In Italia l'idea di cittadinanza è ancora associata ai legami di sangue, all'appartenenza a una stessa nazione, e non alla volontà delle persone di vivere insieme. Il referendum dell'8 e 9 giugno 2025 ci chiama a fare una scelta e a interrogarci sul passato, sul presente e sul futuro della nostra società
A maggio 2025, il Centro studi e ricerche immigrazione dossier statistiche (Idos) ha pubblicato una stima di quante persone formalmente straniere residenti in Italia si vedrebbero avvantaggiate nella corsa a ostacoli per la cittadinanza italiana in caso di vittoria del sì alla consultazione referendaria dell’8 e 9 giugno 2025.
Nel complesso, la stima più realistica ci parla di 1,4 milioni di persone che potrebbero potenzialmente beneficiarne, tra cui 284.000 minori. Un numero modesto rispetto ai 5 milioni e mezzo circa di persone residenti senza cittadinanza italiana, secondo gli ultimi dati Istat. Se questa stima aiuta a sgonfiare la retorica etno-nazionalista secondo cui riformare la cittadinanza significherebbe rendere l’accesso a quest'ultima una bazzecola, tuttavia, analizzare la metodologia di stima utilizzata da Idos ci aiuta a capire perché questa riforma è cruciale, necessaria – sicuramente tardiva – ma comunque solo un primo passo.
Senza entrare nel merito dell’analisi giuridica del quesito referendario, possiamo sintetizzare dicendo che si intende intervenire sulla disciplina giuridica della naturalizzazione, ovvero la concessione della cittadinanza italiana a persone straniere adulte che, secondo la legge, non intrattengono con il nostro paese alcun legame che giustifichi un trattamento “di favore” – come avviene, per esempio, per chi è discendente di persone italiane, cittadino o cittadina dell'Ue, per le persone sposate con chi ha la cittadinanza italiana, o che non si trovano in situazioni di estrema vulnerabilità che giustifichino un accesso “facilitato” alla cittadinanza, come avviene per esempio per le persone apolidi o titolari di uno status di protezione.
Bene, per queste persone si propone – con un’operazione di chirurgia giuridica che interviene sull’Art. 9 della legge 91/1992 – di ridurre da 10 a 5 anni la residenza legale e ininterrotta sul territorio italiano necessaria per poter fare domanda per acquisire la cittadinanza. Una riduzione, questa, che avvicinerebbe l’Italia a gran parte degli stati dell'Unione europea.
Più voci hanno spiegato perché questa misura sarebbe fondamentale per garantire una vita dignitosa a persone che vivono in Italia da molti anni, assicurando l’accesso ai servizi fondamentali del welfare, alle opportunità offerte dalla società, alla piena inclusione scolastica, alla rappresentanza politica, nonché un inserimento più efficace nel mercato del lavoro, e una conseguente riduzione della precarietà e del rischio di sfruttamento. Per molte persone si tratta – e c'è da concordare, nella sostanza – di certificare per legge un’appartenenza di fatto alla comunità che l’Italia la vive, la porta avanti, ne sopporta i vistosi limiti.
Detto questo, è utile sottolineare che parlare di cittadinanza vuol dire interrogarsi anche sul passato, presente e futuro della comunità politica e sociale di cui tutti e tutte siamo chiamate a far parte. E qui torniamo ai dati di Idos: in realtà, il numero reale di potenziali beneficiari di una riforma della cittadinanza sarebbe ben più alto di quello indicato (1.706.000, di cui 286.000 minori), da cui vanno decurtate però le persone che in ogni caso non risponderebbero agli altri requisiti richiesti per poter accedere alla cittadinanza. Questi includono: adeguate fonti di sussistenza, regolarità della situazione tributaria, continuità di alloggio e lavoro regolari, livello adeguato (B1) di conoscenza della lingua italiana. E poi 600 euro per presentare la domanda (e fino a 36 mesi di attesa per la risposta, ma questo è un discorso a parte). Quindi la forbice tra la stima massima e quella realistica si deve leggere in termini di classe.
E da qui è facile arrivare all’idea di "popolo" che ci rimanda la normativa italiana in materia di cittadinanza. Improntata fortemente sulla trasmissione di sangue, per come è disciplinata, la cittadinanza italiana si pone in piena continuità con l’idea di una comunità omogenea di persone, caratterizzate non tanto da una vita in comune su uno stesso territorio, sottoposte alle stesse leggi, quanto dalla condivisione di un portato suppostamente comune di usi, valori, etica, storia e lingua.
In questo modo si spiegano tanti degli elementi che ricorrono negli anni quando si parla di cittadinanza, fino a oggi. Le formazioni politiche di centro-destra – fino ai tempi recenti in cui registriamo un interessante cambio di passo, su cui sarebbe utile riflettere in altra sede – hanno sempre supportato la posizione e i diritti delle persone italiane residenti all’estero, garantendo loro una piena rappresentanza politica (addirittura con una circoscrizione elettorale apposita).
