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Fermare la
violenza digitale

Foto: Unsplash/Glen Carrie

Violenza digitale, i dati ci dicono che a subirla sono moltissime donne, ragazze e adolescenti. Una campagna ci aiuta a orientarci tra stalking, doxing, slut-shaming e a capire qual è il prezzo collettivo che stiamo pagando per le molestie online

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Nel rapporto Violenza virtuale contro le donne e le ragazze del 2017, l’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere affermava che “a causa dell’attuale mancanza di studi e di dati a livello di Unine europea, non possiamo quantificare in misura adeguata l’estensione o l’impatto della violenza virtuale contro le donne e le ragazze nell’Ue”. Ma era già evidente che i casi di cyberstalking e molestie online fossero in costante aumento e i dati delle Nazioni Unite a oggi ci dicono che il 95% degli abusi online avviene contro le donne, soprattutto da parte di partner o ex fidanzati e mariti; che il 58% tra adolescenti e ragazze subisce molestie sui social media quasi quotidianamente; che il 70% delle donne che subiscono cyberviolenza subiscono anche violenza fisica o sessuale e che il 71% degli autori di violenza all’interno di una relazione controlla i dispositivi delle partner.

Il report Lo stato dello stalkerware 2021 di Kaspersky afferma che nel 2021, 611 utenti italiane dei sistemi di sicurezza IT in azienda sono state spiate o controllate senza il loro consenso, con l’Italia al secondo posto, dopo la Germania, nella classifica dei paesi più colpiti a livello europeo. E i dati della Coalition against Stalkerware stimano che la cifra potrebbe essere almeno di 30 volte più alta. A questo si aggiunge che il 71% degli autori di violenza domestica controlla il computer della partner e il 54% ne traccia i cellulari con software specializzati in questo tipo di operazioni.

Manca una banca dati complessiva che raccolga le ricerche sul tema, ma sappiamo dall'indagine di Plan International del 2020 che oltre il 50% delle donne intervistate nella fascia d'età 15-25 ha dichiarato di aver subito abusi online e cyberstalking e di aver ricevuto messaggi o immagini esplicite a carattere sessuale; che il 25% è la percentuale delle donne intervistate da Amnesty International che hanno subito minacce di violenza sessuale, violenza fisica, istigazione al suicidio e morte su Twitter; che il 51% delle donne è vittima di diffusione non consensuale di immagini che possono portare a pensieri suicidi, come ci raccontano le statistiche della Cyber Civil Rights Initiative

Tutto questo ha un prezzo, anche economico. La stima del costo annuale della cyberviolenza di genere in Europa si aggira tra i 49 e gli 89 miliardi di euro (inclusi costi legali, sanitari, diminuzione della qualità di vita, minore partecipazione al mercato del lavoro, minore produttività, minore introito fiscale dello stato), come ha calcolato una ricerca del Parlamento Europeo diffusa nel 2021.

Nonostante i dati a disposizione diano una fotografia chiara, una delle difficoltà maggiori è la reale comprensione del fenomeno da parte dell’opinione pubblica in generale, ma anche da parte di chi lavora con le donne e le ragazze che subiscono violenza o con i maltrattanti in recupero.

Da questa consapevolezza è partito nel 2021 il lavoro del progetto europeo “DeStalk” che riunisce cinque partner – European Network for the Work with Perpetrators of Domestic Violence, Fundación Blanquerna, Kaspersky, Una Casa per l’Uomo di Treviso e Regione del Veneto – con l’intento di avviare in Italia, paese pilota, la prima campagna di formazione, informazione e sensibilizzazione tramite social media sulle forme della violenza online.

Il progetto, realizzato in collaborazione con Coalition Against Stalkerware, ha coinvolto sia la rete dei centri antiviolenza D.i.Re. che quella dei centri per uomini autori di violenza di genere Relive.

