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Le ragioni di una parità mancata dentro un mercato del lavoro avido che travolge e divora gli spazi della vita privata, i diritti e le pari opportunità, nel nuovo libro di Luisa Corazza, Il lavoro delle donne? Una questione redistributiva

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Il lavoro delle donne
Credits Unsplash/Pawel Czerwinski
Lavoro donne

Scrivere del libro Il lavoro delle donne? Una questione redistributiva, di Luisa Corazza è per me motivo di grande soddisfazione e di orgoglio. Entrambi questi motivi si radicano nella conoscenza di una comunità disciplinare – il diritto del lavoro – che nel volgere degli anni ha visto crescere al suo interno un accentuato pluralismo di punti di vista e una diversificazione nel metodo. 

L’orgoglio, in particolare, si indirizza verso una studiosa equilibrata e matura, quale è Luisa Corazza, che riesce a esprimere queste sue doti in modo autentico, proponendo una lettura critica e penetrante di un tema drammaticamente attuale, discostandosi da impostazioni tradizionali, senza mai cadere in luoghi comuni. L’originalità e la padronanza della scrittura sono il frutto tangibile di una accurata analisi della materia, che non risulta mai pedante proprio perché, nel dar conto dell’evoluzione legislativa, ne contestualizza gli sviluppi in fasi storiche ben individuate. 

L’analisi storica, del resto, ha caratterizzato la ricerca di Claudia Goldin, cui è stato attribuito il massimo riconoscimento accademico e istituzionale con il conferimento del premio Nobel per l’economia. Delle sue indagini sulle ragioni di una "parità mancata" dà conto l’autrice, riproponendo l’immagine evocativa di un "lavoro avido", che travolge e divora sul suo cammino donne e uomini costretti a rinunciare a spazi della vita privata. Un filo conduttore del lavoro di Luisa Corazza è proprio questo. 

La dimensione umana del lavoro dovrebbe essere ricercata in una ricongiunzione ottimale tra sfera produttiva e vita privata, il che vuole anche dire offrire agli uomini percorsi inclusivi, che li inducano a comprendere l’urgenza delle trasformazioni attese. Il lavoro delle donne è posto al cuore di uno studio interdisciplinare che, dalla valutazione di dati statistici e di tendenze economiche, fa emergere la complessità di problemi rimasti irrisolti. 

Il pensiero politico-filosofico, che l’autrice evoca più volte, è un ausilio essenziale per comprendere diacronicamente talune conseguenze delle scelte adottate dal legislatore in Italia, così come nell’Unione europea. Metto in evidenza alcuni punti per me particolarmente incisivi, che rendono utile, oltre che accattivante, la lettura di questo libro. 

L’eguaglianza non va intesa come "mera annessione" delle donne nel mondo del lavoro, poiché alle stesse spetta di essere "situate", in quanto appartenenti a un genere che le rende differenti, innanzi tutto per la loro funzione riproduttiva. Ma non basta. Le donne si collocano al crocevia di un’analisi "intersezionale", che deve saper costringere gli interpreti e i decisori politici ad accogliere la sfida delle discriminazioni multiple. 

Non serve evocare il controverso argomento della debolezza delle donne, quanto piuttosto il loro essere in prima linea quali promotrici di grandi cambiamenti, legati alla forza del loro corpo e alla solidità del loro ruolo sociale. Resta attuale – e questa considerazione è gravida di conseguenze – il tema della distribuzione del lavoro di cura, tanto più articolato quanto più si modificano i nuclei familiari e si ampliano i nessi affettivi e le responsabilità, nei confronti dei figli come degli anziani e dei soggetti fragili. 

Per questo nel titolo del libro si evoca la "questione redistributiva", con il chiaro intento di sollecitare un allargamento delle frontiere e una "rifocalizzazione" degli studi sulle diseguaglianze. Il peso marginale del pensiero femminista in Italia, a fronte di posizioni espresse da movimenti per i diritti civili, fra tutti quello nord-americano, che hanno favorito la percezione delle differenze quale elemento portante nella costruzione dei diritti, continua a essere evocato nell’analisi comparata. 

Ben più grave, tuttavia, è il ritardo dei corpi intermedi nel seminare idee e nel correggere le asimmetrie, un ritardo che riflette l’assenza di visioni forti e unitarie e lascia emergere lacune profonde nell’elaborazione di un progetto politico. Non vi è traccia di perseveranza, né di necessaria continuità nell’enunciazione di strategie volte a rendere effettiva l’eguaglianza di genere. Così come non vi è sentore di azioni concrete da parte dei soggetti collettivi, che siano indirizzate a realizzare la parità salariale, nella sede – la contrattazione collettiva – in cui massimo dovrebbe essere il rispetto della dignità delle donne che lavorano. 

