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Falliti gli obiettivi del piano Lisbona 2010 dell'Unione europea, il governo italiano negozia i piani 2020: ridimensionando molto le ambizioni. Mentre sugli obiettivi e sulle strategie per l'occupazione femminile  volare alto è necessario

Lavoro femminile,
non ci accontentiamo

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Nel corso del 2010 l’Unione Europea ha varato una nuova strategia per la crescita, “Europa 2020”, e si è dotata di nuovi strumenti di governance economica  nell’ottica di rafforzare il coordinamento delle politiche.

 

1.    “Europa 2020” e l’obiettivo occupazione 

 “Europa 2020”, che eredita la precedente Strategia di Lisbona[1] , delinea una strategia per il prossimo decennio focalizzata su tre priorità (crescita intelligente, sostenibile e inclusiva) e su cinque obiettivi quantitativi, tra cui riveste particolare rilievo il tasso di occupazione che nel 2020 dovrà raggiungere il 75% delle persone di età compresa tra 20 e 64 anni. Osserviamo subito che, mentre la Strategia di Lisbona identificava un obiettivo di tasso di occupazione femminile, 15-64 anni, pari al 60%, “Europa 2020” si limita solo a indicare un obiettivo generale. Questa assenza di specificazione di genere appare “curiosa”, perché la componente femminile è, e resterà ancora a lungo,  fondamentale per l’espansione complessiva dell’offerta di lavoro[2], ma anche perché il target al 2010 per il tasso di occupazione femminile (60 per cento) risulta l’unico, tra gli obiettivi di Lisbona definiti in base ad indicatori quantitativi, ad essere stato conseguito nell’arco temporale che va dal 2000 al 2008[3]

2.    Il Piano Nazionale di Riforma dell’Italia e l’obiettivo occupazione femminile

Sulla base di quanto richiesto dalla Commissione Europea, il governo italiano ha presentato il 13 aprile u.s il Documento di economia e finanza (Def) 2011, al cui interno è contenuto il Programma nazionale di riforma (Pnr) che propone una serie di riforme, mirate a rimuovere le criticità dell’economia italiana, tenendo conto del vincolo di bilancio.
Nel Pnr, in particolare, si sottolinea lo sforzo profuso nella strategia di raggiungimento degli obiettivi legati all’occupazione. “Più della metà del divario rispetto agli obiettivi prefissati dalla Strategia per il 2020[4] dovrebbe essere colmato grazie alle azioni attuate con questo primo Piano Nazionale di Riforma (quindi entro il 2014).” L’obiettivo nazionale di tasso di occupazione (20-64 anni) per il 2020 viene fissato tra il 67% e il 69%, un valore che risulta ancora lontano dal target del 75% individuato per l’Unione, ma che tiene conto del basso livello di partenza per l’Italia (61,1% in media nel 2010). In termini di posti di lavoro, l’obiettivo si traduce in un aumento complessivo dell’occupazione nel periodo 2010-2020 di 1,7 milioni di unità.

Nonostante nella nuova strategia europea manchi l’individuazione di un target specifico per l’occupazione femminile, il Pnr italiano afferma che l’incremento del tasso di occupazione delle donne riveste un ruolo chiave: “Con le cautele che derivano dalla fissazione di sub-obiettivi, il governo conta di conseguire nel decennio 2010-2020 una crescita del tasso di occupazione femminile doppia rispetto a quella maschile”. A tal fine, il documento del governo ricorda gli interventi già varati o programmati, tra cui: il piano per l’inclusione delle donne nel mercato del lavoro “Italia 2020”[4], l’innalzamento dell’età di pensionamento per le donne che lavorano nella pubblica amministrazione[5], il piano per la conciliazione adottato dal ministero per le pari opportunità ad aprile 2010[6] , l’avviso comune sulle misure a sostegno delle politiche di conciliazione tra famiglia e lavoro, siglato il 7 marzo 2011 dalle parti sociali al ministero del lavoro[7].
Facciamo qualche breve riflessione. In primo luogo, gli obiettivi posti per l’occupazione femminile non sembrano particolarmente ambiziosi se paragonati ai risultati ottenuti nel decennio 1997-2007, prima dell’impatto della crisi mondiale[8]. In secondo luogo, gli interventi di policy sopra ricordati potrebbero comunque non risultare sufficienti a sostenere il conseguimento dell’obiettivo indicato nel Pnr.