"L’utilizzo di internet e dei dispositivi digitali rappresenta una valida risorsa nella vita di tutti i giorni, poiché assicura immediatezza, agilità e ampia portata alle nostre azioni  siano esse interazioni sociali, familiari o lavorative, gestione di acquisti e bollette, rapporti bancari e sanitari, tenuta del calendario e molto altro" spiega Dimitra Mintsidis, Project Manager del WWP European Network. "Per gli stessi motivi, se utilizzato con l’intenzione di limitare la libertà e il benessere altrui, l’ambiente virtuale si tramuta in potente minaccia e luogo di forte vulnerabilità per la persona controllata o offesa, dove l’abuso assume continuità tra virtuale e non, così come i suoi effetti".

Per queste ragioni, DeStalk si è sviluppato in tre tappe fondamentali. La prima si è incentrata sulla formazione. A partire da ottobre 2021 si è svolto un corso e-learning rivolto a chi ogni giorno lavora nei servizi antiviolenza: oltre 300 professioniste e professionisti dei centri antiviolenza, dei centri per uomini autori di violenza e delle pubbliche amministrazioni hanno ampliato e approfondito la conoscenza del fenomeno, acquisendo ulteriori competenze nel riconoscere e fermare l’uso della cyberviolenza e dello stalkerware, ossia l’utilizzo di software pensati per spiare persone vicine.

A settembre 2022, nella seconda tappa, è stata ulteriormente potenziata la formazione con l’organizzazione di 6 workshop online che hanno visto il coinvolgimento di 190 operatrici dei centri antiviolenza, di cui 125 afferenti alla rete D.i.Re., e di 50 operatrici e operatori dei centri per uomini autori di violenza della rete Relive, oltre a forze dell’ordine e altre istituzioni interessate al tema.

La terza tappa, in partenza il 25 novembre, prevede l’avvio di una campagna online di sensibilizzazione sul fenomeno, per aumentare la consapevolezza di chi subisce cyberviolenza, di chi la esercita e delle persone che sono intorno a chi è direttamente coinvolta. L’intento è creare strumenti aggiornati e pratiche condivise tra le figure professionali interessate, perché ognuna sia messa nelle condizioni di riconoscere e affrontare le forme digitali della violenza di genere.

"L’impegno di istituzioni ed esponenti politici acquisisce un ruolo chiave nel supportare lo sviluppo di competenze trasversali nei servizi dedicati in risposta a questa nuova sfida" aggiunge Mintsidis "per garantire che le donne di tutte le età possano sentirsi ed essere sicure nell’abitare gli spazi pubblici e privati, siano essi fisici o virtuali".

A riguardo, verrà diffusa una guida pratica con suggerimenti per riconoscere i segnali di pericolo e per sapere cosa fare. "La cyberviolenza rappresenta un continuum rispetto alla violenza che vediamo tutti i giorni nei nostri centri" racconta Elena Gajotto di Una Casa per l'Uomo di Treviso, tra i partner che hanno partecipato al progetto. "Richiede abilità e tecniche specifiche per rilevarla e affrontarla, per questo è fondamentale avere strumenti per riconoscerla e valutarne il rischio".

Sempre più forte, poi, è l'esigenza di trovare le parole giuste e diffondere il lessico corretto, che spesso alla lingua inglese ed è sempre più diffuso nelle nuove generazioni. Imparare, per esempio, a riconoscere la differenza fra quello che viene chiamato slut-shaming, ossia l’atto di far sentire una donna colpevole o inferiore per determinati comportamenti o desideri sessuali che si discostino dalle aspettative di genere tradizionali, rispetto al doxing (a volte scritto anche doxxing) ossia l’azione di condividere informazioni riconoscibili e spesso private riguardo a una persona (nome, numero di telefono, indirizzo e-mail, indirizzo di residenza, ecc.) su piattaforme online senza il consenso dell'interessata. Mentre sarebbe opportuno non usare il termine revenge porn per indicare la diffusione non consensuale di immagini intime.

La campagna che parte il 25 novembre servirà a tutto questo e a molto altro se, sostenendola, riusciremo a farla diventare capillare.

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