Politiche

Se vuole essere davvero intersezionale, il femminismo deve adottare la prospettiva delle donne nere, riconoscendo la connessione tra diverse forme di discriminazione. Ne parliamo con Kwanza Musi Dos Santos, attivista italo-brasiliana, specializzata in diversity management e co-fondatrice dell’associazione culturale e sportiva QuestaèRoma

K. Musi Dos Santos e
il femminismo nero

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Femminismo nero
Credits Unsplash/Good Faces

In Italia il femminismo è ancora fortemente eurocentrico, imperniato sul modello culturale occidentale. Far emergere le discriminazioni e le contraddizioni interne al femminismo stesso è l'unico modo per liberare davvero tutte. 

Con Kwanza Musi Dos Santos, giovane attivista italo-brasiliana specializzata in diversity management, co-fondatrice dell’associazione QuestaèRoma - formata da giovani persone italiane di origine straniera - riflettiamo sulla conoscenza del femminismo nero in Italia, sull’antirazzismo e sulle iniziative che combattono la discriminazione nel nostro paese.

Nel tuo percorso ti sei occupata di femminismo nero a livello accademico. Quanto è conosciuta, qui in Italia, la sua storia?

È del tutto sconosciuta anche alle stesse femministe bianche italiane: nonostante i libri di bell hooks e Angela Davis negli ultimi anni siano stati ritradotti e ripubblicati, e apprezzati dalle lettrici, purtroppo il discorso pubblico è ancora molto eurocentrico, incentrato sul modello culturale occidentale. Se guardiamo alle femministe nere in Italia, per esempio Elvira Banotti o Dacia Valent, sono nomi che non ho mai sentito uscire dalla bocca di chi si occupa di femminismo. Questo, a mio avviso, è grave: bisogna riconoscere che esiste una ragione di approcciare il femminismo nero anche in Italia e che questo è il solo modo per liberare davvero tutte. 

Se questo non accade, quali conseguenze si creano?

Siamo costrette a riconoscere che quel poco che le femministe italiane sono riuscite a ottenere in termini di emancipazione negli ultimi vent'anni è stato dovuto al fatto che l’oppressione si è semplicemente trasferita sui corpi di donne razzializzate. Pensiamo soltanto alla delega della cura, che abbiamo traslato su corpi che “meritano meno diritti”. Si tratta di una questione che dobbiamo affrontare con molta onestà. Spesso, quando cerco di affrontare il tema del razzismo con una femminista bianca avverto subito un irrigidimento, come se si trattasse di un’operazione divisiva: è proprio qui invece che ci possiamo unire, riconoscendo i nostri privilegi interni alla comunità di donne marginalizzate. E questo ancora manca.

Nel tuo percorso di studi ti sei occupata anche di diversity management, ambito che include pratiche e politiche di antidiscriminazione, che poi è diventata la tua attività principale. Come è cambiata la situazione in questi ultimi anni?

È assolutamente peggiorata: prima c’era più una questione legata all’ignoranza, e appena si creava la possibilità di acquisire maggiore conoscenza su un tema specifico, la società civile era pronta a riceverla. Adesso, invece, assistiamo per lo più a degli schieramenti polarizzati, mentre la realtà è molto più complessa. Anche a livello lavorativo, la diversity&inclusion è stata eccessivamente sbandierata dalle multinazionali senza concreti cambiamenti strutturali e senza una lente attenta ai bisogni di tutte e tutti. 

Che cosa è successo, nella pratica?

Si è dato troppo spazio all’importanza di tutelare le categorie più marginalizzate senza però spiegare in maniera sufficiente le ragioni che porterebbero beneficio alla collettività tutta. È necessario che le aziende investano tempo, energie e fondi in una vera e propria trasformazione culturale. Sono però in parte fiduciosa rispetto all’attuale crisi che sta attraversando il settore della diversity&inclusion, perché penso che tutto questo contribuirà a portare a un livello più concreto le persone che sono pronte a investire in questo processo.

