Pubblicato in Italia da Edizioni Alegre, Economia femminista, a cura di Cristina Carrasco Bengoa e Carme Diaz Corral e con la traduzione di Marcella Corsi, raccoglie i saggi di studiose ed esperte su proposte, pratiche e sfide per sovvertire l'economia con un approccio femminista, attraversando le connessioni tra saperi
Economia femminista. Proposte, pratiche e sfide (Edizioni Alegre, 2025) – curato dalle economiste femministe e docenti all’Università di Barcellona Cristina Carrasco Bengoa e Carme Diaz Corral, e tradotto e introdotto da Marcella Corsi, economista femminista, ordinaria alla Sapienza di Roma e alla presidenza dell'Associazione Internazionale per l'Economia Femminista (International Association for Feminist Economics, IAFFE) – è un libro che risulta fin da subito illuminante e prezioso.
Il volume intreccia le preoccupazioni femministe per il genere con l’analisi di altre forme di disuguaglianza. Gli scritti delle autrici raccolti al suo interno esaminano la natura intersezionale, e quindi anche coloniale, delle disuguaglianze, per consentire una migliore comprensione del potere che opera nei contesti della produzione e della riproduzione sociale. Un approccio squisitamente politico – del resto l’economia, come insegna Silvia Federici che firma il primo capitolo della raccolta, fra tutte le discipline, è quella più vicina alle strutture del potere dominante.
In particolare, sul piano teorico il libro propone un nuovo modo di intendere l’economia e al contempo avanza proposte e pratiche di sovversione per rivoluzionare il nostro modo di stare al mondo.
I punti di forza della trattazione sono essenzialmente tre. In primo luogo, il fatto che contiene una definizione chiara di cosa si intende per economia femminista in contrapposizione all’economia capitalista, cioè al sistema, patriarcale e predatore, attualmente dominante.
Se l’economia capitalista riduce il concetto di valore a quello di prezzo, e quindi trasforma tutto in merce, acquistabile o vendibile nel mercato globale; la proposta dell’economia femminista è quella di considerare i sistemi economici come “reti di interdipendenza”, capaci di superare le disuguaglianze, la divisione sessuale del lavoro e la svalutazione della cura, per allargare il concetto di lavoro e ridefinire quello di ricchezza.
L’economia femminista, spiegano le autrici del volume, è un’economia su scala umana che pone al centro la necessità di de-privatizzare le risorse e de-femminilizzare la responsabilità di sostenere la vita. Perché il vivere, benché incarnato in singole persone, è un processo collettivo. De-femminilizzare la responsabilità del sostegno alla vita significa anche e soprattutto prendere coscienza, come affermava Angela Davis, di quello che il capitalismo è: un sistema di potere, economico, sociale, culturale, nel quale la divisione del lavoro tra uomini e donne -come sottolinea Marcella Corsi nella prefazione e come indicano le autrici - ha avuto un impatto non solo sulla produzione ma anche sulla riproduzione sociale, e questo dall’inizio dell’era coloniale fino alle catene globali di cura nell’epoca neoliberista.
Perché il lavoro di riproduzione domestica e sociale, per dirla con la filosofa femminista statunitense Nancy Fraser, autrice di Capitalismo cannibale, resta uno dei laboratori ”segreti” attraverso i quali il capitalismo si alimenta.
In secondo luogo, il libro chiarisce un altro aspetto peculiare, vale a dire che, come scrivono le autrici spiegandone bene le ragioni, l'economia femminista è interessata ad aprire dialoghi con altre economie critiche, come l’economia solidale, l’economia urbana e quella ecologica.
L’economia femminista e l’economia solidale, ad esempio, postulano entrambe relazioni economiche basate sull’eco-dipendenza, sull’interdipendenza, sulla reciprocità e sul rafforzamento della democrazia.
