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Per una vita più libera
nelle case e in città

Foto: Unsplash/ Flavio Gasperini

Un'indagine dell'agenzia dell'Unione europea per i diritti fondamentali mostra come stereotipi, violenze e molestie nei confronti di donne, persone Lgbti e persone nate in un altro paese, condizionino fortemente il modo di abitare le case e le città

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L’agenzia dell'Unione europea per i diritti fondamentali (Fra) ha da poco pubblicato un report dal titolo Crime, safety and victims' rights, frutto di un’indagine condotta nel 2019 a livello europeo che ha coinvolto 35.000 persone a cui è stato chiesto di raccontare le proprie esperienze in quanto vittime di vari reati, inclusi casi di violenza, molestie e crimini contro la proprietà.

Dai risultati dell'indagine emerge che una persona su dieci nell'Unione europea (il 9%) ha subito violenza nei cinque anni precedenti e il 41% una qualche forma di molestia. Quasi un quarto delle persone di età compresa tra i 16 e i 29 anni, un quinto dei partecipanti Lgbti, il 17% dei partecipanti con disabilità e il 22% di coloro che appartengono a una minoranza etnica, hanno riportato di aver subito nello stesso periodo un’aggressione violenta.

Gli episodi di violenza fisica (diversa dalla violenza sessuale) contro gli uomini avvengono prevalentemente nella sfera pubblica (39%), ovvero in strada, nei parchi o in altri luoghi all’aperto: l’aggressore è spesso una persona sconosciuta alla vittima (42%). La violenza contro le donne (anche qui escludendo la violenza sessuale), invece, ha spesso luogo tra le mura di casa (37%): a perpetrarla è in genere un membro della famiglia o qualcuno di conosciuto. Il 51% degli uomini ha inoltre dichiarato che questi episodi di violenza non hanno avuto su di loro particolari conseguenze da un punto di vista psicologico; solo il 30% delle donne ha dichiarato lo stesso.

Al contrario, il 34% delle donne ha raccontato di aver riportato quattro o più tipologie di conseguenze psicologiche della violenza. Secondo l’agenzia, le differenze di genere nell’esperienza della violenza hanno un impatto cruciale sulla tutela delle vittime: quando la violenza è agita nello spazio pubblico, è più probabile per la vittima ricevere il supporto di altre persone, anche di passanti casuali. La violenza che avviene tra le mura di casa è generalmente invisibile e mina le basi di sicurezza della vittima spessa, minacciandola proprio nel luogo in cui le persone vorrebbero pensarsi al sicuro.

Per quanto riguarda le molestie, il 41% dei partecipanti ha riportato almeno un episodio nei cinque anni precedenti all’indagine (29% nei 12 mesi precedenti): commenti offensivi o minatori ricevuti di persona ma anche molestie agite nello spazio virtuale, social media compresi. Il gruppo più colpito da questo tipo di violenza è quello delle persone di età compresa tra i 16 e i 29 anni: 61% dei partecipanti hanno subito molestie in real life e 27% online.

Per quanto riguarda le differenze di genere, l’incidenza delle molestie risulta essere simile, anche se il 18% delle donne ha riportato che l’episodio più recente aveva natura sessuale (contro il 6% degli uomini). Le donne sono più esposte al rischio di molestie che comprendono anche atti di natura sessuale perpetrati da persone fino a quel momento sconosciute: il 72% degli episodi di molestie aventi natura sessuale che hanno colpito le donne sono stati agiti da sconosciuti, contro il 40% degli episodi che hanno come vittime gli uomini del campione.

Ma non basta: il 57% delle donne ha riportato che questo tipo di molestie ha avuto luogo in pubblico, contro il 30% dei rispondenti di genere maschile. L’agenzia ha, inoltre, disaggregato i dati relativi alle molestie per evidenziare quali sono i gruppi più colpiti e per quali caratteristiche personali: da questa operazione emerge che ad aver subito molestie sono soprattutto le persone Lgbt (57%), i non-cittadini (54%), coloro che sono nati in un altro paese membro rispetto a quello di residenza (51%) o in un paese terzo (49%) e le persone con disabilità (50%).

Infine, una sezione del rapporto è dedicata alle strategie adottate dalle persone per evitare il rischio di violenze e molestie. Secondo l’agenzia, alcune caratteristiche socio-demografiche sono altamente correlate alla preoccupazione di poter subire violenza; queste includono, il genere, la disabilità, il background migratorio e l’appartenenza a una minoranza etnica.

