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Come stanno le migranti
nella pandemia

Foto: Unsplash/ Eloise Ambursley

Le migranti in Italia, con l'emergenza sanitaria ed economica in corso, rischiano di perdere lavoro e diritti, tra cui quello di accesso ai servizi sanitari, e di essere discriminate di più. Il commento delle avvocate dell'associazione Differenza Donna

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Le donne costituiscono oltre il 50% della popolazione in spostamento da un paese all’altro nel mondo e sono le principali artefici del cambiamento sociale e politico della società di provenienza e delle società di destinazione: migrano per necessità economica o per calamità naturali, fuggono da guerre e/o da persecuzioni e discriminazioni sessiste, ma sempre portano con sé nel viaggio la forza che deriva dal desiderio di cambiare la propria vita.

Tra la popolazione migrante regolarmente soggiornante in Italia le donne rappresentano il 51,7%, ma la percentuale varia molto in funzione della cittadinanza di origine: ad esempio le donne rappresentano il 77,6% della popolazione ucraina in Italia, mentre costituiscono il 26,5% dei residenti senegalesi.

Con le modifiche normative conseguenti al cosiddetto “decreto Sicurezza” emanato nel 2018 e convertito nel 2019[1], sono stati aboliti i permessi per protezione umanitaria e sono stati istituiti permessi “speciali”, più fragili, connotati da eccezionalità che ricade concretamente sulla condizione esistenziale dei/delle titolari, riducendone anche il numero dei/delle beneficiari/e.

Dai 530.000 stranieri irregolari stimati a inizio 2018, si è calcolato che entro il 2020 possano arrivare a oltre 670.000, tra le cui fila le donne si confermano numerose, tenuto conto del fatto che proprio la popolazione migrante femminile è quella che di più beneficiava del permesso per motivi umanitari all’esito del procedimento di richiesta di protezione internazionale o per accesso ai programmi ex artt. 18 e 18 bis d.lgs. 286/1998, cioè quelli previsti per le donne vittime di tratta e violenza domestica[2].

L’attuale situazione di emergenza sanitaria determinata dalla pandemia Covid19 ha già prodotto un grave impatto sulla condizione della popolazione migrante femminile presente sul territorio italiano, in quanto alla violenza sessista nelle relazioni intime, ancora più difficile da contrastare per l’isolamento intimato dalla legge, si aggiunge, con maggiori effetti dannosi del solito, anche la violenza istituzionale, vale a dire quella che deriva dal contatto con le autorità e la burocrazia.

Particolarmente a rischio di perdere il lavoro, spesso irregolare, con riguardo alla violenza nelle relazioni di intimità, comune all’esperienza di tutte le donne è sicuramente la difficoltà, strutturale ma comunque aggravata dalle prescrizioni imposte per arginare la diffusione del virus che limitano gli spostamenti dalle abitazioni, di chiedere aiuto ai centri antiviolenza e alle forze dell’ordine, in quanto esposte a un controllo costante da parte del maltrattante[3].

Per le donne migranti, che dichiarano di aver subito violenza fisica o sessuale in percentuale pressoché identica a quella delle donne italiane (31,3 % contro 31,5 %), si deve considerare che le forme di violenza cui sono esposte sono prevalentemente fisiche e molto gravi e si registrano sia nelle relazioni iniziate nel paese di origine (68,5 %), sia nel contesto di relazioni avviate in Italia (19,4 %), come precisato la Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio e ogni forma di violenza di genere.

A queste forme di violenza, si aggiungono inoltre quelle perpetrate nel contesto di sfruttamento sessuale e lavorativo che molte donne migranti si trovano a vivere sul territorio italiano, dove sono giunte per i piani criminali delle organizzazioni dedite alla tratta di esseri umani.

