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La nuova forma
delle famiglie

Foto: Unsplash/Womanizer Toys

Cosa dicono i dati Istat e Unar sulle coppie unite civilmente in Italia e sulle famiglie che includono persone gay, lesbiche, bisessuali e transessuali. In equilibrio tra vita, lavoro, discriminazioni e diritti ancora per niente assodati

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La legge 76 del 20 maggio 2016 sulle unioni civili, che ha introdotto in Italia l’unione tra persone dello stesso sesso, ha rappresentato un avanzamento nella visibilità e nel riconoscimento dei diritti delle persone Lgbt+, sebbene la legge presenti gravi lacune (ad esempio non regolando la cosiddetta stepchild adoption) e abbia suscitato reazioni contrastanti all’interno del movimento, tra cui i rischi di ridurre le istanze delle persone esclusivamente al riconoscimento di ruoli e diritti già previsti per le persone eterosessuali.

Tra il 2020 e il 2021 l'Istituto nazionale di statistica (Istat) e l'Ufficio nazionale antidiscrminazioni razziali (Unar) hanno condotto un’indagine tramite un questionario auto compilato, rivolto a tutte le persone che al primo gennaio 2020 risultavano essere o essere state in unione civile, che ha coinvolto oltre 21 mila persone. L’indagine ha approfondito la condizione lavorativa e le eventuali esperienze di discriminazione subite, ma è stata anche l’occasione per conoscere caratteristiche, vissuti e aspettative delle persone che hanno scelto tale forma di unione familiare.[1]

Il 95,2% delle persone che hanno compilato il questionario ha dichiarato un orientamento omosessuale o bisessuale (il 65,2% di essere una persona gay, il 28,9% lesbica, il 4,2% donna bisessuale e l’1,7% uomo bisessuale). Su queste persone si concentra l’analisi che segue, con particolare attenzione alle differenze di genere.[2]

La nuova forma delle famiglie

Le unioni civili si caratterizzano, al 2021, ancora per un maggior numero di unioni tra uomini (il 66,9% di persone in unione o ex-unite omosessuali o bisessuali sono uomini), oltre che per un profilo elevato in base al titolo di studio e una concentrazione nel Nord del Paese. La prevalenza maschile si va tuttavia riducendo nelle giovani coppie dove le donne sono più numerose.

Le motivazioni che spingono uomini e donne a unirsi civilmente non differiscono in maniera significativa: nel complesso circa la metà ritiene che “l’unione civile garantisce alcuni diritti”, motivazione che è meno avvertita dalle giovani (il 35,7% delle 18-34enni a fronte del 42,4% degli uomini nella stessa fascia di età), che segnalano maggiormente che “l’unione è sembrata la naturale evoluzione del nostro rapporto” (47,8% contro il 42,3%). I cambiamenti generazionali sembrano intervenire a favore di una maggiore visibilità delle donne omosessuali e bisessuali e dei loro progetti di coppia.

Differenti sono le forme familiari tra uomini e donne. Tra coloro che hanno sciolto o interrotto l’unione (1,8%), le donne vivono più spesso da sole con i figli (8,6% contro 0,8% degli uomini). È inoltre più frequente, rispetto agli uomini, vivere con i figli e altre persone e da sole con la nuova partner (29,9% contro 9,3%). Di contro gli uomini vivono più spesso da soli o con l’ex-partner da unione o con i propri genitori. Nel caso di vedovi e vedove, che costituiscono una piccolissima quota, tra le donne coloro che vivono da sole sono molto più numerose.

Nel complesso le donne in unione o ex-unite hanno maggiori responsabilità familiari rispetto agli uomini: il 6,8% ha figli conviventi, perlopiù minorenni, contro l’1,5% degli uomini. Il 19,5% delle lesbiche e il 24,5% delle donne bisessuali in unione civile vivono, infatti, oltre che con la partner a cui sono unite, anche con figli (contro valori irrisori tra gay e bisessuali).[3]

Vita, lavoro e discriminazioni

I carichi familiari hanno effetti sulla partecipazione al mercato del lavoro femminile che si conferma caratterizzato da una fortemente segregazione orizzontale e verticale. Maggiori responsabilità familiari per le donne si traducono anche in un ricorso maggiore al lavoro part-time (il 25% delle occupate o ex-occupate con figli lavora part-time contro il 13,2% degli uomini con figli mentre tra le donne senza figli la percentuale è del 21,9%). Inoltre il mancato ottenimento di congedi, permessi (parentali o di altra natura) o il non aver fatto richiesta di congedi o permessi per evitare che venissero rifiutati o si creasse un clima sfavorevole viene riportano maggiormente dalle donne dipendenti o ex-dipendenti che hanno dichiarato almeno un evento discriminatorio nello svolgimento del proprio lavoro (rispettivamente dal 17,7% e il 31,7% contro il 13,9% e il 28,3% degli gli uomini).