La letteratura, italiana e internazionale, sul tema dell’occupazione femminile e degli strumenti atti ad incentivarla è vastissima. Le proposte sono numerose, riguardano sostanzialmente i diversi fattori che possono influenzare la scelta di partecipare al mercato del lavoro: a) costi, qualità e disponibilità dei servizi di cura; b) disciplina degli orari di lavoro e dei congedi parentali; c) redditi da lavoro; d) sistema di imposizione fiscale e trasferimenti pubblici. Non vogliamo certamente qui ripercorrerle.

Ma ci sembra interessante sottolineare, a questo proposito, uno studio recentissimo del servizio studi di struttura economica e finanziaria della Banca d’Italia, presentato in forma ancora provvisoria, nell’ambito del seminario “Europa 2020: quali riforme strutturali per l’Italia?” del 21 aprile 2011. Il paper, dal titolo “Partecipazione al lavoro e inclusione sociale: aspetti critici e possibili interventi”, contiene anche un approfondimento su “Prelievo fiscale e offerta di lavoro femminile in Italia” che offre alcune indicazioni per la definizione di misure di politica economica volte a stimolare l’occupazione femminile. In particolare, attraverso l’utilizzo di un modello econometrico delle scelte di occupazione, si valuta l’effetto di sistemi di imposte e trasferimenti diversi da quello vigente, a parità di gettito fiscale complessivo. Ad esempio, la trasformazione delle detrazioni in credito d’imposta sulle basse retribuzioni (ove si concentra l’offerta di lavoro soprattutto delle donne sposate) viene considerato uno strumento (peraltro, non dissimile da quello già in vigore in alcuni paesi europei) più utile di altri, in quanto ridurrebbe al minimo il potenziale conflitto tra le esigenze di sostenere il reddito delle famiglie con carichi familiari e quelle di ampliare l’occupazione femminile[9].

In conclusione, per avvicinare l’Italia al target europeo del 2020 occorrerà percorrere tutte le strade possibili, vecchie e nuove, tenendo presente che i paesi caratterizzati da una minore partecipazione delle donne al mercato del lavoro sono quelli che otterrebbero dall’aumento dell’occupazione femminile un maggior vantaggio in termini di crescita e che il lavoro femminile non è più un ostacolo alla natalità; anzi, oggi nei paesi avanzati è vero il contrario[10]. Non è una osservazione di poco conto, considerando le conseguenze (anche sulla sostenibilità della finanza pubblica) dell’invecchiamento della popolazione europea.
Nel 2007, con la nota aggiuntiva al secondo rapporto sullo stato di attuazione del Pnr 2006-2008, “donne, innovazione, crescita”, presentata dall'allora ministro per le politiche europee, Emma Bonino[11],  il governo italiano, nel quadro degli obiettivi europei della Strategia di Lisbona, si era impegnato a portare avanti una serie di iniziative atte a valorizzare il ruolo femminile nel mondo del lavoro. “Si impone un cambio di passo nelle politiche a favore delle donne. E questo cambio di passo significa, sostanzialmente, innalzare l’occupazione femminile, equiparare le condizioni di partenza nella società tra uomini e donne, includere la dimensione femminile in un nuovo patto intergenerazionale.”

La nota proponeva, cioè, una “terapia shock” per l’occupazione femminile, mettendola al centro dell’iniziativa del governo. Le politiche di genere non dovevano essere considerate politiche di settore, bensì una strategia trasversale per una società e un’economia più dinamiche, eque e inclusive[12].
Per affrontare la nuova sfida di Europa 2020, il governo, forse, dovrebbe ripartire da quella più forte ambizione.

