Articoloambiente - disuguaglianze

Per un'agenda
verde e femminista

Foto: Unsplash/ Simone Hutsch

Mary Mellor, docente alla Northumbria University, spiega perché per essere davvero sostenibile la green economy dovrebbe essere un'economia femminista

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Le economie moderne rappresentano un sistema chiuso, che contiene attività e funzioni valutate prevalentemente attraverso forme di monetizzazione; ma l’economia della valorizzazione non riesce a cogliere come la sua posizione apparentemente trascendente sia in realtà precaria, come sia immanente ai sistemi che la sorreggono. La filosofa ecofemminista Val Plumwood formula la questione in modo convincente:

Dopo molta distruzione, il padrone fallirà, perché il padrone nega la dipendenza dall’altro che lo sostiene: fraintende le condizioni della propria esistenza e manca di sensibilità rispetto ai limiti e ai punti ultimi dell’esistenza terrestre (Plumwood, 1993: 195).

Il fallimento delle economie contemporanee nel riconoscere le risorse basilari che le sostengono consiste nello sfruttamento e danneggiamento di queste ultime. Il legame materiale tra genere e sostenibilità, stabilito dall’economia politica ecofemminista, parte quindi dalla necessità di superare il criterio economico dominante del denaro e del profitto e la concezione puramente economicistica della salute (Mellor, 2016). La stessa nozione di economia deve essere liberata dall’attenzione esclusiva ai mercati e al lavoro retribuito in generale, e va ricondotta alla nozione più ampia di insieme di attività umane che soddisfano i bisogni umani e sostengono il mondo naturale (Shiva, 2005).

Da questo punto di vista risulta che l’economia contemporanea sia parassitaria nei confronti dei vari aspetti dell’esistenza umana e naturale, in particolare della riproduzione sociale e del lavoro di cura. Un’economia ecologicamente sostenibile parte invece dalle vite umane incarnate e radicate, dalla vita del corpo e dell’ecosistema. Dare priorità alla “vita-mondo” del lavoro delle donne significa far sì che gli schemi di lavoro e di consumo diventino sensibili al ciclo di vita umano; che la produzione necessaria e lo scambio siano pienamente integrati alle dinamiche del corpo e dell’ambiente. L’homo oeconomicus risulterebbe così un modello insostenibile e le vite umane basate su quel modello non esisterebbero più. Attualmente la struttura economica prevede un’articolazione in due fasi, per la quale le persone devono trovare lavoro per poi essere in grado di provvedere al proprio sostentamento. L’alternativa ecofemminista mira a un’economia consistente in un’unica fase, in cui le persone lavorano per provvedere ai bisogni immediati propri e altrui. In questa prospettiva, il lavoro diventa l’insieme delle attività necessarie a mantenere l’esistenza umana in modi che non esauriscano o sfruttino l’ambiente naturale.

Approvvigionamento, non economia

Sebbene l’origine della parola economia – oikonomia, da oikos “casa” e nomia “reggere, amministrare” – rimandi all’approvvigionamento della famiglia e non al mercato e allo scambio monetizzato – che Aristotele definisce invece con il termine “crematistica” –, oggi l’economia viene associata all’uso del denaro, al suo scambio e alla ricerca di profitto; in altre parole, l’economia riguarda il valore di scambio e non il valore d’uso. Un concetto utile al superamento di questo limite e a costruire un’economia che tenga conto dell’intera vita umana e della sua iscrizione nella natura è quello di approvvigionamento (provisioning),[1] un concetto che copre tutti gli aspetti dei bisogni umani, dal bisogno di nutrirsi al bisogno di affetti. L’approvvigionamento è infatti una nozione più completa di quella di economia, include tutti gli aspetti relativi alla sopravvivenza umana, retribuiti o meno che siano. Inoltre, integrare l’idea di approvvigionamento con il “lavoro delle donne” riporta l’homo oeconomicus alla propria condizione di immanenza, iscrivendo così l’esistenza umana nella natura. L’approvvigionamento di beni e di servizi necessari diventa l’obiettivo principale, dando la priorità ai bisogni piuttosto che ai desideri, valorizzando il lavoro delle donne e la vitalità del mondo naturale. Dare priorità alla “vita-mondo” del lavoro delle donne implica che gli schemi di lavoro e di consumo diventino sensibili al ciclo di vita umano. Se la proposta ecofemminista è corretta, i mezzi di sussistenza dell’approvvigionamento diventeranno sensibili ai limiti sociali ed ecologici.