In particolare, le donne hanno raccontato di evitare posti isolati, alcune strade o aree o anche di rimanere sole con qualcuno che conoscono, al fine di evitare molestie e violenze fisiche e/o sessuali. Nel gruppo di età 16-29, l’83% delle donne ha riportato di evitare da una a tre delle situazioni descritte nel questionario per paura di violenze e molestie (contro il 58% degli uomini nella stessa fascia di età).

La violenza subita, inoltre, incide pesantemente sulle abitudini e sul senso di sicurezza personale delle sopravvissute: il 37% delle donne a livello Ue che hanno avuto esperienze di violenza fisica e/o di molestie fa in modo di evitare situazioni percepite come rischiose da questo punto di vista; la percentuale scende al 21 tra le donne che non hanno vissuto mai nella vita esperienze di questo tipo.

L’agenzia auspica che gli stati membri adottino misure specifiche per rispondere alla violenza e alle molestie, ponendo al centro le vittime, i loro diritti e la loro tutela, fuori e dentro le aule di tribunale. Richiede, inoltre, più formazione per le autorità pubbliche a tutti i livelli, più servizi, più risorse e che queste risorse finiscano nelle mani giuste e in progetti reali di impoteramento[1] di chi ha subito una violenza e vuole riprendere in mano la propria vita.

Se tutto questo è sicuramente doveroso e auspicabile – e, anzi, viene chiesto da tempo a gran voce dalle organizzazioni di donne, dalle persone Lgbti, dalle persone con disabilità e dalle persone razzializzate – è anche dal nostro quotidiano che possiamo partire.

Quante grida sentite nell’appartamento accanto al vostro? Quanto corrono veloci le gambe delle persone che camminano al vostro fianco per strada? Quanto sono vuote le strade delle città di notte (“coprifuoco” pandemico a parte)? Quanto ci costa ancora nominare la violenza e le molestie agite dal nostro capo a lavoro? Quanto è difficile non voltare lo sguardo e intervenire?

Capita a tuttə di camminare a piedi, in pieno giorno e in piena notte.[2] E dovrebbe capitare sempre, se abbiamo a cuore che la libertà delle persone di spostarsi e di uscire anche da sole sia più importante della paura di non tornare a casa incolumi.

Nelle strade delle nostre città, al centro o in periferia in questo discorso conta poco, tuttə possono farci caso: i corpi si muovono a velocità differenti e si relazionano allo spazio in base al genere: le donne e, in generale, tutte le persone che hanno un’identità che sfida la norma, ‘volano’ sulle strade, evitano gli sguardi e le parole, fanno slalom tra altri corpi che la società legittima a occupare tutto lo spazio, ignorano parole di scherno e di violenza, si augurano di arrivare presto e incolumi alla loro destinazione.  

Nel 2020 abbiamo vissuto per la prima volta a memoria di persona vivente un “lockdown”, un confinamento tra le mura domestiche, misura imposta per rispondere a una crisi sanitaria, quella da Covid-19. Stare chiusə in casa per un lungo periodo ha imposto a tuttə un ripensamento della quotidianità, delle abitudini e l’elaborazione di strategie per non soccombere all’angoscia e alla paura.

Un pensiero più specifico si è però ben presto insinuato nella mente – e su inGenere se n’è discusso anche ampiamente: il lockdown non è una misura neutrale, non ha lo stesso effetto su tutte le persone. E c’è da chiedersi, allora, cosa implica l’invito a restare a casa per chi tra le mura domestiche vive situazioni di violenza, abuso, maltrattamento, non accettazione della propria identità e del proprio orientamento sessuale.

Elucubrazioni mentali personali? Di un piccolo gruppo di persone con una “particolare sensibilità”? Stando ai dati pare proprio di no.

Note

[1] Termine coniato da Maria Nadotti nella sua traduzione di bell hooks del 1998.

[2] Per rendere il discorso il più inclusivo possibile rispetto al genere, abbiamo adottato in questo articolo l'uso del simbolo ə già in uso in alcuni testi in circolazione, per declinare in modo più ampio le parole che in italiano imporrebbero una scelta binaria tra il genere grammaticale maschile e quello femminile. 

Leggi il dossier di inGenere "Che genere di città"