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Fermiamo la retorica
'nazional-femminista'

Foto: Unsplash/ Sage Kirk

SPECIALE EUROPA. Il consenso dell'elettorato femminile alle destre è in crescita in Europa. Più che precondizione, il risultato di alcune campagne populiste particolarmente aggressive che tengono insieme xenofobia e violenza sulle donne

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Le elezioni europee saranno un test importante per misurare l’aderenza dei cittadini e delle cittadine europee alla vocazione democratica che è alla base della costituzione delle istituzioni di Bruxelles (Parlamento prima e Commissione poi). 

Cruciale sarà verificare, in particolare, la predisposizione delle elettrici a dare supporto alle istanze xenofobe dei partiti populisti di estrema destra. Si è infatti notata in alcuni rapporti di ricerca una crescente tendenza delle donne a dare la loro preferenza in sede elettorale ai partiti populisti di destra: le donne votano a destra in cerca di “pulizia e decoro”, e spesso vedono nelle candidate donne competenze innate a tale scopo.

Su queste pagine è stata già commentata l’avanzata femminile nelle compagini di destra nel nostro paese. Da un lato, si è sottolineato come la leadership di Fratelli d’Italia da parte di Giorgia Meloni richiami tutti i caratteri dell’ascesa femminile nella destra nazionalista europea, con posizioni politiche a difesa dell’italianità che passano anche per una politica pro-natalità, per la protezione delle donne italiane dalla violenza e dal sessismo degli immigrati, dunque con un uso delle conquiste femminili occidentali in chiave xenofoba. Dall’altro lato, si è notato come anche la Lega di Salvini, rispetto al machismo e “celodurismo” incarnato dal primo Bossi, abbia subìto una mutazione, enfatizzando, nei toni e nei programmi, gli stessi temi di Meloni: “prima gli italiani” è anche “prima le italiane”, la protezione e la difesa delle “nostre” donne, da Nord a Sud. 

Questo ci induce a ragionare, più in generale, sulle strategie adottate dai partiti populisti di destra per assicurarsi il consenso dell’elettorato femminile (crescente, da evidenza empirica, sia in Francia sia in Italia).

Studi empirici di tipo qualitativo sull'attivismo radicale populista dimostrano che anche gli atteggiamenti politici di per sé non spiegano perché le persone sostengono o aderiscono a tali partiti: questa letteratura indica ad esempio che le convinzioni razziste possono essere, almeno in parte, un risultato dell'impegno politico in un'organizzazione populista di destra, piuttosto che una precondizione. Le organizzazioni politiche favoriscono la socializzazione delle persone trasmettendo visioni del mondo e riproducendo identità collettive (ad esempio la percezione di appartenenza a un gruppo in via di estinzione o marginalizzato) attraverso cui gli attivisti condividono sentimenti di ingiustizia e paura, in primis nei confronti degli ‘estranei’ e/o dei ‘diversi’. Quindi, se le donne hanno atteggiamenti anti-immigrazione combinati con richieste di ‘sicurezza’ più spesso degli uomini, potrebbe essere visto come un risultato della propaganda populista di destra. Ciò rappresenterebbe la prova che le strategie populiste di destra, che associano questioni di immigrazione e questioni di violenza contro le donne e amplificano le paure delle donne nella visitazione di spazi pubblici, sono state efficaci.

Come possiamo combattere la propaganda di genere di tipo populista? I leader populisti della destra radicale sono abili nel comunicare con i media e tendono a usare discorsi ambivalenti per fare dichiarazioni aggressive, facendosi passare allo stesso tempo come le ‘vittime’ del sistema. Questo è anche il caso della strumentalizzazione dei temi relativi all'uguaglianza di genere: questi partiti affermano di essere gli unici a difendere veramente i diritti delle donne, accusando le femministe e le élite politiche di sinistra di tradire questa causa con l'attuazione di politiche permissive di immigrazione.

È quindi necessario lasciare spazio nel dibattito pubblico ad argomentazioni alternative a quelle che associano il crimine – in particolare la violenza contro le donne – all'immigrazione. È importante sottolineare che, ad esempio, le donne migranti sostengono le donne native della classe media (ma anche della classe lavoratrice) nel portare il peso del lavoro riproduttivo: sono largamente impiegate come lavoratrici domestiche precarie in società sempre più colpite dalla privatizzazione dei servizi di cura.