Con l’entrata in vigore delle disposizioni che limitano la circolazione sul territorio, con sospensione di molte attività lavorative, i canali di emersione accessibili alle donne straniere sono ancora più deboli: con riferimento all’accesso alle misure di protezione contro la violenza domestica, ad esempio, per l’associazione Differenza Donna sono cruciali gli sportelli “Codice Rosa” presso il Policlinico Umberto I di Roma e l’ospedale Grassi di Ostia, le collaborazioni con le scuole di italiano con i laboratori di “alfabetizzazione sui diritti”, la cooperazione con le componenti delle reti territoriali (dai servizi sociali ai centri di accoglienza straordinaria e strutture Siproimi), tutti percorsi minati dalla riorganizzazione necessitata delle attività delle istituzioni e del privato sociale, che consente solo un’accoglienza telefonica, chiaramente meno efficace dell’incontro in persona.

Anche l’accesso ai centri antiviolenza è fortemente calato[4] e per questo motivo Differenza Donna ha richiesto alle istituzioni di assicurare la massima accessibilità anche linguistica del numero verde 1522.

Pressoché azzerata è l’emersione delle donne che hanno fatto esperienza di migrazioni forzate, in particolare nel contesto della tratta di esseri umani, e che sono sottoposte a sfruttamento sessuale e lavorativo sul territorio italiano: strategici sono, infatti, ancora una volta, i presidi presso i servizi sociosanitari, ma anche gli sportelli presso le commissioni territoriali per la protezione internazionale[5] e presso la sezione XVII del Tribunale di Roma[6].

Respinte nella completa invisibilità, sappiamo tuttavia dai colloqui che l'associazione riesce a svolgere telefonicamente con le donne accolte che vivono in abitazioni private, che la dimensione di controllo e minaccia è ancora più forte e riguarda orami anche l’accesso alle risorse minime per la sopravvivenza.

Senza contare la paura di essere esposte al rischio di contagio.

Questa è pervasiva per le donne straniere che si trovano in contesti di accoglienza comunitaria, che affrontano l’emergenza sanitaria completamente deprivati di risorse, e per le donne ancora trattenute presso i centri per il rimpatrio: nonostante le raccomandazioni del Consiglio d’Europa, amplificate dalla società civile[7], non trovano sosta le operazioni di controllo della regolarità di soggiorno e conseguente avvio delle procedure di espulsione (non sospese neppure in sede giudiziaria) e di trattenimento. Attualmente presso il Centro per il Rimpatrio (CPR) di Ponte Galeria, dove l’associazione Differenza Donna fa ingresso settimanale nell’ambito dei progetti di emersione delle vittime di tratta e di assistenza alle richiedenti asilo, sono ancora detenute almeno 30 donne.

A nostro avviso, tenuto conto della materiale impossibilità del rimpatrio, dell’alto basso tasso di convalida delle proroghe del trattenimento delle donne, per lo più richiedenti asilo provenienti da aree ad altra incidenza di violenza, persecuzioni e discriminazioni di genere e della presenza diffusa di indicatori di violenza e discriminazioni patite anche sul territorio italiano, la misura del trattenimento si dimostra in tutta la sua irragionevolezza, assumendo in maniera più nitida la natura di trattamento inumano e degradante. Per questi motivi, l'associazione ha chiesto alle istituzioni l’immediato rilascio delle donne straniere trattenute e l’organizzazione di un’accoglienza strutturata che contemperi le esigenze derivanti dall’emergenza sanitaria con quelle della protezione individuale.

Senza trascurare che non di rado tra le donne trattenute vi sono molte nate e vissute in Italia e che appartengono della comunità di Rom, Sinti e Camminanti, prive di titolo di soggiorno e in questo periodo inesistenti per le istituzioni, pur esposte come tutta la loro comunità al pericolo dell’infezione e strutturalmente a gravi forme di violenza sessista nelle relazioni di intimità, ma anche nella società.

Si registrano, infine, ostacoli per le donne straniere quando accedono ai servizi sociosanitari e assistenziali o, semplicemente, devono gestire aspetti ordinari della loro vita quotidiana, come i contratti di lavoro o di locazione anche quando regolarmente soggiornanti: diffuso è il pregiudizio della irregolarità del soggiorno di coloro che hanno un permesso scaduto, poiché le istituzioni e i cittadini in generale ignorano che alla mera scadenza del titolo non consegue automaticamente la condizione di irregolarità del soggiorno. Ne deriva che molte donne straniere in attesa di rinnovo del permesso di soggiorno si vedono precluse prestazioni essenziali, come l’ospitalità nelle case famiglia dove sono collocate e finanche l’accesso a prestazioni sanitarie o a quelle assistenziali e previdenziali (si pensi ai vari contributi per la maternità), oppure subiscono l’arbitrio dei datori di lavoro che non procedono ad assunzione regolare, pure se legalmente possibile.