Ecco dunque che la maternità può tradursi in "penalità" nei luoghi di lavoro, così come la cura può divenire una ineludibile trappola, che riduce le potenzialità di crescita professionale e mortifica l’aspirazione delle donne a divenire artefici del cambiamento. Il ruolo della donna che lavora rischia di essere costantemente sminuito e i suoi diritti violati o compressi dalle molte insidie che il lavoro stesso presenta. 

Da evidenziare è la perdurante disparità delle retribuzioni fra uomini e donne, per lavori di pari valore. La vicenda, che nel libro è opportunamente ricordata, dell’inclusione nel Trattato di Roma, istitutivo della Comunità economica europea (CEE), di una norma sulla parità retributiva fra uomo e donna a fini di disciplina della concorrenza nel mercato comune, non cessa di essere rilevante nel dibattito corrente. 

Quella scelta rappresentò il contemperamento che i Paesi fondatori della CEE scelsero di attuare nel varare una disciplina sovranazionale rispettosa delle tradizioni costituzionali – in particolare la tradizione italiana e francese – che tale principio di eguaglianza affermavano. Si può dire che, in quel passaggio della storia, fu un principio costituzionale identitario a conformare la norma europea, poiché le costituzioni nazionali, anziché retrocedere, si imposero nel fatidico momento della scrittura del Trattato, quello in cui il corpo politico esprime al massimo livello la sua forza unitaria. 

Altrettanto attuale è il richiamo al ruolo svolto dalla Corte di giustizia, che portò alla luce il mancato rispetto della parità retributiva da parte degli Stati membri, affermando l’efficacia diretta della norma anche nei rapporti fra privati. 

A distanza di molto tempo, nell’amara costatazione di una reticenza degli attori sociali, così come dei decisori politici, a rendere effettivo il diritto delle donne alla parità retributiva, l’attenzione è ora rivolta al tema della violenza economica, che la Convenzione di Istanbul colloca fra le tante violazioni dei diritti umani identificabili come azioni discriminatorie. Tali sono gli atti di violenza che si consumano ‘‘all’interno della famiglia o del nucleo familiare’’. 

Nell’osservare uno spettro così ampio di circostanze in cui si infliggono sofferenze alle donne e si attenta alla loro incolumità, l’impostazione dell’autrice è empatica, ma non cessa di essere pragmatica. È urgente cogliere le opportunità fornite dal diritto europeo sia sul fronte delle discriminazioni multiple, disciplinate dalla recente Direttiva sulla lotta alla violenza contro le donne e alla violenza domestica, sia sul piano del contrasto alla disparità di trattamento salariale, prospettato in una, anch’essa recente, Direttiva che intende rafforzare il principio di parità attraverso la trasparenza retributiva. 

Queste due fonti europee, in corso di trasposizione nel nostro ordinamento, consentono la sperimentazione di nuove tecniche premiali che, attraverso sanzioni positive, contribuiscano a scoraggiare atteggiamenti violenti e lesivi dei diritti delle donne, per giungere alla ra-dice di odiosi pregiudizi e dissodare il campo in cui far crescere una parità concreta. 

Su di esse sarà utile soffermare l’attenzione di quanti – interpreti, decisori politici e soggetti collettivi – operano in concreto nell’affermare una piena parità di genere. L’impegno delle donne nella vita quotidiana, così come i rischi che le stesse corrono nei luoghi che più dovrebbero accoglierle per valorizzarne una ineguagliabile funzione sociale, dovrebbe essere esaltato all’interno di uno spazio pubblico attento e sensibile. 

Non serve uno spirito compassionevole per guidare una piena emancipazione. Serve piuttosto un forte e coerente spirito di iniziativa. Questo libro costringe i giuristi del lavoro – e non solo – ad avviare una profonda autoanalisi, tale da scuotere le coscienze e risvegliare un riformismo ben radicato nella tradizione italiana. 

Mi torna in mente un sociologo francese, Alaine Touraine, che in un libro del 2006 intitolato Le Monde des femmes, anch’esso incentrato su una ricognizione storica, sollecitava a non costruire gabbie, ma a eliminare le barriere per combattere violenza e diseguaglianze. Questo perché le donne sanno essere artefici del proprio destino, anche quando si accorgono di essere sull’orlo di baratri profondi e oscuri. 

Il libro di Luisa Corazza, scritto in uno stile spigliato e non autoreferenziale, ci fa apprezzare la sua piena autonomia di giudizio e, al tempo stesso, la padronanza di un metodo originale, che sollecita i lettori a esercitarsi con eguale coraggio, sui tanti terreni della parità di genere che chiedono di essere urgentemente fertilizzati.

Estratto dalla prefazione a Il lavoro delle donne? Una questione redistributiva (Franco Angeli, 2025). Si ringrazia la casa editrice per la gentile concessione