Linguaggi, comunità e memoria sono al centro di una critica femminista della tecnologia. Ne parliamo con Marzia Vaccari, informatica esperta di media digitali e autrice di Server Donne. Leccami la password. Un libro che racconta un progetto collettivo e ribelle durato vent'anni, una "macchina femminista" basata su una concezione di Internet come rete aperta, accessibile e capace di lasciar esprimere diverse soggettività
Password femministe
con Marzia Vaccari
Server Donne. Leccami la password (Agenzia X, 2025) di Marzia Vaccari, docente di media digitali e genere all'Università di Bologna, è un libro necessario perché parla di tecnologia ma soprattutto parla di noi, di come abbiamo costruito spazi, comunità e memoria in un mondo digitale che troppo spesso dimentica chi l'ha costruito e abitato.
Il libro ruota attorno a tre temi. Il primo è il linguaggio tecnologico: l’autrice, tra le fondatrici di Server donne, racconta la storia di un server – che chiama serveressa – e già questa parola ci dice molto, perché il linguaggio della tecnologia non è neutro, porta con sé significati di genere spesso invisibili ma tutt'altro che innocui. Il secondo è la comunità: una storia che dura vent'anni, dal 1996 al 2016, quando la macchina venne spenta.[1]
Ma il libro va molto oltre la macchina, perché racconta le persone che ci hanno lavorato, le reti, le associazioni, le individualità che l'hanno costruita e che si sono reinventate intorno a questa esperienza.
Il terzo tema è la memoria: cosa significa conservare e tramandare un'esperienza digitale e collettiva? Come si resiste all'oblio?
Di esperienze da ricordare ce ne sono davvero tante, perché attorno a Server Donne non c'è solo una struttura hardware, ma un intero ecosistema di progetti e iniziative: Cercatrice di rete (motore di ricerca che osava sfidare Google), Ebook@women (progetto di editoria digitale femminista), e poi luoghi fisici che oggi si chiamerebbero hackerspace femministi: la Sala del tè Internet, Portico donne, Tecnè donne. Un mondo che nasce con l'Associazione Orlando di Bologna e che nel tempo coinvolgerà una rete molto più ampia di realtà.
Ne abbiamo parlato con l’autrice Marzia Vaccari, esperta di digital divide, bias algoritmici e Information and Communication Technologies (ICT) secondo una prospettiva che coniuga tecnologia e teoria critica femminista.
Partiamo dall'inizio, cos'è stato Server Donne?
Server Donne nasceva da un sogno: dar voce alla soggettività femminile e a tutte quelle realtà che, agli albori di Internet, erano oscurate – non solo le comunità Lgbtqia+. Il problema dell'informazione è lo stesso di sempre: se non hai una ribalta, uno spazio, sei ignorata/ignorato. La rete sembrava promettere una democratizzazione radicale, ma essere presenti non bastava: bisognava essere trovate, lette, collegate. E le voci marginalizzate rischiavano di perdersi come nei media tradizionali. La vera sfida non era usare gli strumenti, ma gestirli. Possedere un server – quella macchina invisibile che fa funzionare mail, siti e servizi – significava essere autonome e pubblicare, dare parola a chi non ne aveva. Un'idea che affondava le radici nella mia esperienza con biblioteche e archivi: rendere l'informazione accessibile a tuttɜ.
Questa scelta si è rivelata decisiva?
Sì. Attorno al 2000, con i fatti di Genova e l'esperienza di Indymedia, si vide chiaramente la forza del mezzo. Ma noi avevamo già agito in quella direzione: durante la guerra del Kosovo, il nostro fu uno dei primi canali a diffondere le denunce degli stupri di guerra. Non aspettammo che qualcuno ci aprisse uno spazio: lo costruimmo noi stesse. Siamo state dietro le quinte della tecnologia, svelandone l'ambivalenza. Da un lato, l'intento manipolatorio delle interfacce user-friendly, che ci rendono dipendenti dalle Big Tech nascondendo un nodo politico profondo: trasformano la nostra stessa vita in merce attraverso l'estrattivismo dei dati delle nostre identità. Dall'altro – ed è questo il cuore del libro – la possibilità di stare "in amicizia" con le macchine, di capirle e governarle, invece di subirle.
