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Come riconoscere
la violenza ostetrica

Foto: Unsplash/ Cassidy Rowell

È anche ripensando il modo che abbiamo di rappresentare il corpo e le sue funzioni che possiamo innescare un processo collettivo e capire che tipo di nascite e che tipo di sanità vogliamo. Una riflessione antropologica

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Nel 2020 in Italia ci sono stati 100mila morti in più, i matrimoni sono dimezzati e le nascite hanno subito un calo accentuato dalla contrazione dell'occupazione femminile. Intanto il governo ha annunciato l'istituzione di un assegno unico per i figli

Mi occupo di parto e di nascita in diverse culture ormai da vent’anni. Ho lavorato in Honduras (1998), in Messico (2000-2009), in Argentina (2016-2017) e in diversi paesi europei. Ho comparato politiche e pratiche che rimandano ora alla medicalizzazione – spesso eccessiva – del nostro modello ospedaliero, ora a un modello non interventista, come quello che sostenta il parto a domicilio e in casa maternità: tema di cui mi sono occupata per anni, intervistando donne e ostetriche italiane, spagnole e olandesi.

In questo percorso, lungo e articolato, mi sono imbattuta nel concetto di 'violenza ostetrica', poco conosciuto e compreso nei paesi europei, ma maggiormente dibattuto in America Latina. Si trovano, infatti, in quel continente i cinque paesi al mondo che hanno definito la violenza ostetrica in una legge dello Stato: Venezuela (2007), Argentina (2009), vari Stati del Messico (2014-2017), lo Stato di Santa Catarina in Brasile e Uruguay (2017).

Le leggi di questi paesi definiscono la violenza ostetrica come violenza di genere: una violenza sulle donne in quanto donne. È proprio l’articolo 15 della legge venezuelana Ley orgánica sobre el derecho de las mujeres a una vida libre de violencia a offrire la prima definizione al mondo. È violenza ostetrica "l’appropriazione del corpo e dei processi riproduttivi della donna da parte del personale sanitario, che si esprime in un trattamento disumano, nell’abuso di medicalizzazione e nella patologizzazione dei processi naturali, avendo come conseguenza la perdita di autonomia e della capacità di decidere liberamente del proprio corpo e della propria sessualità, impattando negativamente sulla qualità della vita della donna". Partendo da questa prospettiva, la violenza ostetrica viene poi analizzata nelle sue dinamiche strutturali, quale violenza istituzionale esercitata sui corpi delle donne e violazione dei diritti umani di salute e salute riproduttiva.

Sono atti di violenza ostetrica, secondo questa concezione, molte delle pratiche attuate in maniera routinaria nei nostri ospedali, come obbligare alla posizione supina e all’utilizzo delle staffe, impedire la presenza di un accompagnatore; impedire l’unione precoce mamma-bimbo e/o l’allattamento precoce senza motivazione medica, e in generale alterare il processo naturale di un parto fisiologico senza indicazione medica e/o senza consenso della donna che sta partorendo: una frase importante presente nelle diverse legislazioni, che rimanda a numerose questioni. Cosa significa, infatti, 'alterazione' di un processo fisiologico e soprattutto, come riconoscere questo processo? 

Significa trattare una donna solitamente sana (essendo le gravidanze fisiologiche più dell’80% dei casi) come se fosse una paziente e il parto e la gravidanza come malattie. Dimenticare, cioè, che gravidanza, parto, puerperio e allattamento, sono processi fisiologici complessi (biopsicosociali, culturali ed esistenziali) e non semplicemente eventi medici.

In gravidanza, 'alterare' significa, per esempio, indicare come obbligatori ed essenziali esami che non lo sono. Il numero di ecografie effettuate in Italia (soprattutto dai costosi ginecologi privati) è di gran lunga superiore alle reali necessità, che rimandano a 2 o 3 ecografie al massimo, secondo le linee guida nazionali e internazionali. Significa anche rendere via via la madre meno sicura di sé e delle proprie potenzialità, e sempre più dipendente dall’istituzione medica.

I modi attraverso cui si insinuano paure e insicurezze che portano le donne a non ritenere il proprio corpo e il proprio sapere sufficienti o adeguati a prendersi cura del proprio bambino sono a volte sottili, a volte terribilmente espliciti. Ogni donna ha il suo aneddoto da raccontare.