Approvvigionamento secondo sufficienza: il quanto basta piuttosto che la crescita

In una prospettiva ecofemminista l’approvvigionamento intende creare una società giusta che viva dei propri mezzi ecologici. L’idea chiave risiede nel criterio di sufficienza e di giustizia sociale. La sufficienza è più chiaramente definita da ciò che non è: non è né troppo né troppo poco. Sufficiente è abbastanza: il concetto di sufficienza deve rispondere anche a dei criteri di giustizia sociale, poiché deve valere per tutti, essere sufficiente per tutti (Mellor, 2010b), mentre oggi ci sono persone con troppo e altre con troppo poco. Salleh sostiene che ciò che indica come ecosufficienza è già “realizzato dalla maggioranza globale dei lavoratori e delle lavoratrici – indigeni, contadini e chi svolge lavoro di cura” (Salleh, 2009: 291). Subentra allora una questione ulteriore riguardo alle possibili strutture di approvvigionamento.

Nell’economia ecofemminista è fondamentale la critica alle economie basate sul denaro, poiché il denaro distingue il lavoro retribuito da quello non retribuito delle donne e l’esternalizzazione della natura (Mellor, 2010a). Una corrente dell’ecofemminismo e dell’ecologismo in generale cerca di sottrarsi del tutto alle economie monetarie e di mantenere – o di ristabilire – un’economia di sussistenza (Bennholdt Thomsen, Mies, 1999). In effetti, è il denaro a stabilire il confine tra l’economia dell’homo oeconomicus e le pratiche quotidiane del lavoro delle donne; ed è sempre il denaro a trasformare l’ambiente naturale in merce. Queste correnti propongono quindi di abbandonare il denaro e di sostituirlo con delle “reti di approvvigionamento” (Nelson, Timmerman, 2011). Mentre la proposta qui presentata è quella dell’autoapprovvigionamento comunitario, che risponde a principi di cooperazione, questa nozione di sussistenza può essere interpretata secondo il criterio dell’autosufficienza individuale. Questa opzione rischia di creare la versione dell’homo oecologicus, che può essere realizzata solo da persone giovani, in salute ed economicamente indipendenti – quelli che hanno le risorse per comprare la terra o la capacità di costruire e di coltivare. Ma cosa succederà quando il piccolo proprietario invecchierà, o si ammalerà, o i figli avranno bisogno di sostegno e di educazione? Cosa accadrà a tutti quelli che vivono nelle favelas, nei grandi complessi residenziali e nei campi profughi? Una critica ecofemminista delle economie contemporanee deve dunque integrare il principio della giustizia sociale con una consapevolezza di genere al fine di avanzare proposte di transizione verso contesti ecologicamente più sostenibili.

È infatti importante riconoscere che in una società a crescita zero o in decrescita può esistere un conflitto tra il desiderio delle donne di liberarsi dal peso del lavoro non retribuito o sottopagato e le politiche ecologiche per la riduzione della crescita. Un problema specifico è rappresentato dalla necessità di ridurre il consumo di energia. La limitazione dei consumi energetici deve prevedere la riduzione degli usi domestici di energia per il lavoro non pagato: frigoriferi, congelatori, cucine, impianti di riscaldamento, lavatrici, lavastoviglie, pompe idrauliche e sistemi di fognature. Senza questi strumenti la gestione di una casa diventa molto più difficile. In tutto il mondo le donne che sono parte delle economie di sussistenza trascorrono molte ore ad attingere l’acqua, a trovare il cibo, a prendersi cura del fuoco, a macinare, a cucinare, a coltivare e a occuparsi del raccolto. L’approvvigionamento verde dovrebbe quindi essere consapevole del fatto che tutti dovranno essere responsabili di quello che ora è considerato “il lavoro delle donne”, il quale diventerà più difficile e dispendioso in termini di tempo in un mondo che non utilizzerà più energie da fonti fossili (postcarbon). Alcuni studi sulle società preindustriali, considerate ecologica- mente virtuose, provano come all’epoca la vita delle donne non fosse semplice (Mellor, 1992) e come queste fossero sottoposte a pesanti carichi di lavoro. È quel che emerge dalla testimonianza di un viaggiatore del diciassettesimo secolo, che riporta notizie sulla vita di alcune donne native americane, all’interno di quelle culture spesso citate nella letteratura ecologista come esempi di società sagge ed ecologicamente avanzate:

[Alle donne] è riservata quasi interamente la cura della casa, e in più lavorano... arano la terra, piantano il grano [...] battono la canapa, filano [...], costruiscono reti da pesca e altre cose utili. Mietono il grano, accompagnano i loro mariti da un posto all’altro [...], [come] muli da soma si caricano di pesi [...] e fanno mille altre cose. Tutti gli uomini vanno a caccia di cervi, di pesci e di altri animali [...], costruiscono le loro capanne [...], vanno in guerra [...], vanno in visita alle altre tribù [per] feste e [poi] vanno a dormire, attività che amano fare più di tutte le altre (Samuel de Champlain senza data, citato in McLuhan, 1971).

