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Perché la pandemia non
ci rende tutti uguali

Operatrici sanitarie, del settore domestico e dell'assistenza, lavoratrici dei servizi, lavoratrici madri. A più livelli le donne stanno già pagando in questi giorni il prezzo alto dell'epidemia. Una prima analisi

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Mentre l’emergenza causata dall’epidemia del Covid19 sconvolge le abitudini sociali e ridisegna gli stili di vita di milioni di persone in tutto il mondo, lo spazio che viene dedicato all’analisi delle conseguenze di genere della pandemia risulta purtroppo marginale. Vale dunque la pena di evidenziare il modo con cui le diseguaglianze di genere non solo si riproducono inesorabili, ma addirittura trovano nel mutato contesto nuove fonti da cui alimentarsi.

Pensiamo, in primo luogo, al lavoro svolto dalle operatrici sanitarie, le infermiere, le dottoresse, le barelliste ma anche alle lavoratrici dei servizi di pulizia che fanno turni sfiancanti per garantire l’igiene di ambienti pubblici e privati. Le persone occupate nei settori relativi all’ambito socio-sanitario sono quelle i cui i ritmi di lavoro si sono fatti molto più pesanti a causa della pandemia per via di ambienti lavorativi più stressanti e turni di lavoro più lunghi. Ebbene, a causa del ben noto fenomeno della segregazione orizzontale nel mercato del lavoro, coloro che svolgono il proprio lavoro nell’ambito socio-sanitario sono prevalentemente le donne. Ne consegue che sono prevalentemente le donne a subire tale sovraccarico di lavoro, per di più in ambienti spesso maggiormente esposti al contagio.

Un altro ambito occupazionale marcatamente femminile è quello del lavoro domestico-assistenziale, la cui struttura a livello transnazionale dà luogo a quelle che vengono chiamate “catene globali della cura”, risultato della complessa relazione tra migrazione e lavoro (domestico e di cura) nel contesto della globalizzazione. Pensiamo alle colf, alle assistenti a domicilio o alle badanti che svolgono lavoro domestico e di cura retribuito, garantendo fondamentali prestazioni anche di tipo para-sanitario, spesso simultaneamente per famiglie diverse e dunque in luoghi di lavoro diversi. In tale contesto – spesso caratterizzato da condizioni di irregolarità[1], bassi salari e stressanti situazioni di co-abitazione – la pandemia rende queste donne – che la Cgil stima essere oltre due milioni in Italia – ancor più vulnerabili. Infatti, da un lato rischia di intensificare il lavoro di cura a loro carico; dall’altro, può rendere loro più difficili gli spostamenti da un domicilio all’altro presso cui svolgono le loro prestazioni; e ancora, in caso di perdita del lavoro, è spesso precluso l’accesso agli ammortizzatori sociali. Infine, riguardo alle badanti in particolare, i loro contratti di lavoro spesso prevedono anche il vitto e l’alloggio oltre allo stipendio, sicché la perdita del lavoro comporta per alcune conseguenze più gravi.

Ancora per quanto riguarda il lavoro in (e da) casa, è noto che tra le misure che sono state adottate per contenere il contagio e al contempo ridurre l’impatto negativo sull’attività produttiva, il governo ha ampliato la possibilità di ricorrere, ove possibile, al cosiddetto smart working o, meglio, home working “d’emergenza” (“lavoro agile” nel Dcpm 8 marzo). Se il primo è un modello che prevede la possibilità di alternare tempo e luogo del lavoro con elementi contrattuali flessibili (ma che spesso non risultano chiaramente stabiliti), quello che stiamo vivendo in questa fase è più simile a una traslazione maldestra delle attività lavorative all’online e forzatamente da casa. Le imprese che vi ricorrono appartengono prevalentemente ai settori dei servizi (fra cui i servizi pubblici, incluso l’insegnamento), i quali – a causa della segregazione orizzontale del lavoro – impiegano soprattutto le donne. Questo fenomeno rischia dunque di accentuare ulteriormente le diseguaglianze di genere. Infatti, se da un lato il lavoro da casa può offrire l’opportunità alle donne (e ai/alle loro partner) di conciliare al meglio il lavoro produttivo (pagato) e il lavoro riproduttivo (non pagato), dall’altro lato vi è il rischio che il tempo di lavoro per le donne si allunghi considerevolmente e si faccia più gravoso. Le ragioni vanno ricercate nell’accavallarsi e intrecciarsi di due ambiti di vita in un unico luogo fisico – senza soluzione di continuità –, in cui si ammassa il carico di lavoro domestico e di cura, assieme all’allestimento, la gestione e la preparazione di uno spazio che non è adibito al lavoro e che non è un luogo neutrale. Inoltre, le caratteristiche dell’abitazione stessa in cui si vengono a concentrare tali attività non rappresentano un elemento secondario e tanto meno esogeno, nella misura in cui il tipo di casa che le famiglie si possono permettere (in termini, ad esempio, di posizione, metri quadri, luminosità, ecc.) è spesso direttamente proporzionale al reddito e alla ricchezza delle famiglie stesse.