Musi Dos Santos
Kwanza Musi Dos Santos (Credit: Valeria Castellano)

Tra le varie attività che porti avanti, sei anche co-fondatrice dell’associazione culturale e sportiva QuestaèRoma. A quale esigenza risponde questa realtà?

Si tratta di un’associazione formata da persone italiane giovani di origine straniera. Non usiamo il termine “seconde generazioni” perché sarebbe improprio. Spesso, infatti, viene utilizzato per descrivere persone con background migratorio, soggetti, cioè, che hanno genitori stranieri, o entrambi, o solo uno: ma si tratta di due fattispecie diverse da un punto di vista giuridico. “Seconde generazioni” sta poi a sottolineare quante generazioni ci vogliono perché una persona figlia di immigrati venga considerata cittadina italiana a tutti gli effetti. Noi non rinneghiamo le origini dei paesi dei nostri genitori ma ci sentiamo prima di tutto italiane e italiani. Dunque, questo continuo andare a specificare che si tratta di seconde, terze o quarte generazioni, sta solo a indicare la volontà di continuare a connettere il nostro vissuto con l’esperienza migratoria dei nostri genitori, che è totalmente diversa. 

Perché non è corretto parlare di integrazione delle seconde generazioni?

Perché noi siamo già persone integrate in quanto cresciute qui. Per questo, anche il nome dell’associazione fa capire bene a chi ci rivolgiamo: ci definiamo romane, romani, italiane e italiani dal primo giorno, da un punto di vista sociale e culturale, innanzitutto. Con QuestaèRoma abbiamo cercato di creare il nostro posto nel mondo e in una città come Roma, contro tutte le discriminazioni, non solo quelle razziali, che subiamo direttamente, ma anche quelle verso la comunità Lgbtqia+, verso le donne, verso le persone con disabilità: non solo perché in quanto persone di origine straniera possiamo essere portatrici di altre diversità, ma anche perché crediamo che non saremo mai libere finché non lo saranno tutte e tutti.

Nel 2014 l'associazione è entrata anche a far parte della rete del Coordinamento delle nuove generazioni italiane.

Lo abbiamo cofondato insieme ad altre associazioni. Si tratta di una rete di piccole realtà, simili a QuestaèRoma nella composizione e nella missione, disseminate in tutta Italia. Grazie a una call del 2013 del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, abbiamo infatti scoperto che esistevano dei piccoli satelliti gemelli della nostra associazione in tutte le città d’Italia, da Nord a Sud: più di trenta realtà, tutte under-30, e tutte guidate principalmente da persone di origine straniera. Abbiamo scoperto di avere tantissimi punti in comune: per questo abbiamo deciso di creare un organo rappresentativo, che potesse interfacciarsi con istituzioni ed enti proprio per amplificare il lavoro che le piccole associazioni fanno già ogni giorno a livello territoriale, con tanto sforzo.

Uno dei vostri punti di forza è l’approccio intersezionale.

Crediamo in un approccio intersezionale nel vero senso della parola: si continua a parlare di intersezionalità ma poi vediamo panel composti di sole donne bianche, italiane, occidentali, e non ci ritroviamo mai in questa narrazione. In quanto donne razzializzate, a volte anche senza cittadinanza italiana, subiamo discriminazione sia a livello istituzionale che sociale, anche da parte delle stesse donne bianche che si autoproclamano femministe. 

Che azioni avete intrapreso?

Da sempre collaboriamo con NonUnadiMeno, con il festival inquiete a Roma, e con altre realtà che si occupano principalmente di contrasto della violenza di genere e di promozione dell’antisessimo. Anche se con tanta fatica, perché ancora non riusciamo a riconoscere le donne italiane di origine straniera come cittadine italiane a tutti gli effetti. Un tipo di oppressione che ci sforziamo di far emergere, continuando la nostra lotta in maniera trasversale, intersezionale, antirazzista e antisessista, sotto tutti i punti di vista.