, outsider rispetto al "vecchio" mondo del lavoro? Il lavoro in frantumi non è un destino ineluttabile, ma è necessario ritrovare e rinnovare i luoghi collettivi

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Questo articolo ragiona lungo due assi (in continuità con il manifesto Immagina che il lavoro): un sistema economico che rispetti tempi e modi di vita e la necessità di creare luoghi collettivi affinché ciò avvenga.

Trasformazione del lavoro


Per pensare una trasformazione dell’economia, è importante analizzare il lavoro sommerso che – interno al mercato - sta mandando in frantumi non solo le vite dei singoli, ma anche quelle delle imprese e delle infrastrutture sociali.
La vita da equilibristi di tante donne, di tanti giovani e tanti migranti va imputata a un sistema produttivo che mette sulle loro spalle dei carichi che invece andrebbero ripartiti sull’azienda e sulla collettività.
Prendiamo il “doppio si”: non è da oggi, ma da sempre e in ogni latitudine, tanto nelle economie sviluppate quanto in quelle povere, nel lavoro informale e in quello regolare, precario o stabile, la grande maggioranza delle donne – oltre a produrre il vivere per sé e per coloro di cui hanno cura -  lavorano per il mercato. Voglio sottolineare che il lavoro di cura erogato dalle donne ha un valore economico (misurabile), benchè non entri nello scambio mercantile. Un altro esempio di carichi mal ripartiti nell’organizzazione del lavoro è il fenomeno che imputa al lavoratore l’onere di creare il lavoro e/o di reggere la precarietà dell’azienda. E’ il caso di giovani che lavorano gratis per avanzare nella lunga fila di chi aspetta un lavoro retribuito. Insegnano, creano siti, gestiscono sportelli, scrivono bandi di gara, cioè producono per aziende che li mascherano da stagisti, senza contrarre nei loro confronti alcun impegno futuro. Il tempo dedicato non a fare il lavoro ma a procurarselo viene dilatato a oltranza. Il guadagno ottenuto con il trucco del lavoro gratis, non solo aumenta le disuguaglianze interne tra lavoratori, ma produce un guasto nel sistema produttivo; i manager si alleggeriscono della fatica di creare lavoro stabile, organizzarlo in modo efficiente, riconoscere equamente il prodotto di ciascuno, misurare le ricompense in base a valori condivisi. In pratica si indebolisce l’intero equilibrio aziendale. Una azienda che affida sistematicamente una quota di compiti necessari a lavoratori che non paga, è come una casa a cui viene tolto un asse; tutto cede e va in malora.  
Andrebbe compilato l’elenco delle brutte abitudini fiorite in questi anni, a partire da quelle che poco hanno a che vedere con il mercato globale, molto invece con logiche proprie dell’economia italiana. Prendiamo la crescita di imprese create da immigrati. Gli ottimisti si rallegrano delle nuove energie imprenditoriali, ma andando a vedere meglio scopriamo che due terzi di queste imprese sono individuali. Andando ad approfondire il dato scopriamo che sono operai cui l’impresa edile impone di aprire partita iva, per poterli impiegare senza rischi; piccoli commercianti che a rischio proprio investono sul negozio; cooperative di pulizie che impiegano connazionali a settimana, spostandoli tramite cellulare da un albergo all’altro, di ora in ora…. Per fortuna, abbiamo esempi di innovatori straordinari, che creano imprese vincenti; ma non sono molti né ci si può aspettare che lo diventino, perché da soggetti precari nascono per lo più imprese fragili. A riprova il tasso di mortalità delle aziende di immigrati che è doppio rispetto a quelle degli italiani.

Il problema non è la forza delle donne, dei giovani, degli immigrati; la loro capacità di destreggiarsi è indiscussa, ma per ora molto individuale. Manca un pensiero collettivo su forme aziendali e regole di sistema che invece di fare strage di queste energie le mettano a frutto.  