Leccami la password, perché questo sottotitolo?
Il sottotitolo non è una provocazione casuale: è l'emblema dello spirito aperto e ribelle dell'intero progetto. Nasce da un post pubblicato negli anni Novanta sul sito web di Server Donne, women.it, che scatenò una vera bufera: fu oggetto di un'interrogazione in Consiglio comunale a Bologna e rischiò di farci perdere dei finanziamenti. L'accusa era di promuovere pornografia. In realtà, quelli erano gli anni del post-porno di Annie Sprinkle, e i movimenti femministi stavano attraversando una profonda trasformazione nel rapporto con la sessualità. Quel post rivendicava semplicemente l'esistenza di un altro tipo di immaginario erotico. La frase divenne l'emblema di una ribellione. Ma c'è un secondo livello di significato, altrettanto importante. Agli albori di Internet, la password non era un ostacolo: era un gesto di apertura. Serviva a dire alla macchina chi era amico e chi no, chi voleva collaborare e chi voleva danneggiare. Era uno strumento al servizio della condivisione, non della proprietà. Per questo con Server Donne abbracciammo il movimento dei commons e le licenze Creative Commons: la tecnologia doveva essere di tutte.
Quali furono le conseguenze di questa polemica?
Questa filosofia si scontrò drammaticamente con la nostra estromissione dalla gestione del server nel 2016. Mi fu chiesto di consegnare la password di Server Donne. Secondo loro, un unico codice da passare a un tecnico. Impossibile. In vent'anni la macchina aveva accumulato centinaia di password, documentate in oltre 1.600 pagine. Fu quella documentazione che consegnai, ma non fu accolta bene: non riuscivano a concepire una macchina aperta, condivisa, non riducibile a un'unica proprietà. Il sarcastico Leccami la password è un ultimo gesto di ribellione, fedele all'anima di Server Donne: contrastare le logiche proprietarie.
Nel libro si parla del passaggio da un'utenza consapevole a mere logiche di consumo e dell'intento manipolatorio delle interfacce user-friendly. In questo processo di colonizzazione del territorio digitale, che ruolo gioca oggi l'intelligenza artificiale, e fino a che punto coltivare la comunicazione e la "cura dei dati" serve concretamente a contrastare il capitalismo della sorveglianza e i bias dell'AI?
Per rispondere parto da un progetto che mi sta molto a cuore: Cercatrice di rete. Fin dal 2000, quando comparve Google, avevamo già un motore di ricerca per i contenuti prodotti da donne e per le donne. Cercatrice contrastava il "potere della citazione" di Google – tutto ciò che non appare nei primi risultati è invisibile – e i contenuti femministi e Lgbtqia+ erano sistematicamente esclusi. Il nostro era un motore alternativo anche nei suggerimenti dell'autocompletamento non più basato su algoritmi commerciali ma sul Thesaurus del linguaggio donna, elaborato dai Centri di documentazione delle donne italiane. Ancora oggi, quando digitiamo su Google, il sistema può suggerire frasi come "le donne devono essere terminate" o "le donne devono essere sottomesse". Non si tratta di eccezioni o errori: è il riflesso di ciò che la rete produce e amplifica in modo massiccio. Questo fenomeno viene oggi definito "inconscio tecnologico" – ovvero la tendenza degli algoritmi a riprodurre e spesso rafforzare i pregiudizi presenti nei dati con cui vengono addestrati.
Come funziona la connessione tra stereotipi e tecnologie?
La rete egemonica non è neutrale: ignora sistematicamente le soggettività marginali e, quando non le ignora, le colpisce. La manosfera – quell'insieme di comunità online che promuovono la mascolinità tossica, la misoginia e la violenza di genere – produce contenuti in quantità industriale, li diffonde capillarmente e ottiene una visibilità sproporzionata rispetto ad altre voci. Gli algoritmi, addestrati su questi volumi di dati, finiscono per amplificare odio e discriminazione. Se il corpus è saturo di contenuti misogini, anche l'AI li riproduce e moltiplica. Una ricerca dell'Università di Dublino ha simulato dodici profili di adolescenti: in venti minuti sono stati proposti contenuti che inneggiavano allo stupro e alla mascolinità tossica. Contrastare questo meccanismo non significa solo moderare i contenuti: significa ripensare dall'interno la logica stessa degli algoritmi, popolare la rete con narrazioni diverse e rivendicare il diritto a un'infrastruttura digitale che non trasformi il pregiudizio in norma. Server Donne lo ha fatto per vent'anni, molto prima che il problema diventasse visibile a tutti.