Inoltre, i partiti tradizionali potrebbero impegnarsi in modo più attivo nel farsi partecipi delle istanze proprie del femminismo. Se il femminismo è un'idea contestata, nell'arena politica democratica nessuno attaccherebbe apertamente i diritti delle donne, poiché l'istituzionalizzazione dell'agenda femminista ha portato a un "femminismo di stato". Le questioni di genere sono diventate una base legittima per ottenere consenso: diversi attori, posizionati dalla sinistra all'estrema destra dello spettro politico, reclamano di agire per i diritti delle donne. In questo senso, le élite politiche usano le questioni di genere come una risorsa per modernizzarsi e legittimarsi. 

Tuttavia, dal 1990 le questioni dell'immigrazione e del multiculturalismo hanno creato profonde divisioni tra le femministe. Questi sviluppi indicano la relazione – ancora da approfondire – tra la cooptazione del femminismo da parte di attori radicali anti-immigrazione da un lato e attori neoliberisti e conservatori dall’altro: il femminismo liberale si è in parte spostato verso una visione individualizzata dell'emancipazione delle donne basata sul mercato e la concorrenza, privilegiando questioni di rappresentanza e identità.

In questo contesto, il discorso ‘nazional-femminista’ abbracciato dalla destra radicale populista, sembra essere caratterizzato da tre elementi.

In primo luogo, esso ‘nazionalizza’ il femminismo, escludendo quelle donne che non appartengono alla comunità nazionale – o quelle donne che sono individuate come esterne alla comunità nazionale. Questa propaganda riguarda solo i diritti delle donne native; nulla viene proposto da queste parti per promuovere i diritti delle donne migranti. 

In secondo luogo, il discorso ha una definizione molto ristretta dei diritti delle donne: si concentra principalmente sulla questione della violenza, lasciando da parte, ad esempio, questioni relative al lavoro delle donne, all'equilibrio tra lavoro e famiglia, e ai diritti riproduttivi. 

In terzo luogo, il discorso è accompagnato da una visione della società da cui sono scorporate le dimensioni collettive, gerarchiche e materiali delle relazioni di genere: queste parti sposano una visione delle relazioni di genere laddove queste sono considerate apolitiche, individualizzate e appartenenti alla sfera privata. Le disuguaglianze sociali di genere che strutturano le società europee sono ignorate.

Alcune donne che hanno esperienza e consapevolezza delle disuguaglianze di genere nella società e che sono allo stesso tempo preoccupate di come l'immigrazione trasformerà le società in cui vivono, potrebbero essere interessate a una nuova narrativa. Le giovani donne, che traggono beneficio dai progressi sociali, economici e politici raggiunti grazie ai movimenti femministi, e tendono a darli per scontati, potrebbero essere associate a questi diritti. Sarebbe importante dire loro che la politica femminista mira a promuovere i diritti civili, sociali, economici e politici per le donne, e che le disparità di genere vanno oltre la questione della violenza contro le donne. Questi diritti non sono direttamente minacciati dall'immigrazione, ma vengono erosi da cambiamenti a lungo termine nelle nostre economie e nelle politiche sociali. Sarebbe anche importante dire loro che è più probabile che la vita delle donne sia influenzata negativamente dalla diminuzione dei servizi sociali che dall'immigrazione; che il sessismo e la violenza contro le donne sono sfortunatamente problemi complessi che colpiscono donne di diversa estrazione sociale ed etnica, e che questi problemi non saranno risolti con politiche di immigrazione restrittive.

Riferimenti

Botti, Fabrizio e Corsi, Marcella (2018), Gender and populism in Europe, paper presented at the 20th HES conference, Leicester

Blee, Kathleen M. (2007), Ethnographies of the far right. Journal of Contemporary Ethnography 36(2): 119-128

Farris, Sara e Scrinzi, Francesca (2018), Subaltern Victims’ or ‘Useful Resources’? Migrant Women in the Lega Nord Ideology and Politics, in Gendering nationalism. Intersections of nation, gender and sexuality, a cura di J. Mullholland, N. Montagna e E. Sanders-McDonagh, Palgrave MacMillan: 241-257

Grzebalska, Weronika, Eszter Kováts e Andrea Pető (2017), Gender as symbolic glue: how ‘gender’ became an umbrella term for the rejection of the (neo)liberal order. Political Critique

Wodak, Ruth (2015), The politics of fear: What right-wing populist discourses mean. London: Sage

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