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Quell'America pronta
per Hillary

Foto: Flickr/torbakhopper

Dopo il voto c'è chi dice che l'America non era pronta per una presidente donna. L’analisi dei risultati elettorali, però, ci racconta qualcosa di leggermente diverso

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Lo spot con cui Hillary Rodham Clinton annunciava la sua candidatura a presidente degli Stati Uniti nel 2015 raffigurava un’America di uomini e donne pronti al cambiamento, a iniziare un nuovo capitolo delle loro vite con ottimismo e fiducia. "Pronti per Hillary" era il nome dell’organizzazione che aveva preparato lo spot, e quello slogan, usato nei primi mesi della campagna, suggeriva l’idea che l’America fosse davvero finalmente pronta per la sua prima donna presidente. Si erano sbagliati?

All’indomani di una sconfitta elettorale sconvolgente e inaspettata, sono stati in molti a chiedersi quale sia stato il ruolo di misoginia e pregiudizio per spiegare il risultato ottenuto. Alcuni hanno sostenuto che, dopo otto anni di un presidente afroamericano, sarebbe stato insostenibile per molti che il potere non tornasse ad avere sembianze più tradizionali, quelle di un uomo bianco. Altri si sono interrogati sul ruolo di una cultura misogina e ancora profondamente machista, stupendosi che le donne non abbiano votato in massa per Clinton.  

L’analisi del voto, però, ci dice qualcosa di lievemente diverso, più complesso ma anche più ottimista.

Gli Stati Uniti non sono certamente una società perfetta o post-gender, come non sono post-racial nonostante abbiano avuto un presidente afroamericano, ma sarebbe riduttivo parlare di una cultura intrinsecamente misogina, anche alla luce di queste elezioni. Sondaggi sugli atteggiamenti degli americani e le americane nei confronti di donne e uomini in politica mostrano che la grande maggioranza considera entrambi abbiano pari capacità di leadership. Questo non vuol dire che non esistano dei pregiudizi nascosti (ancora oggi, la leadership è identificata con tratti considerati maschili), ma certamente la società americana si sta evolvendo, così come i media, in una direzione più ugualitaria di quanto non fosse in passato, in favore della leadership femminile. Infondo, Clinton ha vinto il voto popolare, il che significa che la maggior parte degli elettori e delle elettrici che hanno votato pensavano che una donna dovesse essere presidente. 

L’elettorato femminile non ha abbandonato Clinton: in aggregato ha votato per lei in maggior proporzione di quanto non avesse votato altri candidati presidenziali democratici, incluso Barak Obama. Il problema è che, in una fascia importante e molto grande dell’elettorato - quella delle donne bianche senza laurea - Clinton, pur facendo meglio di altri prima di lei, ha perso. E le vittorie racimolate tra le minoranze non sono state sufficientemente grandi da colmare il gap rappresentato dalla perdita di voti maschili tradizionalmente democratici nelle zone rurali e nelle vecchie zone industriali. 

Per quanto deludente, questo dato non può sorprendere, se letto in chiave comparativa rispetto alle tendenze di voto femminile nel mondo: le donne non rappresentano quasi mai una “constituency” e, fatta eccezione per le attiviste, di solito non votano in base alla loro identità di genere, ma in base all’ appartenenza socio-economica, etnica e religiosa. Forse, uno dei fallimenti dei movimenti femministi nel mondo è stato proprio questo: l’incapacità di creare una “coscienza di genere” che spingesse le donne a mobilitarsi, appoggiando candidature femminili che proponessero politiche di genere più che necessarie. Un fallimento, questo, però, non unicamente né prevalentemente americano, ma universale, se si pensa che le donne rappresentano globalmente più della metà della popolazione ma detengono solo il 22% dei seggi parlamentari. 

Insomma, la maggior parte di coloro che non volevano Clinton non si preoccupavano tanto del fatto che fosse donna, ma che per loro rappresentasse la continuazione di politiche economiche liberali che non sentivano averli beneficiati e, forse ancora di più, la portavoce di una narrativa di paese - l’America multiculturale e multietnica - nella quale non si rispecchiavano.

Per chi, come me, ha votato Clinton convinta che sarebbe stata una presidente efficace, questa è stata una sconfitta cocente. Ma sarebbe sbagliato considerare che il paese di per sé, non fosse pronto per una donna presidente. Come la stessa Clinton ha detto nel discorso della sconfitta: qualcun’altra, prima di quanto non ci sembri ora, romperà il soffitto di cristallo. Sembra strano dirlo adesso, l’America è davvero pronta.