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Abbiamo bisogno di
un'informazione inclusiva

Foto: Unsplash/ Ludovica Dri

Una presenza equilibrata di donne nei media è il requisito minimo per un'informazione libera e di qualità. Cosa dicono i dati, a partire dall'ultimo rapporto del Centre for Media Pluralism and Media Freedom dello European University Institute

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In un rapporto uscito a luglio 2020 il Centre for Media Pluralism and Media Freedom dello European University Institute fa il punto su pluralismo dei media e libertà di espressione nell'Unione europea, in Albania e in Turchia e lo fa evidenziando quanto a rischio è la libertà di informazione nei diversi paesi.

L'analisi avviene in un mondo che è profondamente cambiato nel giro di pochi anni. L’ecosistema dei media è stato investito da una grande trasformazione del modo in cui le notizie vengono prodotte, divulgate e consumate.

Le tecnologie hanno generato nuove opportunità in termini di pluralismo e libertà ma hanno anche portato nuove fonti di rischio come per esempio il dilagare delle fake news, lo hate speech come strumento per delegittimare e silenziare, la mancanza di trasparenza con cui gli algoritmi selezionano per noi le notizie e attribuiscono una gerarchia di rilevanza, il potere crescente di compagnie private nella gestione delle piattaforme che usiamo per informaci, la polarizzazione del dibattito pubblico, la sostenibilità economica dei mezzi di informazione.

Tutti questi temi sono rilevanti e vanno affrontati, ne va della salute della democrazia.

Per definire il rischio a cui va incontro il pluralismo dell'informazione, le ricercatrici e i ricercatori che hanno prodotto il rapporto hanno identificato quattro dimensioni che determinano la salute del sistema mediatico (figura1).

Concentriamoci sull'indicatore access to media for women che valuta l’esistenza, l’ampiezza e l’applicazione di politiche di parità tra uomini e donne nei media pubblici così come la presenza delle donne nei ruoli apicali e nella produzione di notizie, in particolar modo di politica.

Dai dati di Elda Brogi e Roberta Carlini, che hanno curato il rapporto italiano, si evince come l’Italia non sia proprio ben posizionata: il rischio che le donne restino fuori dai media è del  75% (Figura2).

Figura 1. Dimensioni che determinano la salute del sistema mediatico

Come si vede dalla mappa (di cui sul sito del centro è disponibile una versione interattiva) solo Danimarca, Francia e Svezia sono a basso rischio.

Andiamo a esaminare la distribuzione di genere dei ruoli e le posizioni apicali.

L’Italia rientra tra i 13 paesi con una rappresentanza delle donne inferiore al 30 per cento.

Figura 2. Mappa dei paesi per tasso di accesso delle donne ai media

 

Consigli di amministrazione nei media privati: solo Estonia e Svezia hanno Cda equilibrati nelle due principali società di media, che detengono la fetta di audience più grande.

Giornaliste di attualità e politica ed esperte: in tutti i paesi, anche in quelli “virtuosi”, le donne sono sottorapresentate in particolar modo nelle notizie e nei talk di commento all'attualità e alla politica. In nessun paese le donne hanno un ruolo paritario come esperte di economia e politica.

Caporedattrici: solo in Croazia, Lettonia, Lituania, Romania, Svezia e Regno Unito c'è parità in questo ruolo, in Italia sono invece pochissime.

Come sottolinea il rapporto, l’assenza delle donne nella produzione dell’informazione non è solo un problema di rappresentanza (e rappresentazione) ma incrina uno dei pilastri della democrazia: la pluralità e libertà di parola. 

Oltre il rapporto, i numeri dello hate speech

Gli indicatori del rapporto del Centre for Media Pluralism di quest’anno sono stati modificati nella sessione “educazione ai media” per integrare i rischi dovuti alla diffusione dell'odio. I media possono avere un ruolo fondamentale nell’educare le persone a riconoscere i discorsi d’odio e ad acquisire gli strumenti per contrastarli anche da un punto di vista legale.

Vediamo cosa dicono i dati circolati negli ultimi anni in Italia e all'estero.

La nostra riflessione sull’accesso delle donne (ma non solo) al dibattito pubblico e alla costruzione dell’opinione pubblica è legata a doppio filo ai discorsi d'odio, perché la violenza online è uno strumento molto utilizzato per silenziare le donne che acquisiscono uno spazio nella scena pubblica, come confermano tre ricercatrici della Columbia University.

Giornaliste, intellettuali, politiche vengono assalite, minacciate, insultate tutti i giorni per aver espresso un’opinione. 

Un'indagine diffusa dall'Unione interparlamentare, che riunisce i rappresentati dei parlamenti di 171 stati, basata su interviste approfondite che sono state rivolte a 55 deputate provenienti da 39 paesi di cinque regioni del mondo ci racconta come la forma di violenza più usata contro le parlamentari sia quella psicologica. A riportare di averne subita è l'81,8 per cento delle intervistate. In questo i social network, sottolinea il rapporto, sono diventati il veicolo per eccellenza. "Una volta, per un periodo di quattro giorni, ho ricevuto più di 500 minacce di stupro su Twitter" testimonia un'intervistata.

Nel 2019, in occasione delle elezioni europee, Amnesty International ha elaborato un barometro dell'odio basato sulla valutazione di circa 100mila contenuti, post e messaggi diffusi pubblicamente da utenti e rappresentanti politici durante sei settimane di campagna elettorale. Uno su dieci di questi conteneva un messaggio d'odio contro migranti, donne, persone Lgbti, minoranze religiose, rom, persone impegnate a salvare vite umane. 

Come mette bene in evidenza l’inchiesta Poteri digitali, il dibattito politico di oggi avviene principalmente sui social e si fa portatore di messaggi carichi d'odio che si scagliano in special modo contro le donne. 

E sono le donne, infatti, le più colpite dagli odiatori del web, secondo i dati raccolti da Vox – Osservatorio Italiano sui diritti, in collaborazione con l’Università Statale di Milano, l’Università di Bari, La Sapienza di Roma e il Dipartimento di sociologia dell’Università Cattolica di Milano, le donne in politica ricevono più del doppio degli attacchi dei colleghi e una volta su quattro si tratta di attacchi sessisti. Questo avviene soprattutto social media, spesso utilizzati per sminuire o aggredire in branco donne che prendono parola pubblica (pensiamo a Laura Boldrini, Michela Murgia, Selvaggia Lucarelli, Annalisa Camilli). Secondo l’osservatorio Vox la misoginia online è molto diffusa e i picchi sono in corrispondenza di femminicidi.  

Idee già pronte per cambiare

L’associazione Article 19 che agisce a livello globale per la difesa della libertà di espressione e il diritto all’informazione ha scritto in insieme alla Federazione Europea dei giornalisti un decalogo sulle azioni positive che i mass media possono fare contro i discorsi di odio.

Tra le misure che propongono c’è al primo punto quella di prevedere uno staff rappresentativo della società e quindi diverso per genere, generazione, religione, orientamento, provenienza. E poi, dare forza a protocolli e politiche interne facendo in modo che vengano effettivamente rispettate.

Un esempio che potremmo fare è quello del Guardian che ha previsto l’introduzione di una nuova figura professionale: il gender editor, una persona che rivede il linguaggio degli articoli accertandosi che sia rispettoso e inclusivo.

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