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Pochissime sindache,
ma c'è qualche buon Consiglio

Cosa dicono le ultime elezioni amministrative per le donne? Se si guarda al risultato dei sindaci, il dato è sconfortante: poco più di 1 eletta ogni 10. Ma nei consigli comunali - a partire da Roma - le cose cambiano, grazie al meccanismo della doppia preferenza. Una lezione per la legge elettorale nazionale

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Le sindache - è vero – sono solo il 13%  in una compagnia maschile piuttosto affollata, 87%.

Non è una bella notizia, anche perché ripropone, tra l'altro, l'eterna ferita della “questione meridionale”. La Lombardia se la cava benino, la Campania, come al solito, no. La Sicilia, al primo turno, manco a dirlo: una sola donna su 142. 

Eppure le ultime amministrative possono essere anche osservate dal punto di vista del famoso “bicchiere mezzo pieno”.

La doppia preferenza, pochissimo pubblicizzata e pochissimo nota, tuttavia ha funzionato. La Rai, che pure avevamo salutato, durante il governo Monti, come un luogo meno misogino di prima, con una presidente donna e un consiglio d'amministrazione ragionevolmente “riequilibrato”, non le ha dedicato nemmeno una trasmissione. I giornali qualche trafiletto. Eppure il tam tam delle candidate e delle loro sostenitrici ha fatto la sua parte.

Un esempio? Il Comune di Roma. Il Consiglio comunale dimissionario contava solo due consigliere, peraltro assai combattive, che avevano messo all'angolo per ben tre volte Gianni Alemanno e la sua giunta quasi “monogenere”, ricorrendo al Tar e al Consiglio di Stato.

Oggi il Consiglio ne conta 15 su 48 consiglieri, quasi il 30%. Dai conteggi, che vengono via via fatti nei vari comuni italiani che hanno votato in questa tornata, pare proprio che la tendenza sia generalizzata e che i consigli comunali stiano cambiando il loro aspetto e, speriamo, anche le loro caratteristiche.

E' un avvenimento che tende a sconfiggere un atteggiamento autodenigratorio, presente ma quasi inconfessato fra le donne, che suona più o meno così: “Abbiamo delle capacità, certo, ma ancora veniamo scelte dagli uomini, sia attraverso il complicato equilibrio da manuale Cencelli delle liste stilate dai partiti, sia attraverso il dispotismo illuminato di molti saggi sindaci di centro-sinistra”.

Ecco, invece, che quando viene introdotto nella democrazia un meccanismo che rende visibile la differenza dei generi e chiede all'elettore e all'elettrice di prenderne coscienza le cose cambiano.

Il prevalere del potere maschile può essere preso in una morsa: da una parte le poche donne che hanno raggiunto posizioni di primo piano e non intendono dimenticarsi delle altre, dall'altra le molte che cominciano dalla base e vengono finalmente “scelte” nelle assemblee locali perché non sono più invisibili e marginali.

 Sembra che ormai le donne - come già accadde nelle primarie a doppia preferenza del Pd e di Sel – siano più votate degli uomini. Conterà la convinzone, conterà la qualità delle candidate, ma conterà anche un meccanismo più elementare che anticipa di un passo l'amore della parità e dell'autonomia femminile. “Se ho un'opportunità in più, perché non sfruttarla?”- si dice l'elettore frustrato da anni di “porcellum”.

Questione da tenere a mente quando si metterà finalmente mano alla riforma elettorale nazionale. La doppia preferenza andrà assolutamente riproposta e, qualora si scegliesse un sistema uninominale, occorrerà cercare una strada (più difficile) che promuova la parità.

Se le assemblee elettive si popolano di donne, più talenti vengono messi alla prova e più speranze ci sono che al secondo giro ci siano più sindache e più ministre.

Se mai la doppia preferenza dovesse prevalere anche nella nuova legge per le elezioni politiche, non fidiamoci, per favore, della comunicazione istituzionale. Raccogliamo le sparse - e talvolta troppo litigiose -  membra del movimento delle donne e una campagna come si deve inventiamocela noi.