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In Italia il numero delle persone vittime di tratta intercettate è calato significativamente. Un dato preoccupante, che fa emergere la necessità di nuove ricerche che mettano in luce le dinamiche di un fenomeno complesso e in continua evoluzione

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Tratta minori Italia
Credits Unsplash/Bernd Dittrich

In Italia i primi arrivi di minori stranieri non accompagnati si registrano fin dagli anni ‘90, ma è solo tra il 2014 e il 2017 che si è iniziato a parlare di una vera e propria emergenza strutturale per il sistema di accoglienza.[1] Si tratta di minori che fuggono da paesi in guerra, persecuzioni e povertà, arrivando in Europa tramite rotte ‘illegali’. Per la maggior parte sono ragazze vittime di tratta, che non sempre vengono intercettate dalle persone addette ai lavori.

È da queste premesse che nasce il progetto di ricerca che ha concluso il mio percorso di laurea magistrale in Lavoro, cittadinanza sociale, interculturalità presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Un'analisi del fenomeno della tratta dei minori in Italia, che approfondisce l’esperienza di esperte ed esperti che lavorano con minori vittime di tratta e minori stranieri non accompagnati.

La ricerca è stata svolta tra luglio 2023 e febbraio 2024 e ha coinvolto diciannove professioniste e professionisti dell’antitratta italiano che operano in Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna, Lazio, Campania, Calabria e Sicilia. Al primo contatto via mail è seguita un’intervista vera e propria con otto domande aperte, che hanno permesso di approfondire la tematica.

Il fenomeno è stato analizzato nella sua complessità, evidenziando le nuove forme di tratta di minori in Italia, le cause di allontanamento dei minori stranieri non accompagnati dai centri di accoglienza, l’esperienza e i bisogni degli enti antitratta italiani.

La tratta di esseri umani è un fenomeno in fase di espansione che ad oggi rappresenta una delle più urgenti violazioni dei diritti umani a livello internazionale. In Italia c’è stato un picco di identificazioni nel 2016: per la maggior parte si trattava di ragazze provenienti dalla Nigeria tramite la rotta del Mediterraneo Centrale, molte delle quali erano destinate a forme di sfruttamento in Europa.

A partire dal 2019 le identificazioni sono calate, e le persone rintracciate all’interno del circuito della tratta in Italia sono passate dal 4% allo 0,3%. L’80% di queste risiede nel nostro paese da più di un anno. 

La maggior parte delle ragazze coinvolte nel circuito della tratta sono a ridosso della maggiore età e destinate allo sfruttamento sessuale. Fra le vittime di tratta ci sono anche i ragazzi, impiegati maggiormente in sfruttamento lavorativo, accattonaggio ed economie criminali forzate.

“Ci rendiamo conto che fenomeni che conosciamo molto bene ci sono ancora, ma stanno diventando una parte residua dei fenomeni di sfruttamento, per cui c’è un sommerso nascosto molto più ampio che richiede una fase di studio e di conoscenza nuove” ha dichiarato un'operatrice antitratta della Lombardia durante l'intervista.

Dalle analisi stanno infatti emergendo diverse nuove tipologie di tratta: si passa dalla tratta di ragazze ivoriane che transitano in Italia per poi essere sfruttate sessualmente in Francia, allo sfruttamento in economie illegali di ragazzi tunisini in Veneto. Ci sono poi casi di minori che hanno venduto un rene per proseguire il viaggio, spesso in Albania e in Egitto. Alcune famiglie lasciano partire i figli, perlopiù maschi, perché è stata loro promessa una carriera nella serie A di calcio, cricket o polo.

