Con una recente sentenza la Corte Costituzionale riconosce alle coppie di donne di essere madri dei bambini e delle bambine nate con la procreazione medicalmente assistita, ma da questo diritto restano ancora escluse le donne single. Un traguardo che ci ricorda che la strada verso una genitorialità come scelta pienamente libera è ancora tutta da percorrere
Nascere dovrebbe essere primo respiro e luce, pianto, liquidi, calore e tutto quello che queste sensazioni possono suscitare. Ma per alcune famiglie è anche faldoni, protocolli, commi in cui infilarsi. Se non basta la trafila della burocrazia a soffocare, si aggiunge anche la sua funzione disciplinante: quella che decide chi può esistere e chi deve contrattare un diritto. In Italia la genitorialità si misura in silenzi legislativi e ostacoli tecnocratici.
La sentenza n. 68/2025 della Corte Costituzionale ha aperto una breccia, e dal 22 maggio di quest’anno le creature nate da coppie di donne (cis) avranno alla nascita due madri. Sembra una tautologia, e infatti quello che abbiamo vissuto finora è stato un ossimoro.
La decisione della Corte Costituzionale smonta la linea promossa dal governo Meloni, che nel 2023 aveva imposto – con una circolare firmata dal Ministro dell’Interno Piantedosi – il disconoscimento della madre non gestante. Il caso simbolo di Padova, con 33 famiglie cancellate con un click solo per un titolo di giornale.
Questa del 22 maggio è la quinta volta che la legge 40 del 2004, che regola l’accesso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita (pma), viene modificata da una sentenza costituzionale. Un corpo normativo talmente retorico da sgretolarsi appena entra in contatto con l’impianto del diritto.
La nostra storia inizia in un dedalo di ecografie e sportelli giuridici in un autunnale luglio del 2022 a Bruxelles, dove è possibile accedere alle tecniche di procreazione assistita anche fuori da una cornice eteropatriarcale. Al nostro primo appuntamento per la pma, l’impiegata dell’accettazione in ospedale ci chiede se l’altra è lì perché fa parte del processo oppure se è venuta in supporto.
“O… o”: due opzioni, nessuna più valida dell’altra, entrambe previste.
Con un passato di quasi venti anni vissuti all’estero, quando abbiamo immaginato di diventare madri, non c’era parsa in nessun modo una cosa rivoluzionaria. Incerta, quello sì, un progetto di responsabilità verso le nostre vite e verso quella della bambina che poi abbiamo messo al mondo, ma sovversive, non ci siamo mai sentite.
Eppure, quando l’embrione ha attecchito e ha cominciato a crescere, così ci hanno viste le nostre amiche-3 e compagne-3 in Italia.
In effetti, appena varcata la frontiera il nostro progetto era diventato illegale. A sostenere il nostro desiderio abbiamo trovato amiche-3, compagne-3, colleghe-3.
A settembre dello scorso anno la prima telefonata con A. F., ginecologa e femminista italiana trapiantata a Madrid da oltre metà della sua vita, con cui siamo entrate in contatto grazie ad E., amica e femminista. “Stiamo venendo a Madrid a partorire, se restiamo in Italia la bambina potrà essere riconosciuta solo dalla madre gestante”.
“Ma certo” ci risponde A. “alla nascita avrete un certificato che riporta i nomi di entrambe le madri, è una cosa facile qui” ci dice cogliendo apprensione e incertezza nelle nostre voci, e aggiunge: “triboliamo un po’ di più a registrare come padri le persone trans che partoriscono qui, ma alla fine ce la facciamo sempre”.
Quel “triboliamo un po’ ma alla fine ci riusciamo” era esattamente quello che ci veniva detto in Italia dalle avvocate che avevamo contattato per capire quali possibilità avevamo per garantire i diritti di nostra figlia, cittadina italiana anche lei, come le sue mamme. Quello che volevamo per la nostra famiglia invece era quel “ma certo, si fa così!”.
Triboliamo è una parola che sembra un pizzico di zanzara, un fastidio che si scaccia veloce. Forse scelta per dare conforto e puntare dritti al risultato, ma nasconde la fatica che si prova quando un diritto viene derubricato a impeto della volontà personale, ridotto alla migliore stesura di pratiche amministrative. È in questa fatica che la discriminazione prende corpo e che vengono fiaccati i desideri di molte-3. Nelle sfiancanti attese al telefono di un ufficio pubblico, nelle file all’alba in una città in cui ci si sente esiliate, nei sorrisi stampati di fronte agli sguardi dei funzionari dai quali dipende un lasciapassare.
