Articoloambiente - salute - scienza - sviluppo - tecnologie

Cosa resta della
coscienza del limite

Foto: Unsplash/ Jorge Fernández Salas

L’incidente nucleare di Chernobyl del 1986 ha generato in Italia un grande dibattito tra scienziate e attiviste, che hanno elaborato un discorso attorno alla "coscienza del limite". Cosa resta oggi di quelle riflessioni di fronte alla crisi climatica

Articoli correlati

Fare carriera nel settore spaziale. Ne parliamo con Ilaria Cinelli, ingegnera biomedica, tra le tre italiane selezionate come mentori della piattaforma Space4Women dall'Ufficio per gli Affari Spaziali delle Nazioni Unite

Dalle prime osservatrici delle mappe a Greta Thunberg, il ruolo delle donne è stato spesso fondamentale per le ricerche e le politiche sul clima. Una meteorologa racconta le pioniere dell'atmosfera

Mary Mellor, docente alla Northumbria University, spiega perché per essere davvero sostenibile la green economy dovrebbe essere un'economia femminista

Se i paesi hanno iniziato a comprendere il ruolo della parità di genere nell’azione per il clima e a darle il giusto valore, è frutto del lavoro delle femministe che negli ultimi vent'anni si sono battute per politiche ambientali più giuste. Ne parliamo con Anne Barre, esperta di genere e clima

Il 26 aprile 1986 un reattore della centrale nucleare di Chernobyl esplode causando numerose vittime e liberando nell’ambiente elevatissime quantità di materiale radioattivo. La nube tossica prodotta dall’esplosione si sposta in gran parte dell’Europa, giungendo anche in Italia. Nei giorni successivi l’incidente, in Italia viene vietata la vendita di verdure fresche e la somministrazione di latte fresco ai bambini e alle donne in stato di gravidanza. Viene raccomandato di non bere acqua piovana e di non far pascolare il bestiame nei campi. E mentre cresce la preoccupazione, in tutto il paese le farmacie esauriscono le scorte di iodio e di prodotti disinfettanti.

In questo clima di incertezza e paura, le domande e le riflessioni dei cittadini investono anche i termini e i concetti stessi di sviluppo, progresso, scienza e tecnologia. Questo accade soprattutto all’interno del movimento delle donne, dove l’incidente contribuisce a una presa di coscienza critica, non soltanto riguardo alle implicazioni della scienza nella vita quotidiana – rispetto alla quale le donne si sentono particolarmente coinvolte –, ma anche riguardo ai parametri di neutralità e di oggettività che il pensiero occidentale ha attribuito alla scienza.

L’incidente di Chernobyl spinge a interrogarsi sulle idee di progresso, di sviluppo e di scienza e a riflettere sulla cultura del rischio.

In realtà, già nel 1976 l’incidente di Seveso aveva visto la mobilitazione delle donne, ma le loro riflessioni si erano concentrate prevalentemente sull’autodeterminazione delle donne e sull’aborto per i rischi che potevano correre i bambini in gestazione durante la contaminazione. Le denunce del movimento delle donne avevano come obiettivo gli interessi capitalistici e l’indifferenza verso il benessere delle popolazioni, e non miravano alla messa in discussione né del modello di sviluppo né dell’impianto della scienza moderna, nonostante una delle critiche più profonde a quel modello sviluppo venisse proprio da Seveso e da una grande figura femminile come Laura Conti.

Con Chernobyl, invece, il problema del rapporto con la scienza e la tecnologia esce dalla cerchia delle donne professionalmente coinvolte nel mondo della ricerca per investire la generalità del movimento delle donne.

L’iniziativa che raccoglie il dibattito delle donne all’indomani di Chernobyl è il seminario Scienza, potere, coscienza del limite. Dopo Chernobyl: oltre l’estraneità. Scienziate di diversi settori disciplinari, ma anche studiose e intellettuali provenienti dal mondo accademico, dal mondo della politica e del giornalismo discutono se e come sia possibile concepire un limite al progresso tecnico e scientifico quando questo sfiora la distruzione.

Emergono diverse posizioni: secondo alcune il limite va imposto all’uso arbitrario del sapere e questo significa imporre una forma di controllo da parte della politica e della società civile sulle applicazioni della scienza e sulla tecnologia, lasciando invece il sapere scientifico libero di espandersi.

Per la filosofa Elena Gagliasso – ad esempio – è legittimo limitare le tecnologie, come nel caso  del nucleare, quando si comprendono i rischi di distruzione che esse portano con sé, mentre più difficile è stabilire dall’esterno un limite “a monte” allo “sviluppo scientifico”. Per la studiosa sarebbe necessario trasformare l’idea di un limite, che sembra provenire da una mozione etica esterna, in una necessità di coerenza interna del procedere scientifico. Questo sarebbe possibile attivando l’idea del limite dall’interno della scienza attraverso la presa di coscienza della limitatezza biologica degli organismi viventi, compreso quello umano. Gli uomini hanno creduto di poter trascendere queste limitazioni attraverso una scienza volta al progresso, inteso come sfida prometeica alla natura e affrancamento dai vincoli della condizione biologica umana. Si tratterebbe allora di avviare un processo di autoriflessione entro la stessa comunità scientifica verso una scienza diversa che correli compatibilmente vita, materia, energia e che riconosca le proprie limitazioni biologiche, non come debolezze da superare con la tecnica, ma come mutue dipendenze che i viventi possono intrattenere con i loro ambienti.