Il vostro obiettivo non è mai stato meramente tecnologico, ma un vero e proprio progetto politico. In che modo costruire e gestire un server rappresenta un'autentica attività di militanza femminista?
La militanza risiede nel cambiare il nostro rapporto con la tecnologia: non più una relazione servo-padrone (tipica del modello patriarcale), ma una "amicizia con le macchine". Questo approccio riconosce un'agentività e un vitalismo alla tecnologia, rifiutando di delegarne la gestione esclusivamente alla compagine maschile. Di più, oggi autorevoli critici della rete – Geert Lovink, Sofia Toupin – sostengono che la società civile e i movimenti dovrebbero concentrarsi su un problema troppo spesso ignorato: le infrastrutture digitali non sono più patrimonio pubblico. Anche in Italia, le amministrazioni pubbliche si affidano a piattaforme private come Google Drive, Microsoft OneDrive, Amazon. Le infrastrutture digitali sono diventate patrimonio di pochi.
Come si contrasta questa deriva?
Avendo dei server. Accendendoli, facendoli funzionare, proponendo alternative. Ma mantenere un server non richiede solo competenza tecnica: richiede un atto collettivo, la condivisione di uno spazio e di una responsabilità. Server Donne ha rappresentato un esempio tipico di auto-organizzazione a lungo termine: vent'anni di lavoro costante, paziente, collettivo. Un modello radicalmente diverso da quello che oggi i social media impongono anche alle pratiche politiche femministe e intersezionali – una cultura dell'evento, del compari e scompari, dove tutto nasce e muore nel giro di un post, di una campagna virale, di un momento di visibilità. I social media ci hanno abituate a una politica a scadenza rapida: si organizza un evento, si genera rumore, poi tutto svanisce senza lasciare traccia né memoria. Tra cinquant'anni, quando una ricercatrice vorrà ricostruire la storia di questo attivismo, a chi si rivolgerà? A Facebook? Forse non esisterà più. A Instagram? Già oggi i contenuti più vecchi di qualche mese sono praticamente irrecuperabili. Alla memoria personale di qualcuno? Se non è stato conservato nulla su un server, su un hard disk, su un archivio strutturato, tutto svanirà – esattamente come sono svanite tante altre storie di lotte e movimenti prima di noi. Il problema della memoria, insieme a quello delle infrastrutture, è oggi fondamentale per i movimenti e per la società civile.
A questo proposito nel libro introduci il concetto di smemorizzazione – un concetto che mi sta molto a cuore: perché indica non una dimenticanza casuale, ma un atto deliberato di cancellazione della memoria delle minoranze.
Come scriveva nel 2014 Henry Warwick, esperto di media e comunicazione alla Toronto Metropolitan University in Canada, il concetto di biblioteca personale è “una tattica di resistenza radicale contro il feudalesimo dell’informazione, una strategia tesa a smantellare la teoria della proprietà privata e un atto nobilitante per condividere con gli altri i frutti della cultura, a beneficio di tutti”. Nel narrare questa storia mi sono accorta di star ricostruendo qualcosa di più ampio: il contesto storico in cui il femminismo ha incontrato le nuove tecnologie, in quei vent'anni cruciali di trasformazioni culturali e metamorfosi digitali. In Italia, Server Donne è stato un punto di riferimento prezioso, e la sua memoria ha rischiato di scomparire per sempre. I video dei convegni e delle manifestazioni, i post del magazine di women.it, le decine di siti e mailing list erano a un passo dall'essere irrecuperabili. La massa confusa di formati, estensioni di file e protocolli dismessi rende inaccessibile ogni potenziale archivio. E il capitalismo delle piattaforme aggrava tutto questo, riducendo la nostra memoria collettiva a un orizzonte sempre più corto, in cui il passato, anche recente, smette semplicemente di esistere.
In questo senso, la lotta politica dietro questo libro è chiara: non si può essere cancellate dalla storia. E il concetto di biblioteca personale che proponi è un punto di partenza concreto per resistere a questa cancellazione.