 

NOTE

[1] Per un approfondimento e una visione d’insieme di questi temi, cfr. Melina Decaro (a cura di), “Dalla Strategia di Lisbona a Europa 2020”, in Collana Intangibili, Fondazione Adriano Olivetti, aprile 2011 (disponibile on line sul sito della Fondazione).
[2] Su questo aspetto, cfr., ad esempio, Mark Smith, Paola Villa, “La nuova Europa 2020 sa di vecchio”, 2 luglio 2010.
[3] Cfr. Daniele Franco, Capo del Servizio Studi di struttura economica e finanziaria della Banca d’Italia. Audizione alle Commissioni riunite V (Bilancio, Tesoro e Programmazione) e XIV (Politiche dell’Unione europea), Documento di lavoro della Commissione europea: consultazione sulla futura strategia “UE 2020”, 23 febbraio 2010.
[4] Al riguardo, si vedano le analisi contenute nel dossier “Il Piano Carfagna-Sacconi”  www.ingenere.it.
[5] Su questo tema, cfr., fra gli altri, Marcella Corsi, “Pari alla pensione, il trend europeo”, 2 dicembre 2010.
[6] Secondo quanto affermato nel PNR, il Piano, frutto di un’intesa fra Governo, Regioni, Province Autonome ed Enti locali, mira a creare un sistema di interventi, a livello centrale e locale, finalizzati a favorire la conciliazione fra tempi di vita e di lavoro nonché a potenziare i meccanismi e gli strumenti che consentano alle donne la permanenza o il rientro ed il reinserimento nel mercato del lavoro.
[7] Secondo quanto affermato nel PNR, l’intesa richiama l'importanza di una modulazione flessibile dei tempi e degli orari di lavoro, tanto nell' interesse dei lavoratori che dell'impresa e  sottolinea il ruolo della contrattazione di secondo livello.  L’intesa prevede l’attivazione di un tavolo tecnico che verificherà la possibilità di adottare le buone pratiche di conciliazione da sostenere e diffondere in sede di contrattazione e dovrà concludere i suoi lavori entro 90 giorni.
[8] Secondo i dati Eurostat, relativi alla rilevazione sulle forze di lavoro, tra il 1997 e il 2007 il tasso di occupazione femminile per la fascia di età 20-64 anni in Italia è cresciuto di oltre 10 punti percentuali, mentre quello maschile di meno della metà. Nel 2007 il tasso femminile  era pari al 49,9% (63,5 per EU15), quello maschile al 75,8% (79,1 per EU15). Nel biennio successivo, tutti i paesi, compreso il nostro, hanno subìto gli effetti della recessione e mostrato un peggioramento degli  indicatori di occupazione.
[9] L’idea di una tassazione dei redditi personali differenziata in base al genere è anche al centro del dibattito scaturito sull’onda di un recente articolo di Alesina e Ichino, pubblicato sul Sole24ore del 12 giugno 2010, che sostiene “Il pensionamento anticipato delle donne, giustificato come “risarcimento” per il lavoro di cura famigliare, perpetua un circolo vizioso che occorre invece superare. Per un riequilibrio dei ruoli nella famiglia e nel mercato è necessario combinare l’equiparazione pensionistica con la detassazione del reddito da lavoro femminile”. In particolare, si segnala il commento di Ugo Colombino, “Meno tasse per tutte? Proposta a rischio”, 21 aprile 2011, che mette in luce sia gli aspetti positivi della proposta che quelli negativi.
[10] Gli studi dimostrano che, a differenza di quanto avveniva in passato, se le donne hanno meno opportunità di occupazione fanno meno figli. Viceversa, la fecondità è maggiore nei paesi ad elevata occupazione femminile.  Si sottolinea, inoltre, che i paesi con i tassi d’occupazione più bassi e con un tasso di natalità inferiore sono quelli che hanno una copertura di servizi più bassa, che presentano una minore disponibilità dei padri a prendere congedi parentali, dove le donne hanno un maggior carico di lavoro domestico, dove è più bassa la condivisione del lavoro di cura tra uomini e donne.
[11] La Nota Aggiuntiva è reperibile on line sul sito del Dipartimento Politiche Comunitarie.
[12] Per l’elenco degli interventi programmati e per i provvedimenti di genere contenuti nel ddl. Finanziaria 2008, cfr. la Nota, pp. 8-15.