Per la fisica Elisabetta Donini, per contro, lo sfondamento dei limiti è un cardine della genesi del pensiero moderno e dell’instaurarsi della nuova scienza. Questo dimostrerebbe l’incompatibilità  tra la concezione dominante della scienza e la coscienza del limite dimostratasi necessaria di fronte ad avvenimenti come quelli di Chernobyl. Per Donini, quindi, si rende necessario ripensare a un modello di sviluppo scientifico che non sia basato sulla filosofia del rischio né sull’idea del dominio e dello sfruttamento della natura e dell’ambiente; deve cioè cambiare l’idea stessa  di conoscenza scientifica perché non si basi più sui canoni della neutralità e della validità oggettiva, bensì sul concetto, che Donini trae dalle epistemologie femministe del punto di vista, di parzialità consapevole. Sul piano conoscitivo “coscienza del limite” vuol dire porre un  limite alla pretesa di una conoscenza assoluta e obiettiva della realtà, e contrapporre al paradigma dell’oggettività quello della parzialità consapevole, ovvero “il riconoscimento del carattere parziale e autoriflessivo di ciascuna rappresentazione del reale”.

Nella prospettiva della “coscienza del limite”, secondo Elisabetta Donini, la parzialità consapevole e il senso di responsabilità si intrecciano con il “paradigma ecologico”, che è qualcosa di differente rispetto all’ecologia come disciplina specifica con la sua rilevanza accademica. Il paradigma ecologico dovrebbe, infatti, costituire una prospettiva generale all’interno della quale rifondare l’intera concezione delle scienze a partire dalla consapevolezza che in un sistema nessuna parte può prescindere dalle altre né a essa può imporsi. 

Sebbene il concetto di “limite” sia oggi al centro dell’attuale dibattito sulle problematiche ambientali e climatiche, in termini economici, di risorse naturali e di modello di sviluppo, l’interesse per una riflessione di carattere epistemologico incrociata con la prospettiva di genere si è molto ridimensionato. Una delle motivazioni è l’allargamento dell’accesso delle donne al campo della ricerca scientifica che ha diminuito quel senso di esclusione e di estraneità che le aveva portate a ragionare criticamente sul processo di formazione del sapere scientifico.

Eppure di fronte alla crisi climatica in cui sono sempre più evidenti le interconnessioni dei sistemi fisici, sociali, politici ed economici, il “paradigma ecologico” rappresenta l’unica prospettiva generale all’interno della quale diventa possibile individuare soluzioni alternative. In questa direzione va l’attività del gruppo “Genere e ambiente” dell’Associazione Donne e Scienza che ha organizzato a fine 2019 il Convegno Ambiente e Clima. Il presente per il futuro, nel quale si è provato a mettere insieme i diversi punti di vista sull’ambiente sia sul piano strettamente scientifico come incrocio tra diverse discipline, sia su quello politico, giuridico, filosofico ed economico.  

Riferimenti

Barca, Stefania (2011). Lavoro, corpo, ambiente: Laura Conti e le origini dell'ecologia politica in Italia. Ricerche Storiche, 41(3), 541-550.

Donini, Elisabetta, (1986), La saggezza della paura contro la filosofia del rischio, in Leonardi, Grazia, (a cura di), Scienza potere coscienza del limite. Dopo Cernobyl: oltre l’estraneità. Quaderni di Donne e politica, supplemento al n. 5, settembre-ottobre, Roma, Editori Riuniti Riviste. 

Donini, Elisabetta, (1990), La nube e il limite. Donne scienza e percorsi nel tempo. Rosenberg&Sellier, Torino.

Gagliasso, Elena, Provocare l’autocoscienza della scienza, in Leonardi, Grazia (a cura di), Scienza potere coscienza del limite. Dopo Cernobyl: oltre l’estraneità. Quaderni di Donne e politica, supplemento al n. 5, settembre-ottobre 1986, Roma,  Editori Riuniti Riviste.

Leonardi, Grazia (a cura di), Scienza potere coscienza del limite. Dopo Cernobyl: oltre l’estraneità. Quaderni di Donne e politica, supplemento al n. 5, settembre-ottobre 1986, Roma, Editori Riuniti Riviste.

Mangia Maria Luisa Fabio Sulpizio Mangia Cristina “La nube di Chernobyl e l'origine del dibattito genere scienza e ambiente in Italia” presentato al convegno Ambiente e Clima. Il presente per il futuro. Lecce, 14-16 novembre 2019 

Leggi anche

Perché genere e clima sono connessi

Quello che le donne decidono sul clima

Femministe del clima, intervista a Anne Barre

Per un'agenda verde e femminista