Da informatica, mi sono trovata di fronte a un problema concreto: ricostruire il server così com'era era impossibile. Ho scelto allora un'altra strada: creare uno zibaldone informatico, un grande deposito digitale costruito a partire dai miei hard disk e da Web Archive, usando software specifici per recuperare tutto ciò che era perso per lo spegnimento del server. Ho intrecciato questa operazione di recupero con la scrittura del libro stesso. Il risultato è il sito serverdonne.info: un esempio concreto di resistenza alla smemorizzazione, e la dimostrazione che gli strumenti per farlo esistono – e che chiunque, con volontà e competenze, può usarli.
C'è una contraddizione importante che emerge chiaramente nel libro: quella di portare avanti progetti di autogestione tecnologica in modo autonomo, con risorse limitate. Gestire un server, una rete, le risorse fisiche e umane necessarie ha un costo reale. Ed è qui che si palesa il problema del volontariato: fino a che punto è sostenibile? Quanto si può tollerare che una persona venga sfruttata in un contesto che si definisce volontario? È un limite che avete affrontato come gruppo? E considerando che molti dei progetti descritti nel libro hanno ricevuto finanziamenti pubblici, come si può gestire questo rapporto con le istituzioni – si può davvero venirne fuori?
Il denaro è un nodo doloroso, e lo è solo quando sono coinvolti gli esseri umani. Non lo è quando parliamo di macchine. Grazie alla Legge di Moore, nel tempo la tecnologia costa sempre meno: oggi mantenere un server, in grado di ospitare decine di siti, richiede qualche centinaia di euro l'anno. Non costa nulla se si costruisce un server domestico con hardware riciclato sfruttando la banda delle connessioni spesso sottoutilizzate: è così che ho ricostruito cercatrice.it – con Mieli search, un software gratuito. Il vero costo non è economico: è umano. È il lavoro. In queste pagine ho cercato di analizzare la situazione del volontariato in Italia, che spesso si sostituisce alle istituzioni, per rintracciare gli innumerevoli elementi in comune tra ciò che è successo a noi e ciò che accade in tante realtà associative. I problemi irrisolti che affliggono l'associazionismo e il volontariato sono tanti e purtroppo non ho risposte a queste domande.
Cosa resta dell’esperienza di Server Donne?
Quello che posso dire con certezza è che il gruppo che gestiva Server Donne ha perso. L'associazione a cui appartenevamo ci accusava di costare troppo. Eravamo tra l'incudine e il martello: dover fare comunque ciò che è giusto e necessario, anche quando non vi sono più le risorse per un lavoro dignitoso e si rasenta lo sfruttamento. Quando il server veniva attaccato da virus, spam o hacker, eravamo noi a presidiarlo – a notte fonda, nei weekend, senza mai davvero staccare. Abbiamo perso perché non è stato compreso il valore di quell'impegno. E Server Donne, cancellato senza di noi, ne è la testimonianza più amara. Per questo invito a leggere il libro: non offre risposte definitive, ma spunti per non ripetere gli stessi errori. Perché riconoscere e valorizzare chi mette a disposizione il proprio tempo e le proprie competenze per portare avanti un progetto politico non è un dettaglio secondario: è ciò che fa la differenza tra un'esperienza che lascia traccia e una che svanisce senza memoria.
Note
[1] A voler essere precise lo spegnimento avvenne nel 2017, come si evince dalla comunicazione alle utenti di Server Donne/women.it: “Ora Orlando ha deciso, per garantire la sicurezza e risparmiare in termini economici, di 'spostare' i siti, le liste, la poste etc. su Aruba”.
Riferimenti
S. Bourcier, Gay inc.orporated. Il triangolo e l’unicorno che scoreggia, Craaazi (Centro di ricerca), 2018.
J. Derrida, Mal d’archivio: un’impressione freudiana, Filema, 2005.
L. Nguyen, S. Toupin, S. Bardzell (Nagbot), Feminist Hacking/Making: Exploring New Gender Horizons of Possibility, "Journal of Peer Production", n. 8, Special Issue Feminism and (Un)Hacking, 2016.
H. Warwick, Radical Tactics of the Offline Library, Institute of Network Cultures, 2014.