Soggetti volenterosi, regole ingestibili


Il coraggioso film di Ken Loach “In questo mondo libero” mette in scena un conflitto di lavoro tra donne e immigrati; costringendoci a guardare oltre i soggetti. Due giovani amiche precarie si mettono in proprio per reagire al sopruso di un padrone truffaldino, rilevano l’agenzia di affitto di manodopera clandestina e decidono di agire bene, pagare equamente. Ma a un certo punto il quadro cambia; in mancanza di denaro liquido le due donne ora manager si rifanno su poveri lavoratori che vivono alla giornata. Tra furbizie e violenze la vicenda si complica in un crescendo di malefatte e lo spettatore arriva a comprendere che la contraddizione è insita nel gioco. In un simile contesto non può nascere un imprenditore illuminato.
Il lavoro in frantumi non è un destino ineluttabile, come non lo è l’apartheid in cui viene mantenuto il lavoro s-protetto rispetto all’economia regolare. Convinta di questo, da tempo raccolgo casi di imprese che funzionano meglio proprio in quanto “pensano diversamente” il sistema produttivo, il valore del lavoro, le sinergie con il mondo vitale. Ma per delineare un paradigma occorre molto di più; non bastano casi singoli, occorre una forza organizzata capace di cambiare gioco o almeno di immaginarlo. Come aggregare? Partendo da sé, è l’invito. Ma per allargarci ai più. Valorizzando esperienze circoscritte, ma capaci di fare tendenza e di “pensare il tutto”.

Energie che dividono, energie che aggregano 

In Italia, oggi, diciamo “tutele” e pensiamo ancora al sindacato? O piuttosto pensiamo al welfare? Pensioni, pre-pensionamenti, cassa integrazione lunga, congedi maternità, ecc.? Le tutele ci sono per pochi e sempre meno; chiunque si trovi in posizione di vantaggio (monopolio di un sapere, di un bene esclusivo, di uno strumento di visibilità, ecc.) riesce a tutelarsi ricattando l’azienda costi quel che costi, anche a scapito del bene collettivo. Chi è debole, tramite il sindacato può ancora rifugiarsi nell’immobilismo, alza il cartello “non si tocca”, rifiutandosi di collaborare alla ricerca di soluzioni. E qualche volta la spunta. Perciò agli ultimi non resta che abbozzare. Le donne - presenti in tutte e tre questi gruppi – potrebbero diventare una forza per la trasformazione, se riuscissero a pensare diversamente tutto il gioco complessivo.
Per ora i sindacati confederali hanno seguito un’altra strada, quella degli organismi ad hoc per soggetti più esposti: coordinamenti donne, associazioni di immigrati, associazioni di precari. Avere propri leader dovrebbe aiutare l’aggregazione e generare forza nella contesa. Ma se le vertenze – azienda per azienda, settore per settore – continuano ad essere in  mano ai lavoratori protetti, difficilmente le regole del gioco verranno messe in discussione.
Tempo fa in un seminario della Fondazione Brodolini alla Casa internazionale delle Donne, commentando il libro di Mariella Gramaglia “Indiana” (Donzelli, 2009), ci siamo interrogate su cosa potesse insegnare a noi donne italiane l’esperienza di Sewa, sindacato di donne indiane, lavoratrici del sommerso, disprezzate socialmente, che i sindacati ufficiali non volevano affiliare. La spinta ad aggregarsi è scaturita dall’idea che la donna trova la sua dignità nel potere fare bene il proprio lavoro. Questo principio viene inteso come principio ordinatore per sè e per l’umanità. Il lavoro è il punto cruciale, la vera nobiltà di ogni vita. Anche dio lavora. Secondo lo stesso principio del sole: il sole riscalda, l’acqua produce nuvole (….) ogni cosa che la natura dà, va restituita e curata. Con gli anni l’organizzazione è cresciuta e ha raggiunto sei milioni di donne. Ciò è stato possibile perché Sewa inventa strumenti sempre nuovi  per migliorare la vita quotidiana delle sue affiliate (e di conseguenza della comunità tutta): asili, mutue, microcredito, alimentari a prezzi calmierati, ecc. L’autodifesa genera coesione e al tempo stesso  forma sul campo delle leader apprezzate aumentando la capacità del sindacato delle donne di resistere e negoziare quando ci sono conflitti di lavoro. Qualcosa da importare anche qui?