Per avere quel diritto tutto eterosessuale di presentarsi all’anagrafe come genitori di una creatura, per una coppia di donne cis c’erano due possibilità: l’adozione speciale o il parto all’estero. Nel primo caso, alla nascita viene riconosciuta solo la mamma gestante, e sarà poi un tribunale minorile a decidere della legittimità genitoriale dell’altra madre sulla base di relazioni di psicologi e assistenti sociali. Nel secondo caso, bisogna lasciare la propria comunità e costruirsi un paracadute temporaneo in un’altra città, dove diventare esperte di altre burocrazie scritte in altre lingue. Non tutte-3 hanno queste opzioni. Scegliere è, in questo caso, una questione di privilegio, anche di classe economica, oltre che culturale.
Noi abbiamo scelto Madrid e non è stato sufficiente, come per le coppie eterosessuali, dichiararci genitori. Dall’arrivo di Meloni al governo e con l’approvazione della gestazione per altri e altre “reato universale”, al nostro plico madrileno si è aggiunto un nuovo documento denominato Parte del Facultativo que asistiò al Nascimiento: un certificato di parto che attesta che nostra figlia è stata partorita da una delle due mamme.[1] Un altro foglio per ingrossare lo scoramento e per perseguire e criminalizzare i bambini e le bambine nate da una gestazione per altri (gpa). Peccato però che viene richiesto solo alle coppie omosessuali, quando si stima che in Italia a ricorrere alla gpa siano per il 90% coppie eterosessuali. Ennesimo tassello, questo, che sgretola la retorica di chi oggi al governo usa l’argomento della tutela dei corpi delle donne (quelle delle gestanti) per far passare attraverso la disinformazione ideologie vessatorie e fasciste.
Dal 22 maggio 2025 parte della nostra storia rimarrà nell’archeologia delle lotte, e due mamme potranno essere tali anche se partoriscono in Italia. Un avanzamento che, come altri, non arriva dalla politica delle istituzioni, ma dai tribunali.
Con una ulteriore sentenza, la n. 69, la Corte ha dichiarato che non sarebbe incostituzionale includere le donne single nell’accesso alla pma, ma che, dicono, si tratta di una scelta politica, e resta al Parlamento la volontà di legiferare.
Secondo il Rapporto annuale sull’evento nascita in Italia 2022 del Ministero della Salute, negli ultimi dieci anni il ricorso alla procreazione medicalmente assistita è cresciuto in modo significativo. I parti ottenuti tramite queste tecniche sono aumentati del 73%, e oggi il 3,7% delle creature in Italia nasce grazie alla pma.
Le regioni che registrano il maggior numero di nascite da pma sono la Lombardia, con 3.616 parti, seguita da Lazio (1.479) e Campania (1.241). Ma l’aumento della domanda da parte delle aventi diritto – donne eterosessuali in coppia – non è stato accompagnato da un potenziamento adeguato del sistema pubblico, anzi.
Solo nel Lazio, le coppie che ogni anno richiedono l’accesso a un percorso di pma sono circa 8.500, ma i centri pubblici riescono a soddisfare appena 2.489 cicli. In pratica, la sanità pubblica copre solo il 29,3% dei trattamenti che dovrebbe garantire.
Alle escluse-3, per inefficienza di sistema o per diritto, restano le strutture private, in Italia o all’estero. Il costo di una pma può variare dai 3.000 agli oltre 10.000 euro, a cui vanno aggiunti i costi di viaggio e soggiorno per coloro che in Italia non hanno accesso legale alle tecniche di riproduzione.
Intanto, il Piano Roccella ridisegna la famiglia a immagine e somiglianza del patriarcato più rigido. Anche per questo, la sentenza della Corte Costituzionale apre un’importante breccia, ma resta un lungo cammino da percorrere; a cominciare dal brandello della legge 40 che ancora sbarra l’accesso alla pma a single e coppie di donne, che crea una contraddizione con la sentenza della Corte, fino alla genitorialità come scelta libera e responsabile per tutte-3.
Note
[1] La denominazione di reato universale è giuridicamente inconsistente, dato che per rendere universale un reato c’è bisogno che una comunità internazionale lo riconosca come tale, e così non è.
Per rendere il discorso il più inclusivo possibile rispetto al genere abbiamo adottato in questo articolo la schwa plurale (3) già in uso in alcuni testi in circolazione. Aggiungendo questo simbolo alla fine dei plurali declinati al femminile, estendiamo il genere grammaticale delle parole che in italiano richiederebbero una scelta binaria tra il maschile e il femminile.