In particolare, la numerosa presenza di ragazzi albanesi ha destato non poche preoccupazioni tra i professionisti e le professioniste che operano nel Nord Italia: questi minori arrivano nel nostro paese tramite viaggi organizzati, percorrendo la rotta balcanica a bordo di furgoncini assieme ad altri connazionali. Molti di loro sono accolti in strutture per minori stranieri non accompagnati, nonostante abbiano una famiglia in Italia. Una volta raggiunta la maggiore età, di solito trovano immediatamente impiego in ditte edili a conduzione familiare o gestite da connazionali. Preoccupa l’alto numero di minori coinvolti, la similarità dei casi, la presenza di viaggi organizzati, la permanenza in struttura e il coinvolgimento lavorativo all’interno di imprese edili albanesi con stipendi iniziali troppo alti.

Un'altra delle sollecitazioni a cui è sottoposto il sistema antitratta italiano è quella legata al ritorno in Italia delle ‘dublinanti’ – ovvero di ex minorenni vittime di tratta, per lo più nigeriane, spesso con figli a carico.[2] Anche se non concorre più il rischio di tratta, permangono vulnerabilità come povertà e difficoltà d’inserimento sociale e lavorativo.

“Il rischio è che quei minori che abbandonano i centri di protezione possano essere poi maggiormente vulnerabili ed esposti a essere reclutati una seconda volta o, comunque, a essere messi in condizioni di marginalità o grave sfruttamento in varie città italiane o in altre parti d’Europa. Ed è un rischio abbastanza elevato” ha commentato un'operatrice antitratta del Veneto.

I programmi di protezione per minori vittime di tratta in Italia hanno dei forti punti di connessione con il sistema di accoglienza per minori stranieri non accompagnati.[3] Difatti, il riconoscimento di vittima di tratta avviene solo successivamente a quello volto ad accertare che la persona corra il rischio di essere sia vittima di tratta che di sfruttamento.

Gli allontanamenti volontari di minori stranieri non accompagnati destano non poche preoccupazioni per le strutture di protezione. Solo per il 2022, costituiscono il 38% delle accoglienze totali. Si tratta di minori che scappano dalle comunità per raggiungere altri paesi europei, oppure perché le comunità non rispondono in maniera consona ai loro bisogni primari. Un altro motivo di fuga è legato alla necessità di ripagare i debiti contratti con i trafficanti e di inviare rimesse alle proprie famiglie di origine. Infine, alcuni minori abbandonano i circuiti di accoglienza ufficiale perché coinvolti nella tratta e nello sfruttamento.

“A volte ci dimentichiamo che sono delle persone, pensiamo che sono delle palle che girano senza dei punti di riferimento. In realtà, spesso le persone che arrivano qua i punti di riferimento ce li hanno, è che non sempre sono dei punti di riferimento protettivi, ma possono diventare dei rischi” ha spiegato un’operatrice antitratta dell'Emilia-Romagna nel corso dell'intervista.

Emergono anche i limiti degli interventi all’interno delle strutture di accoglienza e protezione: alcuni operatori e operatrici tendono a focalizzarsi sulle vulnerabilità, accentuando gli elementi di fragilità e vittimizzando le e i minori. Oltre che di individuare gli elementi di vulnerabilità, c'è però anche bisogno di valorizzare le risorse di ciascun individuo.

Bisogna rivedere le attività proposte ai e alle minori accolte, in quanto sono proprio quelli maggiormente vulnerabili a non aderire alle attività formative o di inserimento lavorativo. Non sempre il servizio di accoglienza e protezione riesce a riconoscere appieno i loro bisogni, che talvolta vengono meglio intercettati dalle reti di sfruttamento – in particolare quello di trovare una fonte di reddito per sostenere le famiglie rimaste nel paese di origine.

Emerge la necessità di dedicare più tempo a costruire relazioni significative con i minori e le minori accolte, uscendo dalla logica dell’erogazione di interventi standardizzati – la regolarizzazione dei documenti, l'insegnamento della lingua italiana, l’eventuale avvio di percorsi psicoterapeutici per la gestione dei traumi e l’inserimento scolastico e lavorativo.

“L’assenza di alternative è un problema trasversale ai minori e agli adulti. È il problema principale del sistema dell’antitratta, perché se da una parte è vero che queste persone sono vittime di tratta e sfruttamento, dall'altra è più probabile che l'inserimento all’interno di circuiti di tratta e sfruttamento dia loro accesso al denaro più velocemente di quanto riesca a fare l'accoglienza” ha commentato un’operatrice antitratta dell'Emilia-Romagna.

