Pur non trattandosi di una riforma strutturale, il referendum sulla cittadinanza per cui si vota l'8 e il 9 giugno apre uno spazio politico che mette in discussione la narrazione dominante, svincolando la cittadinanza dai concetti di "merito" e "identità nazionale" che hanno reso un privilegio quello che dovrebbe essere un diritto
"La cittadinanza è un privilegio da conquistare, non un diritto da regalare". Così si è espresso l’europarlamentare Roberto Vannacci in merito al referendum sulla cittadinanza. Cominciare un discorso con le parole di Vannacci può sembrare provocatorio, ma in realtà svela molto di come la cittadinanza sia stata considerata in Italia in questi 33 anni – cioè da quando è stata approvata la normativa sull'acquisizione della cittadinanza, ndr: non come diritto, ma come qualcosa da concedere con parsimonia.
L’8 e 9 giugno 2025 si voterà per cinque referendum, quattro incentrati sulla precarizzazione del lavoro e uno sulla cittadinanza. In particolare, quest’ultimo va ad abrogare parzialmente l’art.9 della legge 91/1992, modificando il requisito di residenza continuativa.
L’attuale legge prevede che, per i processi di naturalizzazione, le persone maggiorenni nate in un paese extra Ue possano fare richiesta per l’acquisizione della cittadinanza dopo aver maturato dieci anni di residenza continuativa, mantenendo un reddito sufficiente al sostentamento, senza aver mai avuto precedenti penali. Devono inoltre essere in possesso di una buona conoscenza della lingua italiana. L’abrogazione parziale dell’articolo 9, comma 1, lettera b, renderebbe più accessibile un diritto che oggi viene vissuto da molte persone come irraggiungibile, riallineando la normativa italiana con quella della maggior parte dei paesi europei.
Pur non trattandosi di una riforma strutturale, questo referendum segna un passaggio cruciale: apre uno spazio politico per mettere in discussione la narrazione dominante della cittadinanza come privilegio.
Da oltre tre decenni, la legge sulla cittadinanza funziona di fatto come un dispositivo di esclusione, che colpisce soprattutto le persone nate e cresciute in Italia da genitori stranieri o che vi risiedono stabilmente. Eppure, avere la cittadinanza italiana significa poter accedere con maggior facilità al diritto alla salute, ai concorsi pubblici, e soprattutto alla partecipazione politica. A conti fatti, la cittadinanza è un diritto, ma le modalità per ottenerla la trasformano in un ostacolo quasi insormontabile, un premio da guadagnare.
Questa visione così presente nella retorica antireferendaria della destra di governo trae la sua forza anche dal lungo dibattito attorno a una possibile riforma della cittadinanza.
Come ben nota Sergio Bontempelli, operatore legale esperto di immigrazione, in moltissimi suoi interventi in materia, tra cui quello contenuto nel Sesto libro bianco sul razzismo in Italia (2024) curato dall'Associazione di Promozione Sociale (APS) Lunaria, vi è una deleteria sovrapposizione fra il discorso sulla cittadinanza, quello sulle politiche migratorie e quello sull’identità nazionale.
Il concetto di identità è forse quello che più ha ostacolato uno sviluppo effettivo del dibattito sulla riforma della legge sulla cittadinanza. L’identità nazionale è un dispositivo teorico volto a rappresentare i cittadini e le cittadine di un territorio nella loro omogeneità linguistica, etnica e culturale. Nel dibattito politico riguardante le migrazioni, il concetto d’identità nazionale è stato spesso il grimaldello per rappresentare la società come inevitabilmente divisa tra cittadini e cittadine di nascita e chi invece è semplicemente migrante. La retorica identitaria è stata spesso a servizio di una narrazione che ha fortemente osteggiato i movimenti migratori, restituendo l’impossibilità di una convivenza tra persone di diversa origine nazionale.
Un discorso di questo tipo torna anche quando si parla di cittadinanza, riproponendo nuovamente un’idea di cultura e identità nazionale estremamente monolitica, financo stereotipata. Discorsi come “alla fine sono come noi, mangiano la pasta, tifano la Nazionale, parlano il dialetto regionale” per quanto possano sembrare a favore di una riforma, in realtà rappresentano una retorica che perpetua un’idea di nazione unitaria, con un’unica identità culturale a cui le persone di origine straniera devono aderire. In sostanza, un ulteriore discrimine.