Più in generale, le conseguenze socio-economiche del diffondersi del Covid19 hanno un impatto sulle donne più pesante che sugli uomini a causa della disuguaglianza strutturale che caratterizza il mercato del lavoro da un punto di vista di genere. Infatti, le donne percepiscono mediamente una retribuzione più bassa di quella dei loro colleghi uomini (il cosiddetto gender pay gap) e, soprattutto, vengono assunte più spesso degli uomini con forme contrattuali atipiche e precarie[2]. Le donne saranno dunque le prime a subire i contraccolpi della pandemia nel mercato del lavoro perché più facilmente licenziabili e dunque maggiormente ricattabili.

Inoltre, è fondamentale considerare il lavoro riproduttivo non pagato svolto soprattutto dalle donne e il modo in cui questo interagisce con gli effetti del Covid19. In particolare, si consideri da un lato la chiusura delle scuole di ogni ordine e grado, dall’altro il fatto che le persone più esposte agli effetti del virus sono le persone con gravi patologie pregresse e gli anziani. In un contesto dominato da un modello di welfare familistico, ciò che ne consegue è un aumento del carico di lavoro di cura che grava prevalentemente sulle spalle delle donne, che si trovano a gestire anche un’instabilità personale e relazionale dovuta agli effetti psicologici che questa situazione atipica comporta.

Un altro modo con cui l’emergenza sanitaria in corso impatta sulla vita delle donne in maniera trasversale riguarda le condizioni della “vita in quarantena”. Infatti, la casa per molte donne non rappresenta affatto un luogo sicuro. Basti notare che in Cina il numero totale di casi di violenza domestica nella provincia di Hubei è più che raddoppiato rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. È evidente che, anche in Italia, la quarantena forzata possa avere un impatto enorme nel favorire fenomeni di violenza contro le donne, considerando che l’85% dei femminicidi avviene in famiglia e gran parte di questi tra le mura domestiche. Episodi di cronaca recenti purtroppo confermano questa preoccupazione, ragion per cui molte associazioni femministe – tra cui la rete D.i.Re. e il movimento Non Una di Meno – stanno lanciando ripetuti appelli per ricordare che i centri antiviolenza sono aperti e il servizio pubblico di aiuto alle vittime di violenza e stalking è attivo (il numero da chiamare è 1522). Non vanno poi dimenticate tutte quelle donne che si trovano in “case rifugio” o che tentano di uscire da percorsi di violenza, spesso non adeguatamente supportate sebbene si trovino in condizioni di particolare fragilità.

Infine, come ha sottolineato la piattaforma Obiezione Respinta, non bisogna sottovalutare le difficoltà a cui vanno incontro le donne che decidono di abortire durante l’emergenza. Infatti, già in tempi 'normali', le donne che intendano ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) sono spesso costrette, a causa dell’elevato numero di medici obiettori, a spostarsi dalla loro città verso luoghi in cui si trovano strutture ospedaliere che lo permettono. Questa possibilità rischia oggi di essere ulteriormente limitata a causa del blocco della mobilità dovuto all’epidemia e alla riduzione o al trasferimento dei servizi di Ivg. Come se non bastasse, tutto ciò risulta aggravato in Italia dall’eccessivo ricorso all’aborto chirurgico invece che a quello farmacologico, quest’ultimo meno invasivo e che richiede di passare meno tempo in strutture ospedaliere[3].

In un sistema economico contrassegnato da perduranti disuguaglianze di genere, anche un evento “orizzontale” (che può colpire potenzialmente tutte/i) come la pandemia dovuta alla diffusione di un virus diviene un fattore di ulteriore discriminazione, e questa colpisce soprattutto le donne.

Note

[1] Irregolarità sia sul piano contrattuale (ampio ricorso al lavoro nero), sia relativa al permesso di soggiorno per quanto riguarda le donne migranti, il che le pone in condizioni di estrema ricattabilità e dipendenza dal datore di lavoro.

[2] Si veda il rapporto Global Gender Gap Report 2020 pubblicato dal World Economic Forum. Per l'Unione europea si vedano gli ultimi dati pubblicati, e gli articoli usciti su Repubblica e Repubblica Ricerca.

[3] Si consideri inoltre quanto sta accadendo nel resto del mondo, a cominciare dagli Stati Uniti. La CNN ha infatti recentemente riportato la notizia che l'ufficio del procuratore generale dell'Ohio ha ordinato alle cliniche per l'aborto presenti sul territorio di smettere di eseguire aborti e interventi “non indispensabili” durante la pandemia.

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