Gli interventi standardizzati non permettono di prevenire i comportamenti devianti di quei e quelle minori maggiormente vulnerabili, dato che non consentono loro di rispondere al proprio mandato familiare. Secondo alcuni esperti, l’ingresso dei e delle minori nei circuiti illegali è anche legata alla difficoltà di intercettare questi bisogni primari.

Inoltre, non sempre le comunità di accoglienza hanno le risorse economiche sufficienti per garantire un adeguato insegnamento della lingua italiana: capita spesso che i ragazzi e le ragazze accolte frequentino i corsi di lingua italiana solo per due settimane, non sufficienti per acquisire competenze linguistiche adeguate per frequentare corsi di formazione, comprendere la burocrazia italiana e, di conseguenza, tutelarsi.

Secondo un’operatrice antitratta della Lombardia, “il futuro non si può costruire veramente, soprattutto se c’è della tratta, fino a che non è stato rielaborato il passato e non si guarda a quello che è successo”. 

Rispondere ai traumi in maniera efficace è fondamentale per poter permettere alle persone di uscire positivamente dall’intervento e integrarsi nel territorio. D'altra parte, la presa in carico psicologica è tanto fondamentale quanto difficile da realizzare: i tempi di attesa sono ancora lunghi e richiedono la presenza di un mediatore o una mediatrice culturale durante la terapia, figura professionale che non sempre si riesce a reperire e per cui, spesso, non si hanno le risorse economiche necessarie.

Secondo un operatore antitratta del Lazio, un ulteriore elemento di difficoltà è legato all’integrazione dei minori che arrivano a ridosso della maggiore età, con la necessità di regolarizzare i documenti e trovare un lavoro in tempi rapidi. Una richiesta che ostacola la progettualità con l’utenza, in cui i bisogni individuati dagli operatori non sempre sono in linea con le aspettative dei minori. 

I neomaggiorenni sprovvisti di permesso di soggiorno si trovano in un’ulteriore situazione di vulnerabilità: per loro, l’unica forma d’impiego possibile è quella del lavoro illegale o in nero.

Anche i neomaggiorenni con i documenti in regola faticano a trovare forme d’impiego regolari: non è rara la presenza di forme di lavoro in nero o con contratti non sempre puntuali – ovvero in cui le ore lavorative sono pagate in parte secondo contratto e in parte in contanti. A questo si aggiunge il problema dell’alloggio: è difficile, se non addirittura impossibile, trovare un alloggio dignitoso per gli e le ex minori stranieri non accompagnati, a causa della diffidenza dei locatari nel firmare un contratto d’affitto con persone non italiane. Questi minori non hanno altra alternativa che estendere la loro permanenza nelle strutture di accoglienza.

In questo momento non si riesce neanche ad accogliere tutti i minori: le strutture sono strutture di emergenza, e fanno quello che riescono. Però si tratta un’emergenza strutturale, quindi questi minori continueranno ad arrivare e c’è bisogno di accoglierli in luoghi adatti, che siano pensati per minori con delle difficoltà, delle risorse e delle modalità di approccio all’esistenza che non sono le stesse di chi ha vissuto qui fin adesso” ha commentato un’operatrice antitratta della Lombardia.

Tutte queste problematiche sono esasperate dall’emergenza strutturale delle strutture di accoglienza: il problema della gestione dei posti, la scarsità di luoghi dove accogliere tutte e tutti e la possibilità di promiscuità tra minori e adulti aumentano le vulnerabilità degli utenti e le possibilità di coinvolgimento all’interno di circuiti di sfruttamento.

Non mancano le difficoltà operative nel lavoro e un malcontento degli operatori e delle operatrici per la gestione dei turni, gli stipendi bassi, lo scarso riconoscimento professionale e l’insufficiente formazione di chi lavora con vittime di tratta e minori stranieri non accompagnati. Queste difficoltà comportano non solo un alto turnover degli operatori e delle operatrici, ma anche notevoli difficoltà nel reperire il personale.