I genitori Lgb devono anche fare i conti con un contesto scolastico che in alcuni casi è ancora molto etero normato. L’esperienza di vedere i propri figli derisi o additati a causa dell’orientamento sessuale dei genitori accomuna madri e padri (rispettivamente l’11,5% e il 12,2%). Le madri segnalano maggiormente che è capitato ai propri figli di essere esclusi o respinti da altri bambini (il 7% a fronte del 5,5% dei padri), mentre i padri di essere stati evitati o esclusi da altri genitori (il 19,5% contro il 17% delle madri, tra coloro che hanno avuto figli in età prescolare). Meno frequente è l’essere stati inascoltati dagli insegnanti o da altro personale della scuola a causa del proprio orientamento sessuale, esperienza che coinvolge principalmente le madri (4,4% contro lo 0,7% dei padri).

Non credere di avere dei diritti

Se si guarda al rapporto tra diritti genitoriali e comunità Lgbtq+ emergono alcune differenze di genere: le donne unite civilmente o ex-unite reclamano maggiormente misure che consentono un progetto genitoriale di coppia e diritti per le famiglie omogenitoriali. In particolare si esprimono “molto a favore” della stepchild adoption (89,3% a fronte del 77,8% degli uomini) e per l’adozione di minori (88,3% contro il 73%), oltre a segnalare nel campo aperto della domanda, come azione auspicabile, la procreazione medicalmente assistita e la possibilità di adozione per single.

Le osservazioni e le esperienze riportate da intervistati e intervistate, nel campo aperto dedicato a conclusione del questionario, evidenziano lo scontro tra la vita quotidiana e le logiche delle istituzioni. Vengono riportate in particolare difficoltà nella gestione quotidiana della vita familiare derivanti dal mancato riconoscimento legale di entrambi i genitori per i figli di coppie omogenitoriali (es. impossibilità per il genitore non biologico del ritiro da scuola senza delega, di usufruire di congedi malattia/maternità, assisterli in ospedale; modulistica e sistemi informativi che non sempre contemplano la voce unito/a), situazioni che assumono risvolti più gravi nei casi  di separazione o morte del genitore biologico.

Viene reclamata con forza l'irrilevanza del legame biologico e al tempo stesso c’è chi ribadisce come l’unione stessa sia discriminatoria non essendo ancora possibile in Italia il matrimonio egualitario.

Emerge, infine, l’importanza di indagare le differenti forme familiari delle coppie in unione civile con dati e informazioni anche sulle pratiche quotidiane delle famiglie in cui sono presenti persone non binarie o trans e conoscere come tali pratiche agiscono e reinterpretano l’essere famiglia. 

Riferimenti

Istat (2022). L’Indagine Istat-Unar sulle discriminazioni lavorative nei confronti delle persone Lgbtq+ (in unione civile o già in unione). Anno 2020-2021, https://www.istat.it/it/files//2022/03/REPORTDISCRIMINAZIONILGBT_2022_rev.pdf

Bernini, L. (2017). A quattro anni dall’Apocalisse. La strage di Orlando, Trump, «il gender» e le unioni civili in Italia. 452ºF. Revista De Teoría De La Literatura Y Literatura Comparada, (17), 224–230

Morgan D.H.J. (2011), Rethinking Family Practices, Basingstoke: Palgrave.

Note

[1] L’indagine rientra tra le attività previste dall’accordo di collaborazione tra Istat e Unar, sottoscritto il 1 marzo del 2018 e sostenuto da un finanziamento garantito dalla disponibilità a valere sui fondi assegnati nell’ambito del Programma operativo nazionale (Pon) inclusione 2014-2020, cofinanziato dal Fondo strutturale europeo (Fse). Una seconda indagine è stata rivolta alle persone Lgb non in unione civile; è in fase di avvio una terza indagine dedicata alle persone trans e alle persone con identità non binaria.

[2] Le denominazioni lesbica e gay sono state attribuite alle persone che si sono definite omosessuali. Nel questionario non è stata inserita una domanda sull’identità di genere ma sono state rilevate esperienze di discriminazione o svantaggio vissute per motivi legati all’essere una persona trans o con identità di genere non binaria.

[3] Figli biologici e non biologici, sia del rispondente che del partner, anche non legalmente riconosciuti in Italia.

Le considerazioni presenti in questo articolo sono frutto del lavoro e della collaborazione dagli autori e non impegnano e coinvolgono in alcun modo l'Istituto di appartenenza.

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