Le recenti riforme su immigrazione e sicurezza sono intervenute anche in materia di cittadinanza, di fatto sancendo un collegamento tra flussi migratori, e quindi persone appena arrivate in Italia, e persone che vivono in Italia da anni, pur senza la cittadinanza: già della finalità politica di questo approccio si potrebbe discutere. In ogni caso, tali innovazioni legislative hanno di fatto creato – nello sconcertante silenzio di gran parte degli osservatori e delle osservatrici – una cittadinanza "di serie A", quella “autoctona”, e una "di serie B", quella acquisita, prevedendo la possibilità per quest’ultima solo di essere revocata in caso di condanna per reati gravi connessi alla sicurezza e all’ordine pubblico.
Secondo il legislatore dell’epoca – ma anche dei successivi, visto che nessuno si è premurato di correre ai ripari – le persone naturalizzate italiane sono cittadini e cittadine "a tempo", costantemente sotto esame, condannate a una precarietà esistenziale e alle bizze della discrezionalità amministrativa. Senza contare che, potenzialmente, questa nuova norma rischia di rendere apolidi le persone che, per acquisire la cittadinanza italiana, hanno rinunciato a quella di origine.
Sebbene, dal punto di vista costituzionale e politico, questa riforma collochi l’Italia – seppur non da sola in Europa – ai margini del sistema internazionale di tutela dei diritti umani, si pone in realtà in piena continuità con un’idea di cittadinanza come concessione, come atto di alta amministrazione: in altre parole, come scelta discrezionale e indiscutibile degli apparati dello stato. Non un patto di convivenza, dunque, ma una scelta d’imperio dello stato su chi sta dentro e chi sta fuori dalla nazione.
E qui arriviamo all’ultimo elemento da segnalare dei tempi recenti. Da quando il governo Meloni è entrato in carica, abbiamo assistito a uno spostamento semantico degno di nota: la costante sostituzione delle parole popolazione e stato, con la parola nazione. Queste parole, però, non sono sinonimi: usare la parola nazione è una scelta deliberata, un atto politico che riafferma la volontà di sancire un’idea di cittadinanza fondata sul sangue, sulla comunanza di origine e di destino, e non sulla scelta di vivere insieme, contribuendo in modo equo alla convivenza e alla tenuta del tessuto sociale.
La disciplina attualmente vigente, dunque, dice a chi intende diventare cittadina o cittadino che deve essere docile, non creare problemi e non alzare la testa, avere un lavoro stabile, un alloggio dignitoso, tempo e possibilità per imparare bene l’italiano. Che deve spendere 600 euro e aspettare 36 mesi. È una selezione discrezionale di chi è eventualmente desiderabile che stia "dentro", e chi necessariamente deve stare "fuori" dalla nazione. La cittadinanza è una questione di classe, dunque, soprattutto in tempi recenti fatti di precarietà, lavoro povero, erosione costante del welfare. Sarebbe quasi demagogico sottolineare che tantissime persone italiane “autoctone” non sarebbero nelle condizioni di assolvere ai requisiti imposti a chi vuole accedere alla cittadinanza italiana.
Ma la cittadinanza è anche una questione di genere, e c’è chi l’ha spiegato meglio di quanto possa fare io. Mi preme solo aggiungere che la cittadinanza è da sempre un dispositivo di riproduzione della nazione: quando si parla di inverno demografico e di incentivi alla natalità, bisogna sempre chiedersi che tipo di natalità si auspica. Chiaramente in questa fase storica si sta affermando una concezione nativista e suprematista della natalità: l’appeal crescente dell’osceno concetto di "remigrazione" indica che, anche di fronte al supposto collasso demografico degli stati occidentali, è comunque preferibile deportare persone straniere pur di non contaminare la stirpe.
Ma anche prima che queste tinte fosche si affermassero, l’impianto della legge sulla cittadinanza (che ricordiamo essere del 1992) si fondava, e tuttora si fonda, sulla sostanziale preferenza riconosciuta alla trasmissione iure sanguinis, tramite la via del sangue. Nessun governo ha provato a ribaltare questo paradigma, immaginando piuttosto basi alternative su cui fondare la convivenza sociale. Neanche chi parla di ius scholae o ius culturae, altre riforme comunque chiaramente condivisibili.
In conclusione, dato che a decidere chi sta dentro al perimetro della cittadinanza è chi la cittadinanza già ce l’ha – in un esercizio pleonastico di privilegio – possiamo concludere che la riforma proposta dal quesito referendario di giugno 2025 è davvero un primo passo per rifondare il patto di convivenza sociale della nostra società, affinché rispecchi anche solo minimamente di più la realtà complessa delle nostre esistenze. Un primo passo a cui dovranno seguirne molti altri, che ci interrogano in prima persona, tutti e tutte, ma soprattutto noi – cittadini e cittadine autoctone - che abbiamo scelto e continuiamo a scegliere di valere di più di altre persone, anche quando riconoscerlo ci costa.
Per saperne di più