Nelle economie a decrescita postindustriale potrebbero darsi gli stessi carichi di lavoro non equilibrati? La risposta è chiaramente affermativa, a meno che l’agenda ecologica non assuma anche una prospettiva femminista. Nella costellazione concettuale di approvvigionamento troviamo anche l’economia della cura, che va però precisata per non indurre equivoci. La nozione fa riferimento alle attività di cura che devono essere portate avanti in tutte le società e sottende che chi se ne occupa lo fa perché gli sta a cuore. Si tratta di un lavoro basato sull’amore, sul riguardo e sull’empatia. Se ciò è vero per molte persone, altre potrebbero invece ritenere di avere poca scelta, sentendosi in obbligo di svolgere un lavoro che altrimenti non farebbe nessuno. Per quanto questo lavoro possa essere inteso come espressione di amore e/o di dovere, per molti altri nasce dalla paura della violenza e/o della mancanza di alternative economiche; una situazione che ho definito “altruismo obbligato” (Mellor, 1992: 252).

Bisogna inoltre riconoscere che nelle economie moderne le donne non solo fanno molto affidamento sui servizi pubblici e sull’assistenza sociale (Fawcett Society, 2013), ma forniscono anche la maggior parte dell’assistenza infermieristica, dell’igiene, della cura dei figli e degli anziani.

Come mostra uno studio del 2015 dei dati Ocse, in media le donne costituiscono il 58% della forza lavoro nel settore pubblico, con punte del 70% in Svezia. Il settore pubblico, come tutto il resto dell’economia commerciale, è fortemente segnato dal genere: la dirigenza è maschile e l’interfaccia con il pubblico – chi si prende cura delle persone – è di genere femminile. Come emerge da un’indagine mondiale, in ogni paese le donne detengono meno del 40% dei posti dirigenziali. In Gran Bretagna è il 36% e in Giappone il 2% (Ernst, Young, 2014). Il Canada si è distinto per una percentuale del 45,9%. La questione che si pone è dunque capire, in un sistema basato sulla decrescita, quale sia il tipo di previdenza e assistenza pubblica (collective and public provisioning) e chi andrà a svolgere le attività domestiche e di cura.

Altro tema ricorrente nella green economy è il localismo; tuttavia, questo concetto spesso appare come una versione su scala ridotta dei modelli di mercato – anche se concepito secondo criteri di proprietà cooperativa. In questo caso si pone il problema di capire cosa accadrà ai servizi pubblici che implicano una dimensione collettiva allargata, come ad esempio l’assistenza sanitaria o l’istruzione. Per un’economia politica ecofemminista, un’agenda verde deve essere anche un’agenda femminista, altrimenti la green economy – anche quando assuma la posizione più radicale in merito alla sostenibilità – può forse risolvere il problema della crescita insostenibile, ma finisce comunque per rafforzare la disuguaglianza di genere iscritta nelle economie più sostenibili. Latouche sostiene che “la decrescita è concepibile solo in una società di decrescita (...) basata su una logica diversa” (Latouche, 2009: 8), ma se tale logica non è sensibile al genere, si otterrà una decrescita senza uguaglianza di genere e giustizia sociale. La maggior parte della ricerca in questo campo è disperatamente sorda alle analisi femministe, anche se alcuni teorici green si sono sentiti interpellati: è il caso di John Barry che, in The Politics of Actually Existing Insustainability (2012), fa riferimento all’ecofemminismo per formulare un repubblicanesimo verde.

Note

[1] Il termine inglese provisioning rimanda sia al sistema di welfare, dunque al quadro delle politiche pubbliche di previdenza e assistenza, sia ai significati più letterali - utilizzati dall’autrice - di “dotare”, “provvedere” “disporre” [NdC].

Questo testo è un breve estratto del saggio M. Mellor, Ecofeminist Political Economy. A Green and Feminist Agenda, in Sherilyn McGregor (ed.), Routledge Handbook of Gender and Environment, Routledge, London-New York 2017, 86-99. La traduzione è di Irene Anaïs Poletto ed è inclusa in versione più estesa ne La natura dell’economia, Federica Giardini, Sara Pierallini, Federica Tomasello (a cura di), Derive Approdi, 2020. Ringraziamo la casa editrice per la gentile concessione.

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