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Sovraesposte alla crisi,
straniere nella pandemia

Foto: Unsplash/ Christine Sandu

Le straniere in Italia lavorano prevalentemente nel settore domestico e dei servizi alla persona, la pandemia ha reso queste donne ancora più vulnerabili e allo stesso tempo necessarie. Cosa dicono i dati del nuovo Dossier statistico immigrazione

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Nonostante il tema delle migrazioni venga declinato spesso al maschile, analizzare la situazione migratoria in un’ottica di genere è possibile e necessario. Il Dossier statistico immigrazione – curato dal Centro Studi e Ricerche IDOS in partenariato con il Centro Studi Confronti, e quest'anno presentato online a causa dell’emergenza Covid – si conferma uno strumento fondamentale in questo senso.[1]

Quante sono, da dove vengono

Secondo i dati riportati, dal 1° gennaio 2005 al 1° gennaio 2020, il numero di donne di cittadinanza straniera residenti in Italia ha registrato un aumento del 141,0% (contro un incremento degli uomini del 112,0%). Nel 2019, le donne rappresentano il 51,8% del totale degli stranieri residenti in Italia (5.306.548): secondo l’Istat sono 2.748.476 al 1° gennaio 2020. Le nazionalità più rappresentate sono quella rumena, albanese e marocchina. Rispetto al titolo di soggiorno, il 56% è lungo-soggiornante. Il permesso di soggiorno per motivi familiari rimane il titolo di soggiorno temporaneo più diffuso tra le immigrate (70% del totale), seguito da quello per motivi di lavoro (17%) o per motivi di protezione internazionale (5,1%).

Servizi domestici e di cura alla persona

Se questa è la consistenza numerica della presenza delle donne straniere in Italia, dati interessanti riguardano anche l’inserimento delle stesse nel tessuto sociale italiano, a partire dal mercato del lavoro. Il mercato del lavoro italiano è ancora fortemente segregato orizzontalmente in base all’origine migratoria: al di fuori di ogni luogo comune, le occupazioni più rischiose, a scarsa professionalizzazione e meno pagate sono ancora occupate da persone straniere: di queste circa 2 su 3 svolgono lavori non qualificati (63,6%, contro solo il 29,6% delle persone italiane), mentre ha un impiego qualificato solo l’8% (contro il 38,7% della forza lavoro italiana).

Un quinto della forza lavoro straniera è impiegato nell’edilizia, nell’agricoltura e nel comparto alberghiero-ristorativo. Ancora più impressionante, il 68,8% è impiegato nei servizi domestici e di cura alla persona. Proprio quest’ultimo settore impiega il 40,6% delle donne straniere presenti in Italia. In altre parole, il 50% della popolazione straniera nel suo complesso si concentra in sole 13 professioni: se si guarda alle donne straniere, però, le professioni scendono a 3, ovvero i servizi domestici, la cura della persona e le pulizie di uffici e negozi. La forza lavoro italiana copre almeno 44 professioni, le donne italiane 20.

Le donne straniere lavorano, quindi, principalmente nell’ambiente domestico con mansioni di cura della casa e della persona o in altri settori legati comunque a una ruolizzazione di genere molto marcata. Non a caso da tempo la riflessione femminista in materia evidenzia che la presenza crescente delle donne italiane nel mercato del lavoro e il costante sforzo teso a sfondare il soffitto di cristallo, stanno forse avvenendo non tanto grazie a una decostruzione dei ruoli di genere e a una più equa ripartizione tra i generi del carico di lavoro domestico e di cura ma tramite una sostituzione – nell’ambito domestico – di donne italiane con altre donne – generalmente straniere – che ricoprono a pagamento il loro ruolo.

A conferma di tale punto di vista, vale la pena evidenziare che – sempre considerando i dati forniti dall’Istat – nel 2019, il 40,6% delle donne straniere di età compresa tra 15 e 29 anni non lavora e non studia (la cosiddetta condizione Neet), a fronte del 22,3% delle coetanee italiane. Dal punto di vista della conciliazione vita-lavoro, nel 2019 il tasso di occupazione delle donne italiane con figli in età prescolare era pari al 48,9%, a fronte del 32,0% tra le donne comunitarie e del 22,7% tra le non comunitarie. Queste ultime, inoltre, sono prevalentemente inattive (più di 70 su 100), e appena 6 su 100 sono alla ricerca di un impiego.[2]

Il lavoro domestico – così preponderante per l’occupazione delle donne straniere in Italia – è oggetto nel dossier di ben due focus specifici.[3] Nel 2019, le persone regolarmente impiegate in questo settore in Italia sono 848.987: il 70,3% del totale è rappresentato da persone straniere, l’88,7% delle quali sono donne. La componente di lavoro irregolare non può, tuttavia, essere tralasciata: secondo le stime elaborate su dati Istat, la forza lavoro in questo settore si attesta sui 2 milioni di persone, 6 su 10 senza un regolare contratto di lavoro e, in alcuni casi, di un permesso di soggiorno.