Se l’identità nazionale, quella che spesso viene definita come “italianità”, traccia una linea immaginaria tra un presunto “noi” e un “loro”, a dettare le condizioni per cui attraversare questa linea è un altro discorso retorico, quello sul merito. In questa sede però non si parlerà semplicemente di merito nella sua accezione stretta, come ad esempio quando si considera il merito sportivo o un qualsiasi altro traguardo culturale. In questo caso mi preme considerare come il merito sia soprattutto connesso a un discorso morale che viene aperto dal concetto di “valore”.
Che si tratti di “valori costituzionali” o di generici “valori italiani”, in questo caso si sta aggiungendo un tassello al discorso identitario, fortemente connesso alla contrapposizione tra ciò che è “giusto” e ciò che è “sbagliato”. L’italianità – e i “valori” che quest'ultima porta con sé – domanda a chi inizialmente non corrisponde a quell’identità di rifiutare l’immagine identitaria, costruita per opposizione e stereotipi su chi migra, aderendo a presunti valori in quanto veicolati sempre come “giusti”.
Il criterio del merito si concretizza non tanto a livello legislativo (per quanto alcuni requisiti per l’acquisizione della cittadinanza si rifacciano a quella cornice teorica), quanto su come lo sguardo del “noi” metta costantemente alla prova quelle persone che verranno sempre percepite come “loro”. La prova consiste nel rifiuto di tutto un bagaglio culturale e di vita che, su una scala valoriale, vengono considerati “sbagliati”.
Il rifiuto della propria religione se non cattolica, il rifiuto della storia, il rifiuto di parlare la lingua d’origine o quella dei genitori, il rifiuto di ogni immagine che possa far percepire come pericolosa o “altra” una persona per il resto della società. Questo è ciò che viene chiesto alle persone di origine straniera, nate in Italia da genitori stranieri o razzializzate. Questo è ciò che si nasconde dietro il plauso a un’atleta razzializzata che ha vinto la medaglia d’oro, e dietro il dissenso nel momento in cui quella stessa atleta rivela il razzismo che subisce.
Ritornando al tema della cittadinanza, questi due assi discorsivi che si muovono sullo sfondo del dibattito sulle migrazioni hanno reso sempre più la cittadinanza un privilegio anziché un diritto. È così che si è legittimata culturalmente l’eterna posticipazione di una riforma circoscritta fin troppo spesso – almeno negli ultimi anni – alla possibilità di facilitare l’accesso alla cittadinanza alle persone nate in Italia da genitori stranieri.
In questo senso, il referendum rappresenta invece una cesura: torna a parlare delle persone adulte nate in un paese straniero, aprendo la possibilità a una nuova narrazione che non le veda solo come persone migranti, perennemente in movimento, ma come parte integrante della società, nonostante un documento non riconosca loro questo status.
Certo, in maniera imperfetta e sicuramente con molti spunti di miglioramento – soprattutto da un punto di vista delle cornici narrative utilizzate per parlare del referendum sulla cittadinanza e considerato che, a conti fatti, rimangono intatti i requisiti d’accesso. Tuttavia, il significato politico che potenzialmente ha questo referendum apre una breccia in un dibattito che è stato il sostrato culturale attraverso cui si è giustificato l’immobilismo istituzionale su una riforma necessaria.
Lo strumento del referendum abrogativo – certamente inadatto a una riforma totale – può essere il modo attraverso cui riparlare di cittadinanza alla cittadinanza stessa, senza che le forze politiche facciano da intermediarie, fin troppo abituate a parlare di questo tema solo attraverso la retorica del merito o in termini identitari.
Nella dicotomia tra identità e alterità, ora si dà in mano all’elettorato la possibilità di parlare di altro: di diritti. Questo rimane indubbiamente un primo, piccolo passo, e di certo sarà necessario ulteriore impegno anche dopo l’8 e il 9 giugno 2025; ma da qualche parte è necessario ripartire. Questa volta, proviamoci con un sì.
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