E poi, il parto. Nel momento in cui la donna e il suo partner dovrebbero godere della gioia della nascita di una nuova vita, lasciandosi andare a un processo biochimico e psicoemozionale, invece interveniamo. Provochiamo processi artificiali e spesso non necessari. Induciamo e acceleriamo, con ossitocina sintetica che si sostituisce all’ossitocina biologica; ci anestetizziamo (ma è davvero una conquista non sentire il dolore durante il parto? Non sarà l’ennesimo dispositivo di controllo del corpo-macchina femminile, troppo potente per essere lasciato agire?); ci posizioniamo in un lettino, magari agganciate a un tococardiografo (eppure sappiamo che il canale del parto si apre almeno il 30% in più quando siamo in piedi o accovacciate, e che le donne libere di scegliere la propria posizione non preferiscono di sicuro quella supina); ci sottoponiamo a manovre dannose (come la manovra di Kristeller, l'aiutino che da più di 30 anni l’Organizzazione mondiale della sanità ci chiede di evitare) e a pratiche chirurgiche come l’episiotomia (non si tratta solo di un taglietto, anche le parole possono essere violente quando omettono informazioni).

O il cesareo, un’operazione salvavita in alcuni casi, ma innecessaria e rischiosa in molti altri, con le sue possibilità 3 o 4 volte maggiori di morte materna di cui poco si parla. Potremmo continuare. L’interventismo innecessario è ormai diventato così presente nei nostri ospedali (seppur vi siano differenze) che nessuno ne è esente: né il neonato, sottoposto a pratiche inutili nelle prime ore di vita, quando avrebbe solo bisogno di stare accanto alla madre; né gli operatori sanitari, ostetriche in primis, che – mostrano le ricerche – soffrono anch’esse di violenza ostetrica (quale violenza istituzionale e lavorativa), perché vorrebbero poter assistere in altro modo, ma non riescono a farlo, costrette dai protocolli troppo rigidi, dalle consuetudini a-scientifiche e dalle gerarchie professionali. 

Se cambiassimo prospettiva e guardassimo alla nascita per ciò che è – un processo normale della vita – verrebbe da chiedersi perché dovremmo rivolgerci a un medico se non siamo delle ammalate.

Non sempre accade in Europa. Comparare i nostri modelli assistenziali con quelli di altri paesi può essere utile per relativizzare pratiche e saperi: le donne centro e nord-europee si rivolgono all’ostetrica quando rimangono incinte. Il ginecologo non entra nel percorso di nascita, se non in caso di gravidanza a rischio o di necessità. In Italia, invece, il ginecologo è il primo referente della donna e l’ospedale (dove si curano le malattie), il luogo in cui pensiamo sia 'normale' e 'più sicuro' partorire. A riprova che collettivamente pensiamo alla gravidanza come a una patologia, ignorando a volte le stesse evidenze scientifiche, che ci mostrano che il luogo migliore per partorire è quello in cui la donna si sente più a suo agio, più vicino alla sua quotidianità, e che la migliore assistenza è quella fornita dall’ostetrica.

Non è facile riconoscere questo processo, cresciuti come siamo in un contesto di progressiva medicalizzazione della vita, che non offre alternative ad altri modi di pensare (trattare e curare) il corpo.

La biomedicina è un sapere egemone e il medico è l’eroe dei nostri tempi, indiscusso. Il suo sapere impregna le nostre vite non solo in modi formali, ma anche informali: quale immaginario, per esempio, offriamo ai nostri figli adolescenti quando vedono partorire le donne nelle serie americane bloccate in un lettino ospedaliero, con mascherina e dieci professionisti attorno? Con quale idea di maternità crescono le nostre bambine esposte a pubblicità che mostrano bambole con biberon e ciucci di silicone? 

È anche pensando criticamente alle nostre rappresentazioni che possiamo innescare un processo di riflessione collettiva su che tipo di nascita vogliamo, consapevoli che quel momento influenzerà la vita di una persona nell’arco della sua intera esistenza, come ci insegnano le nuove frontiere della neurobiologia e dell’epigenetica. 

Conoscere ed esercitare i propri diritti – perché la partoriente ha dei diritti, e anche il nascituro – è un altro modo per rendere socialmente meno invisibile la violenza ostetrica, che interessa non poche donne.

Lo mostrano i dati della prima indagine nazionale su donne e parto condotta da Doxa e commissionata dall’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica. Lo mostrano le storie che ho raccolto in 20 anni di ricerca con le donne: ognuna ha un suo episodio da raccontare, piccolo o grande che sia. Basta ascoltare.  

Riferimenti

Quattrocchi P. (2018) Oltre i luoghi comuni. Partorire e nascere a domicilio e in casa maternità. Una ricerca antropologica, Editpress, Firenze, pp. 348

Castro R., Erviti J. (2015) Sociología de la práctica médica autoritaria. Violencia obstétrica, anticoncepción inducida y derechos reproductivos. Cuernavaca, México: CRIM-UNAM

World Health Organization (2018) WHO recommendations: intrapartum care for a positive childbirth experience. Geneve: WHO

World Health Organization (1996) Care in normal Birth. A practical Guide, Reproductive health and research. Report of a Technical working group, Geneve: WHO.

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