“Ogni regione tende ad acquisire, a mettere in pratica quelle buone prassi che sono buone, appunto, a livello territoriale, senza magari avere quello sguardo un po' più ampio. Mancando delle direttive concrete e uguali per tutti, poi ognuno si muove poi come riesce” spiega un’operatrice antitratta del Piemonte.

Ogni regione italiana ha infatti acquisito modalità di azione e buone pratiche per la lotta alla tratta dei minori. Tuttavia, si tende a lavorare a livello regionale piuttosto che nazionale. Questa modalità operativa non sempre facilita le collaborazioni tra i diversi servizi e tra i professionisti: manca una chiara definizione delle responsabilità operative e ci sono difficoltà di comunicazione e di collaborazione con le istituzioni e tra enti pubblici e del privato-sociale. Tutto ciò comporta una dilatazione dei tempi per la realizzazione di qualsiasi tipo di attività.

È urgente garantire un’identificazione precoce dei minori vittime di tratta in Italia. C’è inoltre bisogno di garantire una continuità d’intervento per i minori stranieri non accompagnati accolti, come anche di costruire buone prassi e protocolli nazionali per trovare una modalità di lavoro congiunto, in modo tale da fornire una risposta unitaria agli interventi antitratta.

Tutto questo si può realizzare ampliando i momenti formativi destinati non solo agli enti antitratta, ma anche a operatori, operatrici, professionisti e professioniste che lavorano nei centri di accoglienza, psicologi, psicologhe, ostetriche nei consultori, medici di base, questure, magistrati e magistrate, avvocati, avvocate e assistenti sociali. Questi momenti formativi devono includere anche le persone minorenni accolte all’interno delle strutture di accoglienza e di protezione, per metterle al corrente sui rischi della tratta e dello sfruttamento.

Una migliore conoscenza di quelle che sono le realtà antitratta esistenti nel territorio, le modalità di conduzione dei colloqui preliminari e di individuazione degli indicatori antitratta può garantire una pre-identificazione di potenziali vittime di tratta e una precoce attivazione del sistema antitratta nazionale.

C’è infine bisogno di responsabilizzare le comunità sull’estensione del problema, informando sul tema della tratta e dello sfruttamento.

Note

[1] Si veda Pavesi e Valtolina, 2020, e Marchetti e Palumbo, 2021. 

[2] Per dublinante, termine coniato da un operatore antitratta del Lazio, si intendono tutte quelle persone che, intercettate in un paese europeo, sono rimandate in Italia in quanto paese di primo ingresso, in accordo con la Convenzione di Dublino.

[3] In seguito a una prima identificazione come minore vittima di tratta, la persona minorenne è accolta all’interno del Sistema accoglienza e integrazione (Sai) e trasferita in una comunità di accoglienza per minori stranieri non accompagnati. Qui si svolgerà un primo colloquio volto all’approfondimento della storia personale e familiare e all’individuazione di potenziali condizioni di vulnerabilità rispetto alla minore età, tra cui l’essere o essere stati vittima di tratta, essere sopravvissuti a torture e forme di violenza (psicologica, fisica o sessuale), essere affetti da disabilità e essere in uno stato di gravidanza o avere dei figli a carico. Infine, viene la procedura di accertamento dell’età del o della minore.

Riferimenti

D. Carnassale, S. Marchetti, Vulnerabilities and Italian protection system: an ethnographic exploration of the perspectives of protection seeker, VULNER Research report 2, 2022.

S. Marchetti, L. Palumbo, Vulnerability in the asylum and protection system in Italy: legal and policy framework and implementing practices, VULNER Research report 1, 2021. 

N. Pavesi, G. G. Valtolina, Buone pratiche per l’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati. Sistemi di inclusione e fattori di resilienza, Milano, Franco Angeli, 2020.