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Lezioni di grammatica

Foto: Unsplash/Andreas Fickl

Il 27 luglio il Senato italiano ha respinto l’emendamento al regolamento interno che avrebbe garantito "il rispetto della distinzione di genere" nelle comunicazioni istituzionali "attraverso l’adozione di formule e terminologie che prevedano la presenza di ambedue i generi attraverso le relative distinzioni morfologiche, ovvero evitando l’utilizzo di un unico genere nell’identificazione di funzioni e ruoli, nel rispetto del principio della parità tra uomini e donne".

L'emendamento, proposto dalla senatrice Alessandra Maiorino (M5S), è stato votato a scrutinio segreto su richiesta di Fratelli d’Italia, il partito di Giorgia Meloni, su concessione della presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati. Due donne contro una. Il risultato è stato deludente: con 152 voti favorevoli, 60 contrari e 16 astenuti, il risultato ha mancato per un soffio i 161 voti necessari per raggiungere la maggioranza assoluta.

Ci sembra l'occasione giusta per ricordare che il linguaggio non è mera forma, ma rappresenta lo strumento più raffinato di creazione e consolidamento di ruoli e identità sociali.

I primi sforzi politici in Italia in materia di “linguaggio inclusivo” risalgono alle Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana basate sullo studio "Il sessismo nella lingua italiana" di Alma Sabatini, redatto per la Commissione Nazionale per la Parità e le Pari Opportunità tra Uomo e Donna nel 1987. Principi che tornano e si rinnovano nelle più recenti iniziative di carattere amministrativo, come le Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo del Comune di Firenze e dell’Accademia della Crusca redatte nel 2012 dalla filologa e linguista Cecilia Robustelli, e in base a cui nel 2018 sono state pensate anche le Linee guida per l’uso del genere ne linguaggio amministrativo del Ministero dell'Istruzione dell'università e della ricerca.

Numerose risorse della Crusca avvallano l’utilizzo del linguaggio inclusivo nella lingua italiana. Declinare al femminile i ruoli, infatti, non consiste in uno stravolgimento della tradizione, è invece un’operazione grammaticale codificata, definita in linguistica come “mozione aggettivale”, vale a dire “la creazione, con mezzi puramente morfologici, del femminile di espressioni, nomi, aggettivi, talora anche verbi, riferentesi a individuo maschile”, come si legge nell'enciclopedia Treccani.

Solo una breve ricostruzione, per rispondere all’ondata conservatrice che impedisce al linguaggio politico-istituzionale di recuperare l’uso corretto della grammatica e di aderire alla prassi della comunità dei e delle parlanti.

“Quando abbiamo iniziato a dire ministra e sindaca molti hanno sobbalzato. Nato il ruolo è giusto che il vocabolario si adegui. La lingua ci autorizza a usare i femminili. Usiamo i femminili” – così, il noto linguista Tullio De Mauro, già Ministro della Pubblica Istruzione, commentava in un'intervista rilasciata a Linkiesta nel 2017.

Usiamo dunque il linguaggio inclusivo, che permette di nominare la partecipazione delle donne alla vita pubblica.

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