Il confronto è allora quantomai necessario perché da una parte, nel concentrarsi sul ruolo della famiglia e del settore pubblico, l’economia femminista ha lasciato in sospeso la riflessione sul contributo che le imprese dovrebbero dare e sui valori che dovrebbero guidare le loro azioni. Di contro, l’economia solidale, manca di un approccio esplicito e riconosciuto alla prospettiva di genere. Una dimenticanza, scrivono Mertxe Larrañaga Sarriegi e Yolanda Jubeto Ruiz nel capitolo dedicato all'argomento, “che non può essere casuale” perché frutto di un’idea secondo cui “l’equità di genere è una questione secondaria”.
Inoltre, spiegano Natalia Quiroga Díaz e Verónica Gago, nella sua dimensione di economia popolare decoloniale, l’economia femminista andrebbe incorporata nella gestione e nell’organizzazione della vita nelle città. A tal fine, le autrici propongono di suddividere la giornata in tre temporalità differenti rispetto ai ruoli da svolgere (produttivi, riproduttivi e di gestione della comunità).
L’interazione fra città e genere consente di mettere in discussione la finta neutralità delle politiche urbane. La “femminilizzazione della politica urbana” può costringere a superare la separazione fra ciò che è considerato produttivo e riproduttivo, perché lo spazio pubblico, scrivono le autrici, “va trasformato in uno spazio di cura della vita di donne e uomini in tutta la loro diversità“. Una cura che divenga principio guida nella definizione delle politiche urbane.
Femminilizzare la politica urbana significa anche porre a critica la nozione liberale di sicurezza: la visione securitaria, che relega le donne alla condizione perenne di vittime, può essere sovvertita con altre forme di gestione del potere, con un diverso modo di abitare le città, con l'allargamento del concetto di bene comune alle attività riproduttive e di cura.
Eco-dipendenza e interdipendenza sono i concetti chiave postulati sia dall’economia femminista che da quella ecologica. In questa prospettiva, è necessario superare e smascherare i quattro miti del fondamentalismo economico capitalista: che la “produzione possa svincolarsi dalla vita”, che “la terra e il lavoro possano essere sostituiti da capitale”, che “produrre di più è sempre meglio”, che “il lavoro è solo quello che viene svolto in cambio di un salario”. Occorre cambiare il modo di produrre e quindi riorganizzare il modello di lavoro, distribuire la ricchezza, promuovere e incoraggiare esperienze alternative per cambiare gli immaginari collettivi, scrive Yayo Herrero nelle pagine dedicate alle interazioni tra femminismo ed ecologia.
Il dialogo fra economia femminista ed economia ecologica è fondamentale in quanto nessuna delle due economie è onnicomprensiva: potrebbe esistere una società che si adatti ai limiti del pianeta ma che non riconosca la tossicità di relazioni fondate sulla subordinazione patriarcale. Di contro, si possono proporre riorganizzazioni del lavoro in una prospettiva femminista che non riconoscano l’ingestibilità di un modello basato sull’estrattivismo compulsivo e sullo sfruttamento.
Infine, il terzo aspetto che rende il libro prezioso è rappresentato da una tabella, suddivisa nei livelli macro, meso e micro, in cui vengono indicate proposte e pratiche di sovversione anticapitalista, antiliberista e antipatriarcale. Proposte che riguardano il mercato del lavoro, le politiche fiscali e il settore pubblico, l’economia sociale e solidale, gli spazi autogestiti e demercificati, la riforma agraria, la disobbedienza quotidiana di genere e l'erosione della divisione sessuale del lavoro nelle pratiche quotidiane per una rivoluzione dell’economia.
Leggendo il libro, traspare tutta la competenza e la passione delle autrici per la materia trattata, a ulteriore conferma che la potenza del femminismo nasce anche e soprattutto dal sapere. Una forza, citando dalle pagine firmate da Silvia Federici, che “ha dato alle donne così tanto coraggio, così tanta fiducia da portarle a lottare per tentare l’assalto al cielo proponendo un altro modo di stare al mondo”.
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