Secondo la contrattazione collettiva prevista per il settore, la retribuzione contrattuale per i lavoratori e le lavoratrici conviventi è di 868,24 euro lordi al mese, per un orario di lavoro ordinario di 54 ore settimanali (3,71 euro per ora); per i non conviventi è di 6,13 euro lordi per ogni ora di effettivo lavoro. Davvero tante persone, tante donne, che guadagnano molto poco e che la recente regolarizzazione del 2020 ha fatto fatica a far emergere dal sommerso.[4] 

Effetto Covid

In questa situazione, l’emergenza Covid-19 ha giocato un ruolo fondamentale causando nel settore la perdita di 13mila posti di lavoro. Eppure, a marzo, proprio mentre scattava il lockdown, le assunzioni nel settore domestico sono aumentate del 40,4% rispetto all’anno precedente: la ragione di tale “corsa alla regolarizzazione” è forse rintracciabile nella necessità di giustificare tramite autocertificazione la ragione dei propri spostamenti, comunicando le generalità del datore di lavoro.

Un’altra motivazione suggerita dal dossier risiede, di nuovo, nel ruolo che il lavoro domestico svolge nel consentire la conciliazione vita-lavoro dei genitori italiani: durante il periodo di confinamento domestico, i genitori – spesso in smart-working – non potevano contare sull’aiuto dei nonni, né sulle ore che i figli e le figlie passano ogni giorno a scuola, e hanno optato per l’impiego di personale che si occupasse di loro.

A tal proposito, il dossier parla di 25mila assunzioni “emergenziali” nel settore domestico: nei mesi aprile e maggio 2020, infatti, i licenziamenti sono aumentati, anche considerando che il settore domestico non è stato incluso dal blocco disposto per legge per tutti gli altri comparti. I lavoratori e le lavoratrici del settore domestico hanno, però, potuto godere dell’indennità Covid19, introdotta con il “Decreto rilancio”: una misura di sostegno al reddito di 1.000 euro destinata alle lavoratrici e ai lavoratori non conviventi che, alla data del 23 febbraio 2020, avevano in essere uno o più contratti di lavoro per una durata complessiva superiore alle 10 ore settimanali. E, tuttavia, il dossier ci ricorda anche che, a causa del Covid19 e della paura del contagio, molte lavoratrici e lavoratori domestici sono stati licenziati dalle famiglie datoriali, rimanendo spesso senza alloggio e nell’impossibilità anche di tornare nel proprio paese di origine, se stranieri, a causa della chiusura delle frontiere. 

Numeri su cui riflettere

Tante informazioni che, però, non rimandano a chi legge un quadro confusionario ma una fotografia molto nitida. Le straniere in Italia sono tante e sono sempre di più. Provengono da tanti paesi differenti e sono ancora troppo spesso dipendenti dal titolo di soggiorno dei familiari, perlopiù del marito, per regolarizzare la loro presenza in Italia.

Lavorano in settori scomodi e sottopagati, in mansioni da cui spesso le donne italiane vogliono affrancarsi per seguire le proprie aspirazioni e ambizioni. Sono lavoratrici perlopiù invisibili, che si muovono dietro le mura delle case o degli uffici, prima dell’orario di apertura.

Il Covid-19 ha esacerbato disuguaglianze e vulnerabilità e rendendo ancor più fragile la condizione di chi lavorava già in condizioni di ricattabilità. La crisi economica che l’Italia sta affrontando e che si farà ancora più acuta nella fase post-pandemica rischia di rendere questo quadro se possibile più drammatico.

A meno che non si decida di fermarsi e fare altro, qualcosa di differente: investire dov’è necessario e ripensare gli equilibri sociali ed economici in modo nuovo. A partire dallo sguardo, dall’iniziare a vedere e riconoscere chi già è qui, lavora con noi (e spesso per noi) e che non può più esserci indifferente.

Note

[1] Il dossier offre una fotografia e un’analisi complete e dettagliate dell’immigrazione in Italia, grazie al contributo di studiose e studiosi della materia e a una raccolta dati preziosa per chi fa ricerca in questo ambito. Inoltre, il dossier compie lo sforzo di contestualizzare la situazione italiana in un più ampio quadro mondiale ed europeo, lasciando spazio a focus specifici sulle questioni esistenti a livello regionale.

[2] Ministero del Lavoro e delle politiche sociali, Gli stranieri nel mercato del lavoro in Italia, luglio 2020

[3] Zini, A., p. 193 e De Blasis, R, p. 196

[4]Art. 103 del Decreto-Legge 19 maggio 2020, n. 34, convertito con modificazioni dalla Legge 17 luglio 2020, n. 77

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