Tra le misure adottate per far fronte all’emergenza sanitaria rientrano disposizioni normative che sospendono i termini per le richieste di rinnovo dei permessi di soggiorno e prorogano la durata dei permessi di soggiorno in scadenza fino al 15 giugno: chiaramente, con gli uffici delle questure chiusi, non si potrà formalizzare tale proroga apponendo timbri ad hoc sui titolo di soggiorno e incombe sugli incaricati di servizi pubblici nonché sui privati la responsabilità di farsi guidare da informazioni complete e corrette e di non arrecare ulteriore danno a coloro, come le donne straniere, che già versano in situazione di forte fragilità economica e sociale.

Siamo impegnate, quindi, ad assicurare alle donne straniere il pieno esercizio dei loro diritti fondamentali[8] e a monitorare l’effettiva attuazione delle richieste avanzate alle istituzioni dall’associazione Differenza Donna e recepite dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio e ogni forma di violenza di genere:

  • predisporre strutture di accoglienza ulteriori e dedicate alla popolazione migrante femminile e i figli e le figlie minori al seguito;
  • rilasciare immediatamente le donne trattenute presso i CPR con attivazione delle reti territoriali antitratta e di protezione dei richiedenti asilo;
  • chiarire che deve ritenersi espressamente applicato l’art. 103 co 2 DPCM n. 18/2020 a tutti i permessi di soggiorno in scadenza, compresi quelli di cui agli artt. 18,18 bis, 22 co.12 quater TUIMM, dei permessi di soggiorno ex art. 5 co.6 TUIMM ancora diffusi, dei permessi come richiedenti asilo;
  • rilasciare, da parte delle Questure, un permesso di soggiorno ex art. 18, 18 bis e 22 co. 12 quater d.lgs 286/1998 per le persone offese di tutti i procedimenti penali pendenti per i reati legittimanti la richiesta della misura di protezione.
  • includere espressamente tra i termini processuali sospesi anche quelli per l’impugnazione delle espulsioni e dei dinieghi di protezione internazionale.

Riteniamo, infine, che proprio la situazione sociale e politica determinata dall’emergenza sanitaria che riguarda tutti e tutte a prescindere dal diritto dei confini e dei muri che ha preso il sopravvento sulla tutela universale dei diritti e delle libertà fondamentali, renda non più prorogabile la riscrittura prima politica e sociale, e poi giuridica, delle relazioni internazionali, oggi incentrate quanto mai su cittadinanza e frontiere intesi come dispositivi di esclusione e repressione e che rivelano in questo particolare contesto che stiamo vivendo la loro profonda disumanità.

Riferimenti

Idos, Dossier statistico immigrazione, 2019

[1] DECRETO-LEGGE 4 ottobre 2018, n. 113 convertito con modificazioni dalla L. 1 dicembre 2018, n. 132 (in G.U. 03/12/2018, n. 281).

[2] Dipartimento per le pari opportunità, Banca dati, 2019.

[3] Per una fotografia dei problemi rilevati e un panorama delle richieste si rinvia al documento dell’Associazione Differenza Donna coordinato dall’avv. Teresa Manente, responsabile dell’ufficio legale, disponibile qui.

[4] Si sono registrate una media dell’80% in meno di nuovi accessi. Per un approfondimento si rinvia all’intervista a Elisa Ercoli, presidente dell’associazione Differenza Donna.

[6] Avviato a seguito di protocollo sottoscritto con la Presidente della sezione XVIII del Tribunale di Roma dr.ssa Sangiovanni e gli enti antitratta.

[7] Come Picum a livello europeo e, a livello nazionale, una cordata di organizzazioni tra cui ASGI, A buon diritto e Lasciatecientrare.

[8] A tal fine abbiamo elaborato una scheda per assicurare informazioni complete e indicazioni operative ai centri antiviolenza, case rifugio e sportelli. 

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